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(31 risultati)

Ritorno nell’Impero dei segni / Giappone: riti contro la fine della storia

La prima volta che mi capitò di leggere le riflessioni di un filosofo occidentale sul Giappone fu per me un’autentica folgorazione intellettuale. Si trattava di Alexandre Kojève, quello che più tardi verrà definito da Antonio Gnoli il “maestro occulto del ‘900”: nato in Russia ma naturalizzato francese, nipote di Kandinskij, laureato in lingue esotiche come il cinese, il tibetano, il sanscrito, esperto di Hegel e Kant, oltre che di fisica, combattente per la Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, probabile agente del KGB.   Kojève aveva raccolto attorno a sé, alla metà degli anni ’30 uno sparuto manipolo di studenti, che a Parigi ascoltavano con cadenza regolare le sue lezioni: Jacques Lacan, Georges Bataille, Raymond Queneau (per fare solo tre nomi) erano tra gli uditori più assidui. Tra le molte, audacissime teorie che Kojève sviluppò – ereditando avventurosamente la cattedra dallo storico della scienza Koyré – negli anni parigini c’era quella sulla “fine della storia”, formulata in due geniali note a piè di pagina nella sua Introduzione alla lettura di Hegel. Secondo Kojève la storia era finita. Se la storia era, infatti, come sosteneva Hegel, la storia del...

Lingua madre / Agi Mishol. In volo

«La scrittura è la più tortuosa delle vie / per ricevere amore», è farsi spazio tra le rovine del passato, farsi strada, vicolo, sentiero, «è chinarsi sulle parole / finché non si trasformano in porta / e allora farvi irruzione».   Agi Mishol è una delle più note poetesse israeliane, autrice di sedici raccolte tradotte in molte lingue e vincitrice di diversi premi, tra cui, nel 2014, l'italianissimo Lerici Pea alla Carriera. Nello stesso anno le è stato assegnato un dottorato onorario (Dottore Philosophiae Honoris Causa) dall’università di Tel Aviv “in riconoscimento della sua posizione come uno dei più importanti e amati poeti di Israele [e] del suo immenso contributo all’arricchimento della cultura israeliana“. Dal 2011 insegna presso la Scuola di Poesia Helicon a Tel Aviv, dove tiene anche laboratori di scrittura creativa. Nata a Cehu Silvaniei, in Transilvania, «da una fossetta della morte», da una madre sopravvissuta ad Auschwitz e un padre scampato ai campi di lavoro, Mishol fu la prima bambina della sua città venuta al mondo dopo la Shoah, simbolo di una resistenza, di una vita possibile anche dopo l'orrore, di un nuovo inizio da scrivere.   Da scrivere in una...

Sfidare il linguaggio / Clarice Lispector. La parola materica

“È con un’allegria così profonda. È un tale alleluia” (9). L’inizio è allegro, e il canale aperto è quello del desiderio, in un perimetro senza tempo né forma: c’è solo la materia, quella ruvida del tocco, dello slittamento, dell’attraversamento di faglie scoscese. Il libro di Clarice Lispector, Acqua Viva (1973), tradotto in italiano e pubblicato per la prima volta da Adelphi nel 2017, incede per movimenti progressivi che sgretolano la funzione significante della parola e celebrano l’eulogia del suo effetto materico. Acqua Viva è un corpo a corpo con la parola, da una posizione sofferta e obliqua, che della parola mostra la relazione con il corpo e il tatto, anziché il segno e il significato. È per questo che, in una delle prime mosse audaci di questa lotta energica, Lispector sconfessa il rapporto di privilegio tra parola e udito: “Mi accorgo che non ti ho mai detto come ascolto la musica… appoggio leggermente la mano sul giradischi e la mano vibra trasmettendo onde a tutto il corpo” (11). L’udito, creduto a lungo il destinatario d’elezione della parola, è la prima delle vittime designate, che lascia il passo a un sentire tutto corporeo – un corpo che è campo di...

