Curiosità. In nome di Pandora

La curiosità esiste per ragioni proprie

[Albert Einstein]

 

 

Si dice curiosità e viene in mente l’occhio. “Concupiscientia oculorum”, concupiscenza degli occhi, la chiamava Agostino d’Ippona, e metteva in guardia dalla tentazione di voler contare le stelle o i granelli di sabbia in quanto, secondo il suo parere, quella curiosità non solo era vana ma costituiva un ostacolo sul cammino della devozione. Anche Bernardo di Chiaravalle nel dodicesimo secolo colloca la curiosità tra l’accidia e l’orgoglio: “Ci sono coloro che vogliono sapere al solo fine di sapere, e questa è turpe curiosità”, scriveva, come riporta N. Kenny in The Uses of Curiosity in Early Modern France and Germany, Oxford Unieversity Press, Oxford 2004. Eppure fin da Eva e Pandora il mito non concede attenuanti: siamo esseri curiosi per natura e per cultura. Due donne, certo, e l’attribuzione corrente che la curiosità sia femmina, come si dice. In un ampio contesto sociale e culturale italiano, delle donne curiose si dice che sono “braghere”, con un evidente riferimento alla loro propensione, ritenuta disdicevole, di cercare, secondo la vulgata maschilista, ovviamente nelle braghe maschili. In altri ambienti linguistico-culturali, del resto, “curioso” è usato come sinonimo di strano, eccentrico, imprevedibile.

Si dice curiosità e si pensa al mondo esterno da esplorare, da conoscere, da indagare. Eppure il mondo interno di ognuno di noi non è più noto di quello esterno, anzi. Ci conosciamo poco e siamo per molti aspetti un mistero a noi stessi. Anche quando non si sa quasi nulla di Freud si cita il suo: “nessuno è padrone in casa propria”. Allora ci investighiamo in continuazione e, seppur scoprendo aspetti di noi che non erano mai emersi prima, siamo attratti e spesso sorpresi dalle zone in ombra e dai territori ignoti del nostro mondo interno.

 

Quell’opacità è parte di noi e un’assoluta trasparenza o l’ossessione della certezza sono angoscianti. Ne perseguiamo incessantemente il raggiungimento, ma solo per scoprire nuove incertezze, rispondendo alla nostra curiosità. Non ci sarebbe probabilmente curiosità se non ci fosse incertezza; ma non ci sarebbe incertezza senza curiosità. Il mondo ci apparirebbe coincidente con se stesso e noi stessi saremmo capaci solo di comportamenti immediati e pratici. Mentre di fatto siamo diventati quegli esseri che non coincidono mai con se stessi: anticipiamo o arriviamo in ritardo, che è poi la stessa cosa, in quanto immaginiamo quello che non c’è e addirittura l’inesistente, e diamo e ridiamo incessantemente senso e significato alla nostra esperienza. Nel frattempo, proprio dando spazio alla nostra curiosità, abbiamo scoperto che l’indeterminazione è una delle leggi fondative dell’intero nostro mondo [D. Lindley, Incertezza. Einstein, Heisenberg, Bohr e il principio di indeterminazione, Einaudi, Torino 2008]. Del resto se ci fosse solo il determinismo vigente nelle manifestazioni del mondo, non avrebbe senso e ragion d’essere la curiosità. Tutto sarebbe dato una volta per sempre, esattamente così come in sé si presenta. Senza spazio di gioco e senza mancanza, senza “assenzialità” direbbe T. Deacon, il mondo sarebbe atono e piatto. Nella ricorsività tra curiosità e incertezza, filogenesi e epigenesi si rincorrono circolarmente. Bernard Stiegler chiama, con un neologismo, epifilogenesi, i fattori di evoluzione della specie umana non genetici. L’ominizzazione è una esteriorizzazione tecnica che prosegue la vita con altri mezzi rispetto a quelli della vita stessa. Seguendo questa prospettiva, esistono tre memorie:

 

– la memoria germinale o genetica (il nostro genoma);

– la memoria somatica o epigenetica, memoria nervosa o neurologica (le tracce del nostro vissuto nel nostro organismo);

– la memoria epifilogenetica, che non è né genetica, né somatica, bensì costituita dall’insieme delle tecniche e delle mnemotecniche che ci permettono di ereditare da un passato che tuttavia non abbiamo vissuto.

