La parabola di Sindona
Il libro di Marco Magnani, Sindona. Biografia degli anni Settanta, riproposto da Einaudi a dieci anni dalla prima uscita con una saporosa prefazione di Miguel Gotor, è sbarcato sul mio tavolo di lavoro. Per quelle sibilline congiunzioni astrali che la vita talvolta regala è arrivato nello stesso giorno in cui, alla porta dell'eremo della vecchia cascina dove vivo, approdavano tre ponderosi volumi. Editi dalle Edizioni di Storia e Letteratura, nell'ambito della preziosa e puntigliosa collana "Politica e Storia" che sta pubblicando anche "le carte di Giulio Andreotti" i tre tomi offrono 1.400 pagine dell’epistolario, intercorso dal 1985 al 2006, tra Giulio Andreotti e Francesco Cossiga.
Nelle lettere, scambiate tra i due leader dc e statisti della prima Repubblica, il nome di Michele Sindona, non compare mai. Non un cenno. Neppure quando, nel marzo del 1986, a due giorni dalla condanna di Sindona all'ergastolo quale mandante dell'assassinio dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, il vertiginoso regista delle più spericolate operazioni finanziarie post "boom economico" nonché protagonista del più eclatante crack bancario scoppiato tra le due sponde dell'Atlantico prima del fallimento della Leham Brothers nel 2008, esce definitivamente di scena. Simulando, nella sua cella nel carcere di massima sicurezza di Voghera, di essere stato avvelenato da un caffé al cianuro. Epilogo assai teatrale, in sintonia, del resto, con una parabola esistenziale che, come scrive Miguel Gotor nella sua prefazione, aveva portato Sindona "per indole e per necessità a giocare sempre all'attacco, tanto più nel momento del fallimento umano e finanziario, rischiando il tutto per tutto ... una vita simile a quella di uno spregiudicato giocatore di poker, predestinato a raggiungere traguardi impensabili". Proprio questi traguardi, quando diventa una della più rilevanti stelle del firmamento di Wall Street e di Piazza Affari, lo portano a trattare, sia negli Usa sia in Italia, da pari a pari con leader politici e uomini di governo di assoluta rilevanza. Eppure, nella fitta corrispondenza tra Andreotti e Cossiga, appena pubblicata e sulla quale bisognerà ritornare, il nome di Sindona non compare mai. Neppure in nota.
Questa dissolvenza, in un epistolario che attraversa anche il tempo di buona parte delle vicende affrontate con puntigliosa chiarezza proprio dal libro di Magnani, non è un’assenza. È una traccia. Perché dentro la storia della prima Repubblica la presenza di Sindona è tutt'altro che marginale. È interlocutore del Vaticano, riferimento per settori decisivi della Democrazia cristiana a cominciare proprio dalla corrente andreottiana. Sindona è snodo tra finanza italiana e americana, protagonista di una stagione in cui economia, politica e relazioni internazionali si intrecciano in modo sempre più stretto. La sua parabola, come viene ricostruita efficacemente da Marco Magnani in Sindona. Biografia degli anni Settanta, non è affatto una vicenda laterale dentro la storia di quegli anni. Al contrario: è uno dei tratti di maggiore connotazione che attraversano il sistema di potere della Prima Repubblica. Forse proprio per questo celarlo è azione significativa. Poiché il potere, quando agisce nei suoi punti più cruciali, preferisce il silenzio. Evita di lasciare tracce dirette. Le relazioni si costruiscono, le decisioni si prendono, le responsabilità si distribuiscono, ma la memoria documentaria si arresta. Sindona, e il sistema finanziario occulto, inquinato e alla fine apertamente delinquenziale che scaturisce dal suo frenetico operare, è presente dappertutto, tra i primi anni Sessanta e la fine dei Settanta, dentro la vertiginosa architettura che collega banche e politica, Vaticano e finanza occulta, establishment e criminalità. E tuttavia, a posteriori, il suo operato dovrebbe stare relegato, quando va bene, alle pagine di cronaca nera della nostra memoria nazionale.
Il libro di Magnani ha il merito invece di riportarlo al centro, con uno sguardo che non è esterno. La formazione dell'autore dentro un'istituzione severa come la Banca d'Italia, dove è stato tra l’altro viceresponsabile del Servizio studi, si traduce in una conoscenza precisa dei meccanismi che descrive. Non c’è compiacimento narrativo, ma ricostruzione puntuale delle operazioni, dei contesti, dei passaggi che segnano l’ascesa e la caduta del finanziere siciliano.