Voce non bella né di suono né di senso / Il grammatico si è detto "linguista"

“Cerusico”: chi l’ha più sentito dire? E “speziale”? “Passa a prendermi un’aspirina dallo speziale, per favore”: suvvia! Ecco due nomi di mestieri usciti dall’uso. Non ne sono però usciti perché i mestieri che designano sono scomparsi. Questo è il caso, si ponga, di “carbonaio” o di “lavandaia”. In futuro sarà forse il caso di “bancario”. Persino di “giornalista”...   “Speziale” e “cerusico” designano invece mestieri che esistono ancora e prosperano, solo che nessuno li chiama più così. E c’è il sospetto che, per esempio, sopra “cerusico” si sia ormai stesa l’ombra di un tabù. Dare del “cerusico” al chirurgo che si prepara a praticarvi una prostatectomia potrebbe infatti guastarvi con lui, quasi si trattasse di un insulto.   Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp, 1632.  “Grammatico” rischia oggi di procedere sulla stessa strada di “cerusico”. Certo, come parola è diventata rara. Il mestiere di grammatico non è però scomparso né sono svaniti i grammatici (perdoni il maschile generico chi è sensibile alla faccenda: in questo caso, non si sa proprio come cavarsela meglio). Grammatici ne circolano a iosa, oggi, e fuori dei loro tradizionali recinti....

Il vero e il finto per tratteggiare il falso / L’etimo del superstite e l’arrivo di Saturno

Sovrastare   La condizione del debilitato è la debilitazione; la condizione del distratto è la distrazione; la condizione del separato è la separazione. Possiamo concludere forse che la condizione del superstite sia la superstizione? Se la risposta fosse, pienamente, «no» si tratterebbe di un puro gioco con le parole, perché è appunto dei giochi con le parole accostarle per somiglianze non dovute a una reale familiarità di etimo. Ma anche se il lessico contemporaneo non ce lo lascerebbe sospettare, fra superstite e superstizione un rapporto c'è. Lo si impara nelle ultime tre pagine (494-496) di una vasta opera di erudizione, la cui edizione italiana è per fortuna ancora ristampata nella Pbe Einaudi: il Vocabolario delle istituzioni indoeuropee di Émile Benveniste, linguista, filologo e fondatore della semiotica (che a lui deve l'introduzione della fondamentale problematica dell'enunciazione, la proiezione della persona nel linguaggio; un'antologia dei suoi scritti è stata raccolta e introdotta da Paolo Fabbri nel volume Essere di parola. Semantica, soggettività, cultura, Bruno Mondadori, Milano 2009).   Le mosse di Benveniste a proposito del superstite sono tre. La...

Non avere paura, mettere paura / «Paventare» si è spostato

«Le opposizioni paventano la crisi di governo». La temono o invece la annunciano, la minacciano, la prospettano, la ventilano, la preparano, in fondo la auspicano? La seconda interpretazione è più logica, ma quella linguisticamente corretta è la prima. Ebbene? La lingua cambia e non bisognerebbe patire troppo le distorsioni linguistiche altrui, per non cadere nella Sindrome di Palombella Rossa e finire per prendere a schiaffi inermi giornaliste e urlare: «Le parole sono importanti!» (due reazioni, quale più, quale meno, sicuramente esagerate).   Sul caso di «paventare» converrà predisporsi alla rassegnazione: i vocabolari non registrano ancora questa nuova accezione, ma lo faranno presto – che lo si paventi o meno. Si tratta però di un caso tutt’altro che banale. Il verbo significa propriamente «temere» e, con lieve estensione, «prevedere qualcosa di temibile». Cassandra paventa, paventa fortemente. Ma Cassandra sa, per dono degli dèi, dice e non viene ascoltata. Invece oggi chi paventa viene ascoltato, anche se più di tanto non può sapere. Il significato di «paventare» è così piano piano scivolato fino ad arrivare su un terreno che è il suo, cioè fino a significare non più...