 

È questa terza memoria a interessarci maggiormente, perché costituisce il proprio dell’umanità, il fatto antropologico (l’origine dell’ominazione) è la costituzione del milieu epifilogenetico, ossia di un milieu costituito di artefatti che divengono i supporti tecnici di una memoria che va a sommarsi alle altre due, le quali sono invece biologiche. [B. Stiegler, La Technique et le Temps 1. La faute d’Épiméthée, Galilée, Paris 1994]. 

La memoria si combina con la curiosità in quanto esiste un futuro se la proiezione verso esso si può avvalere di un passato riconoscibile. Movimento ed esplorazione della realtà del mondo correlati alla curiosità risultano fondativi per sopravvivere e concepire e creare quello che ancora non c’è o è addirittura inesistente. 

 

 

Viene pertanto da chiedersi quale ossessione patologica abbia indotto e induca a tentare di negare quello che è forse uno dei tratti caratteristici dell’essere umani: la propensione a guardare oltre, a tendere verso quello che ancora non è noto; la tensione a rinviare all’oltre rispetto a quanto già esplorato, a ciò che ancora non si conosce. Quali dinamiche si generano nel bisogno di conoscere e nella negazione di quel bisogno, allo stesso tempo? 

 

La curiosità ha tante facce e a cercare di individuarne alcune concorre la ricerca di Mario Livio i cui risultati sono presentati in un libro, Curiosi. L’arte di fare le domande giuste nella scienza e nella vita, Rizzoli, Milano 2017, che si conclude consigliando di trasformare la curiosità di per sé contagiosa in un’epidemia: dalla conoscenza come peccato alla conoscenza come progetto e come obiettivo. 

Se la curiosità percettiva è generata da cose molto diverse dal solito, da stimoli nuovi, ambigui o enigmatici, essa ci spinge in particolare all’esplorazione attraverso i sensi e tende a diminuire in seguito a un’esposizione continua allo stimolo. Sul lato opposto, secondo una linea di continuità, c’è la curiosità epistemica, che consiste nel vero e proprio desiderio di conoscenza ed è alla base delle ricerche scientifiche e filosofiche, nonché delle ricerche spirituali. Conoscere il perché delle cose e dei fenomeni è forse il fattore che distingue l’umanità dalle altre creature viventi. Un’altra dimensione della curiosità è quella specifica, che riflette il desiderio di una particolare informazione, come quando cerchiamo di ricordare il titolo di un libro o di risolvere un cruciverba. In base ad essa possiamo essere spinti a esaminare problemi differenti per comprenderli meglio e individuare soluzioni possibili. La curiosità diversiva può avere a che fare sia con il desiderio irrequieto di esplorare, sia con la ricerca di nuovi stimoli, come accade oggi con la tendenza crescente a controllare continuamente lo schermo del cellulare o dell’e-mail. Molte altre manifestazioni sono riconducibili alla curiosità e tra queste spicca la curiosità morbosa, quella che sta alla base dell’attrazione che hanno per noi fenomeni come incidenti stradali o eventi catastrofici e di particolare violenza. 

Oltre ai diversi tipi di curiosità, ci sono anche livelli di intesità diversi associati ai vari generi di curiosità. 