Questa ascesa inizia nel dopoguerra, quando Sindona, commercialista arrivato a Milano da Messina, proveniente da una famiglia modesta (il padre è fioraio, specializzato in corone funebri), intercetta una domanda precisa: la gestione e la protezione – soprattutto dal Fisco – dei capitali di una borghesia imprenditoriale inquieta. Sono gli anni del boom economico, ma anche della paura che pervade i benestanti. L’ipotesi di riforme, l’apertura al centro-sinistra, l’idea che lo Stato possa intervenire sugli assetti consolidati del possesso e della ricchezza, producono una reazione difensiva. È in questo spazio che Sindona costruisce la propria fortuna, offrendo soluzioni sempre più sofisticate per eludere tasse, esportare capitali, costituire patrimoni all’estero. Un contesto, quella della grande fuga dei capitali oltre frontiera, e di tutti i protagonisti e comprimari che in quegli anni vi si affollano e vi operano, che sarebbe degno di una rigorosa ricostruzione, da condurre col ritmo di un thriller finanziario. Ma è un capitolo della nostra storia, e del nostro carattere nazionale, assai scomodo. Non a caso tuttora mancante.
Dentro questa storia che ancora manca Sindona si ritaglia un ruolo da assoluto protagonista. Prima ancora che un criminale operante come "colletto bianco" addetto a riciclare soldi, si presenta alla grande borghesia milanese in fuga dal fisco come un provvidenziale facilitatore. Uno che risponde a un bisogno diffuso, rendendolo tecnicamente praticabile. La sua abilità non è soltanto nell’intuizione finanziaria, ma nella capacità di incrociare interessi diversi, di metterli in relazione, di trasformarli in operazioni routinarie. Magnani insiste su questo punto, e a ragione. Sindona è un pioniere, nel senso che coglie con anticipo le opportunità offerte da un contesto finanziario internazionale in trasformazione. Mentre il sistema bancario italiano resta relativamente chiuso, dominato dalla presenza pubblica e poco esposto alla concorrenza, lui si muove su scala più ampia, sfruttando asimmetrie normative, costruendo reti tra Italia e Stati Uniti, entrando in relazione con il Vaticano nel momento in cui l’Istituto per le Opere di Religione ridefinisce le proprie strategie finanziarie dopo il Concilio.

È qui che la sua traiettoria si intreccia con il cuore del potere. In Italia trova protezione politica, in particolare nell’area che fa capo ad Andreotti, che nel 1973 lo definisce un “salvatore della lira”. Negli Stati Uniti viene celebrato come "uomo dell’anno". Il suo sistema cresce, si espande, acquisisce istituti di credito, si espone sempre di più sulla pubblica ribalta.
E tuttavia, questo riconoscimento della sua cruciale funzione resta incompleto. Sindona – pur intrattenendo rapporti diretti con i Marinotti, i Faina, i Valerio (vale a dire il Gotha del capitalismo meneghino, vertici di imprese allora poderose come la Snia, la Montecatini, la Edison) – non entra mai davvero nel “club”, nel circolo ristretto di chi conta davvero. È utilizzato, ma non integrato. Rimane un parvenu, troppo utile ed efficace per essere respinto, troppo ingombrante per essere riconosciuto e accolto pienamente. È in questa ambiguità che si prepara la sua caduta.
Il passaggio decisivo avviene a metà degli anni Settanta. Nel 1974 il fallimento della Franklin National Bank, istituto di credito di primaria importanza da lui acquisito in precedenza, rappresenta il più grande crack bancario negli Stati Uniti prima di quello della Lehman Brothers nel 2008. La crisi diventa internazionale, la sua posizione si indebolisce, le indagini si moltiplicano. Nel 1979 la giustizia americana lo incrimina, l’anno successivo lo condanna a venticinque anni di carcere.
In Italia, nello stesso periodo, esplode il dissesto della Banca Privata Italiana, uno dei tanti istituti bancari entrati nell'orbita di Sindona. Ma ciò che colpisce, nella ricostruzione di Magnani, non è solo la crisi di Sindona. È la reazione del sistema che fa baluardo nell'ostacolare l'azione ispettiva e di controllo che finalmente la Banca d'Italia, passata sotto il timone del nuovo governatore Paolo Baffi, affiancato dal suo stretto collaboratore Mario Sarcinelli, esercita sulle praterie finanziarie dove Sindona ha potuto, per anni, scorrazzare liberamente. Paradossalmente la giustificata severità dei controllori viene messa nel mirino dal potere che, sia nel governo sia nei vertici del sistema finanziario, teme il ribaltamento dello status quo. Così, nel marzo del 1979, l’azione giudiziaria si concentra non sulla finanza d'assalto ma su chi intende disciplinarla e introdurvi trasparenza e legalità. Il governatore della Banca d’Italia Paolo Baffi e il suo vice Mario Sarcinelli vengono incriminati da una magistratura romana che si inchina, a volte addirittura precede i desiderata che provengono dai Palazzi del potere.