La lingua del Paradiso / Adamo ed Eco

Chi vuole accostarsi alla lingua senza pregiudizi e con il desiderio di capirci qualcosa trova una fiera resistenza nel senso comune dei dotti. La lingua vi ha infatti un gran rilievo ed è tema di molte idee ricevute. Non solo tra profani che son dotti perché praticano dottamente altre contrade dell'umano, ma anche tra dotti specifici. Del resto, quando è questione della lingua, una distinzione tra profani e specialisti è già essa stessa un'idea ricevuta. In proposito vale un criterio aureo. Sulla lingua, provare a capire ciò che fa chi la parla è in linea di massima più ragionevole che provare a capire le speculazioni che la riguardano (questa inclusa). Sempre che si sia sufficientemente magnanimi, per dirla col Dante del Convivio, da intendere ciò che fa chi la parla. La faccenda è spinosa, però, e non è nemmeno quella di cui qui si vuole dire. La si toccherà, caso mai, un'altra volta.    Tra le idee ricevute sulla lingua ce n'è una, generalissima e di gran peso, le cui radici stanno addirittura nella Bibbia: “Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di bestie selvatiche e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo, per vedere come li avrebbe chiamati...

Usi e abusi linguistici / “Vel” o “aut”: la verità, vi prego, sul “piuttosto che”

All'Anagrafe, per una nascita: “Femmina o maschio?”. Un corno dell'alternativa esclude l'altro. Oggi, il quadretto familiare si completa poi a piacere: “Mamma e papà o due mamme o due papà”. “O” è una ben strana parolina. Disgiunge, certo, ma in due modi differenti: in modo esclusivo o no. Una forma, due valori diversi. Non va così dappertutto. Non è sempre andata così. Si cambia lingua e va diversamente. Non è necessario viaggiare nello spazio, basta farlo nel tempo. In latino non andava come oggi in italiano. Per farla semplice, ciascun tipo di disgiunzione aveva una forma appropriata. “Aut” per l'esclusiva. “Vel” per l'altra. Quindi, per intendersi, “F aut M” ma “mamma e papà vel due mamme vel due papà”.    Per il latino, a un certo punto, le cose si misero al peggio. Ci si avviò, tra l'altro, verso l'italiano. La disgiunzione italiana “o” viene da “aut”. E “vel”? Perduta nella catastrofe. Si disse “aut” anche quando si sarebbe dovuto dire “vel”. A farlo, fu gente rozza ma di mondo, di tendenza. Forse qualcuno se ne scandalizzò. “Aut” ovunque, che orrore! Poi, si lasciò perdere. Contro un andazzo non si può andare.    Per secoli, avanti così,...

Poesia. Lengàs dai frus di sera

"Na greva viola viva a savarièa vuei Vinars..." (No, tas, sin a Ciasarsa: jot li ciasis e i tìnars   lens ch'a trimin tal rìul.) "Na viola a savarièa..." (Se i sìntiu? a son li sèis; un aunàr al si plea   sot na vampa di aria.) "Na viola a vif bessola..." Na viola: la me muàrt? Sintànsi cà parsora   di na sofa e pensan. "Na viola, ahi, a cianta..." Chej sìgus di sinisa i sint sot chista planta,   strinzimmi cuntra il stomi massa vif il vistìt. "Dispeàda la viola par dut il mond a rit..."   A è ora ch'i recuardi chej sigus ch'a revochin da I'orizont azùr c'un sunsùr ch'al mi inciòca.   «L'azur...» peràula crota, bessola tal silensi dal sèil. Sin a Ciasarsa, a son sèis bos, m'impensi...   Traduzione: «Una greve viola viva vaneggia oggi venerdì...» (No, taci, siamo a Casarsa: guarda le case e i teneri alberi the tremano sul fosso.) «Una viola vaneggia...» (Cosa sento...

La bici nella cyclette. Gli affettati

A volte ci si sente un po’ come l’Ohio, lo stato americano che nelle elezioni fa da specchio della nazione intera (As Ohio goes, so goes the nation, dicono in USA), perché sembra di intercettare ed esprimere la sensibilità generale, di provare quello che tutti dovrebbero provare. Naturalmente non è vero, ma è come se di fronte a certi comportamenti succedesse. L’enfasi, per esempio, di un atteggiamento affettato, penso sempre tra me, non può non infastidire. Da piccolo pensavo che gli affettati fossero i salumi che mia madre comprava per i panini di noi bambini (a me piaceva tantissimo il profumo della mortadella). Ci è voluto un bel po’ prima che la parola affettato si riferisse anche a un individuo non spontaneo e insincero. E comunque, anche prima di questo arricchimento semantico, a me non erano mai piaciuti i bambini un po’ spacconi e sempre in recita. E, cambiate le situazioni, ancora oggi non mi piace l’affettazione, perché mi pare che se ne possa fare a meno.   Perché si dovrebbe accettare di parlare con delle messe-in-scena, con persone che si aggrappano a una loro...