 

 

In ogni caso è verosimile sostenere che sia la probabilità dei fenomeni del mondo e della vita, una volta percepita e avvertita in ragione dell’avvento del comportamento simbolico, ad essere alla base della nostra capacità di essere curiosi, nel momento in cui si accoppia strutturalmente con il nostro sistema corpo-cervello-mente. Questo in definitiva era ciò che affliggeva Albert Einstein – l’idea che i risultati fisici siano davvero imprevedibili. Oggi i fisici che condividono la sua preoccupazione non possono scrollarsi di dosso la sensazione che manchi qualcosa, che la meccanica quantistica sia necessariamente incompleta. Appare evidente l’associazione tra incompletezza e curiosità: è l’incompletezza a fornire lo spazio alla curiosità per emergere. Una perfetta coincidenza tra soggetto e mondo non darebbe luogo alla curiosità, ma semmai a una disposizione genetica all’esplorazione per scopi immediati e pratici. È connaturata al comportamento simbolico la distanza. Dalla capacità di prendere distanza derivano, probabilmente, sia le ansie primarie che l’inquietudine che ci mette in tensione conoscitiva col mondo per l’elaborazione di quell’ansia, rendendoci quindi i curiosi che siamo. Si configura pertanto uno stretto rapporto circolare tra curiosità e ricerca di significato. D’altra parte la ricerca di significato è un tratto caratterizzante della nostra specie e uno dei fattori che ci rende umani, come ha documentato Jerome Bruner in La ricerca del significato, Bollati Boringhieri, Torino 1992. 

Le origini della curiosità sono riconducibili abbastanza verosimilmente all’avvento della capacità del pensiero simbolico. Come Daniel Lord Smail mostra nel suo importante contributo, Storia profonda. Il cervello umano e l’origine della storia, Bollati Boringhieri, Torino 2017: “Un numero consistente di prove, che spaziano dai pattern artistici alla forma del palato e alla posizione della laringe, sembra convergere verso un’esplosione creativa che ha avuto luogo pressoché contemporaneamente all’ultima diaspora africana (tra 85.000 e 50.000 anni fa). Dato che le popolazioni africane e non-africane condividono la medesima capacità del pensiero simbolico, sembra probabile ritenere che l’esplosione creativa sia accaduta prima dell’ultima diaspora e, anzi, che sia servita da molla” [p. 208].

 


A individuare, all’interno del nostro cervello, i percorsi neurali dai quali dipende la reazione alla sorpresa e alla paura sono stati i neuroscienziati del gruppo di Joseph LeDoux, [J. LeDoux, Il cervello emotivo. Alle origini delle emozioni, Baldini & Castoldi, Milano 2015]. Ogni volta che incontriamo qualcosa di inaspettato il cervello si dispone a dover prendere qualche iniziativa. Si attiva così rapidamente il sistema nervoso simpatico, con le note manifestazioni associate: aumento del battito cardiaco, sudorazione e respiro affannoso. Allo stesso tempo l’attenzione è distolta da altri stimoli irrilevanti con una concentrazione sul fattore considerato chiave. Come scrive Mario Livio: “LeDoux ha mostrato che nella risposta alla sorpresa, e in particolare alla paura, si attivano allo stesso tempo i percorsi neurali veloci e quelli lenti. Il percorso veloce procede direttamente dal talamo – che si occupa di ritrasmettere i segnali sensoriali – all’amigdala, un complesso di nuclei a forma di mandorla che assegna un significato affettivo agli stimoli e dirige la risposta emozionale. Il percorso lento, invece, prevede una lunga deviazione tra il talamo e l’amigdala che passa attraverso la corteccia cerebrale, lo strato esterno di tessuto neurale che riveste un ruolo chiave nella memoria e nel pensiero. Il percorso indiretto consente una più attenta valutazione cosciente dello stimolo e, quindi, una risposta meditata” [p. 16]. Da questi processi sono sostenuti gli sforzi che noi esseri umani dedichiamo all’esplorazione e alla decifrazione del mondo che ci circonda; quegli sfrozi sono stati e sono sempre più grandi di quelli necessari alla sola sopravvivenza e generano investimenti in eccedenza fino a immaginare e concepire l’inesistente. Mario Livio, in proposito, cita una splendida descrizione della curiosità di Michel Foucault: “La curiosità evoca la cura, l’attenzione che si presta a quello che esiste o potrebbe esistere; un senso acuto del reale, che però non si immobilizza mai di fronte a esso; una prontezza a giudicare strano e singolare quello che ci circonda; un certo accanimento a disfarsi di ciò che è familiare e a guardare le stesse cose diversamente; un ardore di cogliere quello che accade e quello che passa; una disinvoltura nei confronti delle gerarchie tradizionali tra ciò che è importante e ciò che è essenziale” [M. Foucault, Le philosophe masqué, intervista rilasciata a Christian Delacampagne, Le Monde, 6 aprile 1980].