È un passaggio, quello dell'assalto ai vertici della Banca d'Italia ben ricostruito nel libro di Beniamino Picone già qui recensito. Un'azione che segnala uno slittamento profondo: la crisi non investe soltanto chi ha operato ai margini, ma anche chi tenta di introdurre, in nome del buon governo e del rispetto della legalità, un nuovo modo di operare dentro quella realtà che Paolo Baffi definisce "«i santuari del malcostume e delle confraternite». In questo contesto emerge la figura di Giorgio Ambrosoli, nominato liquidatore della BPI (la Banca Privata Italiana) che le fraudolente operazioni sindoniane hanno affondato. Ambrosoli non è un eroe nel senso retorico, ma un professionista con un fortissimo senso civico e una cristallina cultura della responsabilità. Pur percependo la crescente ostilità che il suo agire provoca in chi davvero conta (Andreotti, a posteriori, dirà che Ambrosoli, la sua tragica fine, se l'è andata a cercare), vuole adempiere al suo compito. È proprio questa sua esplicita connotazione a renderlo bersaglio della rappresaglia sindoniana. Orchestrata attraverso l'impiego di killer forniti dalla mafia italo-americana. L'assassinio di Ambrosoli, nell’estate del 1979, segna il netto crinale in cui la vicenda Sindona oltrepassa i confini della delinquenza finanziaria e assume i contorni tragici di una vicenda, politica e criminale, gravissima, che si staglia pesantemente sul Paese e su chi lo governa.
La lettura della prefazione di Gotor introduce, su questo snodo, un elemento ulteriore e problematico. L’idea di un passaggio di consegne tra Sindona e il sistema che ruota attorno a Licio Gelli e a Roberto Calvi, il dominus dell'Ambrosiano, l'istituto di credito che domina la finanza milanese e fa da perno a tutta la galassia bancaria cattolica. Lo spunto di Gotor suggerisce una continuità che però non viene chiarita fino in fondo. Se i capitali mafiosi affidati a Sindona sono stati in larga parte dispersi nei suoi colossali naufragi bancari e speculativi, che cosa si trasferisce realmente? Più che un passaggio lineare, sembra delinearsi un processo di riorganizzazione, in cui il denaro non scompare ma cambia circuito, intermediari, protezioni. È qui che la biografia individuale mostra il suo limite. Perché la parabola di Sindona, per quanto esemplare, non basta a spiegare il sistema che la produce.
Lo si capisce anche da un altro elemento messo in luce da Magnani: il carattere non sistemico della sua crisi. Il suo crollo non innesca una recessione, non produce effetti macroeconomici paragonabili ad altri grandi fallimenti bancari. Il sistema tiene. Ma è proprio questa tenuta a porre un interrogativo. Non segnala forse la capacità del sistema stesso di assorbire il rischio, isolandolo e scaricandolo su una singola figura, senza metterne in discussione i presupposti?
A distanza di anni, una osservazione di Beniamino Andrea Piccone, che riprende una lettera del 1983 di Baffi a Luigi Spaventa, offre una chiave di lettura interessante. Baffi auspicava che il clamore degli scandali potesse avere un effetto risanatore. Gli scandali ci sono stati, e di enorme portata. Ma il loro effetto, se li si osserva a posteriori, è rimasto limitato, spesso confinato alla caduta dei singoli protagonisti.
È qui che la vicenda di Sindona si apre a una lettura comparativa che sarebbe quanto mai necessaria ma che, ancora una volta, manca in modo esaustivo e rigoroso. Non per sommare casi, ma per riconoscere una costante. Sindona, Calvi, Raul Gardini: tre traiettorie diverse, distribuite lungo diversi decenni – dai primi anni Sessanta sino all'inizio degli anni Novanta – ma riconducibili a uno schema ricorrente. Ascesa rapida, concentrazione di potere, opacità crescente, caduta tragica dei protagonisti. E, attorno, un sistema che prima favorisce, poi tollera, infine scarica.
Il tratto comune non è l’eccezionalità, ma la ripetizione. La tendenza alla sclerotizzazione del potere attorno a figure dominanti, accentratrici e prevaricatrici, capaci di concentrare relazioni e decisioni, riducendo il pluralismo interno. È qui che il capitalismo di relazione mostra il suo lato più fragile: non nell’eccesso di conflitto, ma nella sua assenza.
Il confronto, inevitabile, è con un modello diverso, incarnato da Raffaele Mattioli alla guida della Banca Commerciale Italiana, dove il dissenso non era un intralcio ma una risorsa. “Perché dovrei pagare un altro che la pensi come me?”, diceva Mattioli, secondo una testimonianza di Riccardo Bacchelli, ospite abituale dell'abitazione di via Bigli dove il timoniere dell'istituto di piazza della Scala mescolava esperienze e culture quanto mai antitetiche. Non un principio astratto, quello di Mattioli, ma una pratica che continua a mancare dentro i nostri Palazzi del potere: costruire decisioni attraverso il confronto, non attraverso l’allineamento degli "yes-man".
Letta da questa prospettiva, la storia di Sindona non è solo la biografia di un finanziere degli anni Settanta. È la manifestazione di una modalità costante. Di una forma impressa nella storia del nostro Paese che si ripete, adattandosi ai contesti, cambiando protagonisti, ma mantenendo intatta la logica di fondo. Se il clamore degli scandali non ha prodotto il risanamento auspicato da Baffi, è forse perché ha colpito gli uomini, non le condizioni che ne avevano favorito l’ascesa. È questo che rende ancora attuale la vicenda di Sindona. Non come un accadimento da archiviare, ma come una modalità da riconoscere. Così da opporvi i necessari antidoti.