Campioni # 9: Mariella Mehr

Steinatem, er gefriert zur Niemandslandstille.   Kein Gedankenschatten, unverrückbar hält hier Wache und lauscht.   Obwohl, es könnte ein Vogel schüchtern das Singen lernen.   21.11.07   Respiro di pietra si gela e diventa silenzio della terra di nessuno   Non un’ombra di pensiero, irremovibile sta di guardia qui e tende l’orecchio   Eppure un uccello potrebbe imparare timidamente a cantare   21.11.07   da Ead., Ognuno incatenato alla sua ora. 1983-2014, a cura di Anna Ruchat, «Collezione di poesia» Einaudi, settembre 2014, pp. IX-163, € 13.50, pp. 150-151    #01   Il dolore spezza. È una sillaba: Schmerz. È stigma di una lacerazione che pure apre alla poesia, apre la poesia – verso l’altro, verso la lingua balbettante di chi radicalmente convive, consiste, con il proprio sperdimento. Tremando a margine d’una vita, inerme, la lingua, stele di ogni conforto, di ogni commiato, si raduna accanto agli assenti...

Il Cupiello di Latella: un altro Natale

È uno strano tempo, questo, per il nostro teatro. Proprio nel momento in cui si sospettava definitivamente conclusa la grande avventura novecentesca del teatro di regia (e si cominciava infatti a parlare di post-regia), sui palcoscenici italiani si affacciano negli ultimi mesi spettacoli radicali e dirompenti, belli e importanti, che proprio a quell'area – e alla sua tradizione, critica, tutta italiana – si possono in qualche modo far risalire. La misuratissima Alcesti di Massimiliano Civica (un'intervista di Massimo Marino e la recensione di Attilio Scarpellini), il Macbeth potente di Chiara Guidi (di nuovo in un bell'articolo di Scarpellini), il viaggio del Teatro delle Albe nella Vita agli arresti di Aung San Suu Kyi (recensione di Rossella Menna).   Sono lavori – molti dei quali hanno trovato spazio su doppiozero – diversi e forti della propria specificità, che però nel complesso rilanciano la sfida di quella linea genealogica che rimanda piuttosto direttamente allo scarto prodotto in Italia, a inizio del secolo scorso, fra i tentativi (a volte forzati) di importare una logica di lavoro teatrale di respiro...

La compassione tra tenerezza e crudeltà

La compassione può creare a una serie di considerazioni, ce n'è da scrivere un libro, un'enciclopedia. Ecco un elenco nominativo parziale: commiserazione, pietà, amore, comprensione, condivisione, empatia, simpatia, antipatia, intropatia, nirvana, misericordia. È il sentimento che proviamo nella lettura di Ettore e Andromaca, oppure nel racconto del sogno delle oche di Penelope al mendico che copre le spoglie di Ulisse; è la condizione che descrive Aristotele nella Poetica quando, unica volta nel testo, usa il termine catarsi; è la virtù quotidiana di Enea che porta il padre Anchise, sulla spalla sinistra, e il figlioletto Ascanio in salvo, o la vicenda della disobbedienza di Eros alla madre, per amare Psiche. Via via, fino alla letteratura romantica, e poi ancora la pietra dello scandalo nella controversia Nietzsche/Wagner riguardo a Schopenhauer.   Non siamo certi che questo sentimento, così come lo descriviamo noi contemporanei sia il medesimo. Non siamo neppure certi che le parole che usiamo per descrivere questi sentimenti corrispondano, in ognuno di noi, al medesimo. La compassione non è solo...