 

Percorrendo le biografie e le scoperte della ricerca di Leonardo da Vinci e di Richard Feynman, Mario Livio stabilisce una stretta connessione tra curiosità, arte e scienza. Richiamando il fisiologo Claude Bernard tratto dal Bullettin of New York Academy of Medicine, [vol. 4, 1928; p. 997], “L’arte è l’io, la scienza è il noi”, l’autore percorre i sentieri di vita e conoscenza di Leonardo e Feynman evidenziando le affinità e la rilevanza della loro curiosità, prima e al di là del metodo, e la convinzione condivisa dai due scienziati secondo cui la conoscenza della spiegazione scientifica e del contesto dei fenomeni naturali non toglie nulla al loro impatto emozionale, anzi semmai lo rafforza. La curiosità, del resto, è una caratteristica di tutti gl individui: “tutte le volte che nasce un bambino, nel mondo appare una nuova, formidabile fonte di curiosità” [p. 78]. A proposito del rapporto tra curiosità e creatività, mentre si riconosce che non basta essere curiosi per essere creativi, anche se la curiosità non è una condizione sufficiente per la creatività, essa appare come una condizione necessaria.

 

Una domanda centrale nello studio della curiosità è se nella sua origine e nelle sue manifestazioni prevalga il gap di informazione o l’intrinseco amore per la conoscenza. Non disponiamo a tutt’oggi di una teoria unitaria e integrata sulla curiosità che ci consenta di rispondere in modo preciso a questa domanda. Né abbiamo una chiara definizione delle basi neurali e psicologiche della curiosità. Analizzando il rapporto tra curiosità e motivazione possiamo partire dalla considerazione che la curiosità sia generata dalla ricerca di informazioni e dal “desiderio di sapere perché, come o chi” [p. 83]. Ogni volta che siamo di fronte a quella che viene chiamata “evidenza confusa”, cioè a situazioni talmente ambigue che uno non riesce a scegliere tra diverse ipotesi o idee alternative, o nelle quali le informazioni disponibili non sono sufficienti a trarre delle solide conclusioni, emerge la curiosità. Essa appare riconducibile a una classe di fattori come la novità, la complessità, l’incertezza e il conflitto, secondo uno dei riferimenti teorici da cui gli studi sulla curiosità hanno preso le mosse, quello di D. E. Berlyne [Conflict, Arousal and Curiosity, McGraw-Hill, New York 1960]. Una teoria molto influente come quella di G. Loewenstein si basa sul gap nell’informazione per cercare di comprendere la curiosità (“information-gap-theory”) [The Psychology of Curiosity: A Review and Reinterpretation, Psychological Bullettin, 1994, 116 (1)]. In questa prospettiva la curiosità e il comportamento esplorativo derivano da una deprivazione cognitiva indotta che sorge dalla percezione di un gap di conoscenza e comprensione. Questo approccio alla curiosità pone però alcuni problemi. La curiosità è associata a uno stato negativo e spiacevole, a qualcosa di riparatorio, e si trascura la dimensione positiva e anticipatrice del desiderio di porre una domanda. Allora, forse, la prospettiva del gap nell’informazione ci offre indicazioni valide per spiegare alcuni tipi di curiosità, ma non considera la dimensione propositiva della curiosità e il ruolo che può svolgere l’amore per la conoscenza come aspetto intrinseco della nostra esperienza. Una questione di particolare importanza, a proposito della curiosità associata ai gap nella conoscenza, riguarda i cosiddetti “fatti ignoti sconosciuti”, ossia quei fenomeni che non sappiamo neppure di non sapere. Come si può fare a incuriosirsi e a indagare una cosa che neppure si conosce?