Ludus, realtà e mondo: Julio Cortázar (1914 – 2014)

A quanti hanno letto Julio Cortázar (e anche a chi non lo abbia fatto ancora) le celebrazioni di questi giorni del centenario di un cronopio con corpo da gigante e faccia da bambino, sembrano più una delle tante diafane invenzioni di qualche suo famas. Non solo perché è ormai probabile che si trovi nell’angustioso regno degli uomini, la qual cosa potrebbe provocare l’esplosione di una nube verde, ma per quell’ingrediente in più che l’humour degli argentini portegni hanno che gli permette di prendere in giro se stessi e superare di cinque lunghezze quello degli inglesi. Humour nero, nero-nero, quello dei portegni, pieno di luci e così trasparente che gli permette, come a cronopioCortázar, oltre a duplicare il suo fascino personale e triplicare il potere di seduzione delle sue fantasticherie, di inventare la loro stessa morte e di indire le celebrazioni del centenario, di questo vivo e ammirevole fantasista delle lettere mondiali contemporanee.   Ieri, con Juliofama, redattore di uno dei capitoli di quella grande finzione spuria e meticcia chiamata per imposizione spagnola Nuovo Mondo (come se fossimo...

Lo giuro

Nessun rimorso, dice il brief. E prosegue: Raccontate a Doppiozero le vostre storie di azzardo, di rischio. Nel momento in cui, al principio di questo articolo, adopero la parola brief, subito me ne pento. Lemma troppo feriale, screditato dall'uso storpiato che ne fece a suo tempo Nicole Minetti (brieffare), rubato al business english e poi trascinato in contesti d'uso impropri, secondo un borioso utilizzo dell'anglismo che circola qui a Milano. Ma soprattutto questa circostanza mi è prova di come un piccolo pentimento, e un minuscolo rimorso, siano presenti ogni istante, mimetizzati nei fluidi del pensiero.   Qual è stata la volta in cui, invece, non mi sono per nulla pentito di qualcosa che ho fatto? E c'è qualcosa che ho fatto di cui possa sentirmi addirittura or-go-gli-oso? Si sono verificati nella mia biografia eventi noti, episodi che hanno trasgredito le regole, ma hanno permesso un cambiamento positivo? La risposta è sì ed è custodita dentro un periodo della vita che risale ormai a molti anni fa. Primi anni '90. Un postino, un giorno, mi recapitò un rettangolino di cartone. Color verde acquamarina...

Viaggiare in un armadio Ikea

Ci sono libri che incuriosiscono per via della loro storia editoriale, per il successo imprevedibile che hanno riscosso. Un autore esordiente, dalla biografia stravagante – è stato dj, assistente di volo e illusionista –, un’idea spassosa e senza pretese, la vicenda di un piccolo editore al quale esplode in mano un bestseller da più di 300.000 copie, i cui diritti sono poi stati venduti in tutto il mondo.   Sia chiaro, non c’è niente di male nel fatto che un libro diventi un fenomeno di costume. Al contrario. La cosa che stupisce di Romain Puértolas, un francese del Sud con origini spagnole, e del suo L’incredibile viaggio del fachiro che restò chiuso in un armadio Ikea (Einaudi, 2014) è che sia riuscito a mettere d’accordo pubblico e critica, anzitutto in Francia. Si è parlato di libertà assoluta, di lingua fantasiosa, di dialoghi degni dei più abili sceneggiatori, di un’ironia di cui si sentiva il bisogno.   Le peregrinazioni di Ajatashatru Lavash Patel che viaggia dall’India verso l’Europa per acquistare un letto di chiodi Ikea, ultimo modello,...

Delhi o della casella vuota

L’ignoranza della propria storia è un prerequisito per il patriottismo (Raza Rumi, Delhi by Heart)   L’occasione è finalmente arrivata, dopo tanto girovagare nel nord del subcontinente indiano ricevo un invito per la casella vuota della mia geografia culturale ed emozionale del sudasia, Delhi.   La mitica citta di Indra o Indraprastha contiene in se’ più di una decina di capitali Dhili, Mehrauli, Siri, Tughluqabad, Jahanpanah, Ferozabad, Dinpanah, Lodi (l’apice del sultanato), Shahjahanabad, e la Delhi coloniale. In che direzione muovere i miei primi passi incerti? Cerco una guida e la trovo in Raza Rumi, intellettuale, giornalista, coraggioso difensore di un Pakistan secolare e inclusivo, e raffinato culture di poesia Urdu e della tradizione Sufi – come si intuisce dal suo nom de plume,  Rumi,  come il grande poeta persiano. Raza ha da poco pubblicato il suo primo libro “Delhi by heart. Impressions of a Pakistani traveller” che, nonostante quanto possa evocare il titolo, tutto è tranne che una guida turistica o un risentito e noioso diario di viaggio su un paese ‘nemico’....

Thomas Bernhard. Goethe muore

In fin dei conti perché piace Bernhard? Perché non annoia mai a dispetto delle somiglianze dei temi e una continuità che sfiora l’uniformità nel modo di narrare? Perché è implacabile. Feroce e insieme divertente. Una volta individuata la preda, la pedina, la insegue, la accerchia, la scruta da ogni angolo e nelle più diverse occorrenze, ne esamina ogni possibile effetto e soprattutto ogni causa fino a quando ha individuato la scaturigine, che a sua volta subisce lo stesso trattamento; e poi la agguanta, se ne trastulla tra le grinfie come un gatto, e infine la morde, la mastica lentamente, rigira in bocca il bolo per succhiarne ogni sostanza, e poi lo sputa, disgustato. La preda appartiene a poche specie, imparentate tra di loro tanto da risultare spesso indistinguibili, il metodo è ricorrente, gli ambienti e i personaggi molto simili, eppure, una volta entrati nel gioco, non si riesce più a staccarsene fino a che non si è esalato, con l’ultima parola, l’ultimo respiro (che è anche il titolo di un suo libro autobiografico). Uso la parola apposta. Il respiro, il ritmo della...

Pechino. I love you

Pechino. Giungono dall’Italia notizie allarmate circa l’assenza d’amore in Cina. È stata infatti ripresa da quotidiani importanti una notiziola pubblicata da “China Daily” (edizione cinese) circa un sondaggio recente che evidenzierebbe la totale incapacità tra cinesi, siano essi coppie o parenti, fidanzate o madri, figli o mariti, di dirsi la fatidica frase: ti amo. L’articolo di China Daily è stato ovviamente commentato su Weibo (il Twitter locale) da centinaia di migliaia di utenti (sono trecento milioni e passa gli utilizzatori in Cina): facile far numero, nel Regno di Mezzo dove vive un umano su cinque. La notiziola, come sempre sui nostri media, monta come la panna: buona per raccontare una storia che non esiste, ma che già stava nelle corde di qualunque utente o telespettatore o internauta: un archetipo universale: averci una pietra al posto del cuore!   Quando mi giunge la notizia dall’Italia sobbalzo: oibò! Avevo su un bel cd di Faye Wang, che, m’han spiegato, canta quasi solo d’amore: un suo brano titola in inglese: Because of Love. E so peraltro che il pop cinese viene...

Aldo Busi. El especialista de Barcelona

“Sedetevi da soli” direbbe Italo Calvino, spegnete la televisione e aprite El especialista de Barcelona (Dalai Editore, pp. 373, euro 19) perché le sue pagine meritano attenzione, chiedono di essere lette e rilette, con calma, in silenzio, così da poter ascoltare il dialogo tra uno scrittore e una foglia di platano nel cuore pulsante di Barcellona.   Lo scrittore è Aldo Busi da Montichiari-Munticiàr, che tiene avvinghiato il lettore alla sua scrittura come i due giovani sconosciuti che ballano nella scena finale del libro: lo stringe con vigore mentre gira fra personaggi dalle genealogie instabili, ruotando per pagine e pagine, con gli occhi rivolti all’inafferrabile Hada Espejismo, la virtuosa della “falsíta”, meccanismo di piacere e strategia narrativa o allo sventurato Sancho Maria Todabierta, el especialista, immerso nella ricerca di un’identità che non riesce a trovare una forma stabile. Proprio come la trama, che in questo libro balla e traballa, si arresta e riparte, una galassia di sortilegi e miraggi di cui si cerca disperatamente il centro, che scivola lontano come la passante di...