 

Mentre per i fatti ignoti conosciuti, cioè per quei fatti che sappiamo di non conoscere scatta la curiosità, gli altri, quelli che non sappiamo di non conoscere mettono in discussione la teoria che cerca di comprendere la curiosità come gap nell’informazione. Emerge la prospettiva che tende a riconsocere alla nostra specie una propensione intrinseca al desiderio di conoscere e, quindi, alla curiosità, pur in rapporto all’intensità dello stimolo e alla sua appropriatezza. Se troppo basso, lo stimolo non sarebbe in grado di attivare curiosità; se troppo alto sarebbe dissuasivo. Se la curiosità può essere associata alla necessità di ridurre un’emozione negativa, essa appare anche come fine a se stessa e non solo come un semplice strumento per ridurre una sensazione di ansia spiacevole. Si profila l’ipotesi che “la curiosità potrebbe consistere in una famiglia di meccanismi” (p. 105) e sembra spinta più dalla ricerca degli effetti piacevoli della meraviglia e dell’interesse che non dagli stati sgradevoli della deprivazione e dell’assenza di conoscenza (p. 106). Una posizione affine, come è noto, è quella sostenuta da Donald Winnicott a proposito della creatività, individuata come una manifestazione connessa non tanto e non solo alla riparazione – come aveva sostenuto principlamente Melanie Klein – quanto al desiderio e alla generatività umana.

 

Esistono anche posizioni che tendono a sostenere che mentre la curiosità è associata alla sete di consocenza, l’incertezza sarebbe causa di ansia non di curiosità. Allo stesso tempo c’è chi, come Jordan Litman, sostiene che esisterebbero due aspetti della curiosità: la “I-curiosità” che rappresenta l’interesse e l’aspirazione alla conoscenza che coinvolge esperienze emozionali piacevoli; la “D-curiosità” che risulta dalla sensazione di incertezza e deprivazione associata al non aver accesso a determinate situazioni. L’importanza del contributo di Litman sta nel fatto che molti sistemi emozionali possono coinvolgere, in circostanze differenti, emozioni sia piacevoli che spiacevoli, generando in alcuni casi interesse, in altri deprivazione. Sia le contingenze situazionali, che differenti tipi di personalità, che differenti aree cerebrali, sembrano essere alla base delle esperienze di curiosità emergenti di volta in volta. Ad esempio si rileva una correlazione diretta fra la disposizione all’apertura all’esperienza e la curiosità, in particolare alla curiosità intellettuale. In fondo la soddisfazione e la gioia più grande la proviamo quando impariamo qualcosa di nuovo. Le ricerche sulle origini della curiosità nell’infanzia mostrano che anche in quel caso la curiosità dipende dallo stato di conoscenza iniziale e dalle aspettative del soggetto; non solo, ma che la curiosità agisce per migliorare al massimo l’apprendimento e il potenziale di codifica delle informazioni.