Vancouver, provincia di Londra, Svizzera

Girando per le strade di Vancouver in compagnia di Umberta Telfener – gli unici due italiani laggiù in questa stagione – abbiamo apprezzato la posizione paesaggistica. Dopo un po’ ci è venuta in mente la Svizzera. Se la Svizzera fosse un canottino gonfiabile, ci s’immagini di gonfiarlo e gonfiarlo, fino a farlo diventare enorme. Hai fatto il Canadà. Dove, a differenza di quanto si canta, di case ce n’è ma sono enormi e non c’è proprio niente di piccolino.   Escursione il giorno prima del congresso. Si perde un po’ di tempo e si prende un ferry che porta dall’altra parte – in Canadà c’è sempre un’altra parte ancor più bella – una delle insenature. Arriviamo a Gibson, come la chitarra elettrica di Neil Young.     Centoventi abitanti? Duecento? Una locanda, come quelle dei film dei fratelli Cohen. Ti aspetti che da un momento all’altro entri il cattivone con la monetina. Un birra e due polpettine di granchio (piccoline!) 20 dollari. Poi si torna, ma Umberta è inguaribilmente curiosa. Essendo che è romana (...

In cerca dei nuovi narratori cinesi

Molto si muove sotto i cieli della Cina. L’impressione è quella di essere alle soglie di una stagione foriera di sorprese. Eppure trovare i nuovi autori forti da proporre al pubblico europeo ancora non è facile. Gli editori occidentali se ne sono lamentati a lungo, in questi anni, a cavallo delle ospitate cinesi a Francoforte e, l’aprile scorso, a Londra. Non in pubblico, ma in privato, si dice: I cinesi non hanno qualità: quando nasceranno le nuove stelle del panorama letterario locale?   Il paese più grande del mondo, la lingua più parlata del globo: ma i nomi che sono arrivati sugli scaffali in questi tre decenni (diciamo dalla fioritura culturale della metà anni ‘80 in poi, cioè dalle prime timide aperture di Deng Tsiao Ping) sono molto spesso nomi di autori in esilio (il premio nobel Gao XinJian su tutti, o Ma Jian, o l’apprezzatissimo - in Italia - Qiu Xiao Long. Gli scrittori che hanno scelto di vivere in Cina, e quindi forzatamente di ammorbidire la propria proposta culturale per renderla digeribile alla censura, non hanno lasciato indelebile traccia nei cuori dei nostri lettori:  Mo...

Uwe Pörksen. Parole di plastica

La prima domanda che ci si si pone, leggendo questo saggio di Pörksen, pubblicato ora in edizione italiana dall’editore Textus, ma scritto nel 1988, quando ancora esisteva il muro di Berlino, è come possa un pamphlet sulle degenerazioni della lingua del proprio tempo conservare un potere diagnostico e addirittura un valore predittivo tanto efficaci da sembrare scritto oggi. Se da allora il mondo è radicalmente cambiato non sono forse anche cambiate le parole che lo esprimono? La ragione della sorprendente attualità di questo libro sta nell’individuazione di un processo che ha avuto inizio con l’avvento della Modernità, ha interessato in forme diverse l’Ottocento e il Novecento ed è destinato a dispiegare i suoi effetti peggiori nei decenni a venire. Un processo che potremmo chiamare di lenta e perdurante disumanizzazione, dovuto alla perdita della ricchezza delle relazioni umane, che da sempre si riflettono nella varietà semantica delle parole della lingua discorsiva. Un impoverimento che ha avuto inizio con la nascita degli stati nazionali, che “sfoltiscono le lingue” e che si rivelano come...

Michela Marzano. Volevo essere una farfalla

Sono stata a Sarzana al Festival della Mente, prima, e a Milano, alla Feltrinelli di Piazza Duomo, poi, ad assistere alla presentazione del nuovo libro autobiografico di Michela Marzano, Volevo essere una farfalla (Strade Blu, Mondadori 2011).   La quantità di persone presenti e il profondo livello di coinvolgimento e partecipazione in entrambe le occasioni, mi hanno reso inevitabile una riflessione, soprattutto perché sono convinta che per dare ragione di una tale risposta emotiva non sia sufficiente chiamare in causa la storia narrata, certo toccante, drammatica e sfrontatamente sincera, ma sia necessario piuttosto guardare al bisogno sociale cui risponde una tale esposizione, interrogandosi sull’urgenza da cui tale racconto nasce, che non è quella del fare i conti con la propria vita, né soltanto quella del dover affrontare un tema delicato e importante quale l’anoressia. Riflettere su questo significa anche interrogarsi sul ruolo che può avere oggi la scrittura autobiografica in relazione al problema identitario – non tanto della singola identità quanto del come ci poniamo rispetto ai meccanismi di...