 

Nel corso delle diverse età della vita pare che con l’avanzare degli anni si riducano la curiosità percettiva e quella diversiva, mentre rimangono attive e costanti la curiosità specifica e quella epistemica. In base ai risultati della ricerca neuroscientifica, sia nei bambini che negli adulti, la curiosità sembra strettamente connessa alla ricerca di accrescimento della conoscenza del mondo. La curiosità e il comportamento esplorativo sembrano, inoltre, avere lo scopo principale di ridurre il più possibile gli errori di predizione, massimizzando la velocità alla quale gli errori diminuiscono. Noi esseri umani tendiamo ad evitare il più possibile sia i percorsi esplorativi più prevedibili, sia quelli più imprevedibili. Lo scopo principale della curiosità sembra, pertanto, essere la massimizzazione dell’apprendimento e non tanto la semplice riduzione dell’incertezza. Ciò che indichiamo come curiosità, allora, potrebbe di fatto abbracciare una famiglia di stati o meccanismi interconnessi che sono alimentati da circuiti cerebrali differenti. La curiosità suscitata dalle novità, dalle sorprese e dagli stimoli enigmatici, quella che chiamiamo curiosità percettiva, sembra associata soprattutto al bisogno di ridurre la sensazione negativa di deprivazione e attiva regioni cerebrali che sono sensibili al conflitto. La curiosità che incarna il nostro amore per la conoscenza, la curiosità epistemica, è vissuta di norma come uno stato piacevole e ha una sua motivazione intrinseca, accendendo aree cerebrali collegate all’aspettativa di una ricompensa. 

Dal punto di vista della storia della curiosità nelle vicende umane nel corso dei tempi, Mario Livio sostiene che sia possibile “ipotizzare che la stupefacente crescita della potenza del cervello sia stata intrinsecamente legata a un parallelo aumento della curiosità umana” [p. 167]. La stessa prospettiva era stata sostenuta da Alberto Manguel in Una storia naturale della curiosità, Feltrinelli, Milano 2015. 

 

 

Il raddoppio delle dimensioni del cervello da Homo erectus a Homo sapiens in meno di un milione di anni è stato dovuto, secondo ipotesi molto attendibili, in buona misura alla capacità di cucinare la carne. La curiosità potrebbe aver portato un contributo decisivo al rapido aumento nel numero dei neuroni attraverso un meccanismo di amplificazione del feedback positivo. Il risparmio energetico dovuto all’utilizzo finalizzato del fuoco e al suo uso per la cottura del cibo ha avuto effetti di particolare rilevanza per lo sviluppo e le trasformazioni del cervello umano. L’evoluzione del cervello, l’origine del linguaggio umano articolato e l’emergere della curiosità sono eventi tra loro decisamente correlati, come documenta Mario Livio nel suo lavoro, prima di presentare una rassegna di “menti curiose”, che vanno dalla scienza all’arte e che rappresentano un repertorio di particolare importanza per testimoniare del ruolo della curiosità nelle vicende umane e in tutta la nostra storia di specie. Diventa chiaro che la curiosità si è evoluta in concomitanza con le diverse fonti di cambiamento che hanno aiutato gli uomini a ridurre gli errori di predizione, a far fronte all’ambiente e a adattarsi. “Il desiderio di conoscenza fine a se stesso e la curiosità riguardo a tutta una serie di concetti astratti hanno portato allo sviluppo di una cultura umana ricca e sofisticata” [p. 215]. Del resto la stessa cultura è nata dallo sfruttamento della curiosità, che trascende i vincoli biologici, perché la curiosità è eccedenza o, come scrive Vladimir Nabokov “insubordinazione nella sua forma più pura” [Un mondo sinistro, Adelphi, Milano 2013]. 

Così come è accaduto per la nostra intera storia evolutiva, il nostro futuro dipende dalla capacità che avremo di continuare a utilizzare la nostra curiosità e ad alimentarla.

Ian Leslie mostra con efficacia il rapporto tra il desiderio di conoscere e la costruzione dell’avvenire, e ne emerge evidente la funzione cruciale della curiosità in Curious: The Desire to Know & Why Your Future Depends On It, Basic Books, New York 2014. 

 


Gli esseri umani si differenziano da tutti gli altri animali per la loro abilità cognitiva di formulare e integrare informazioni astratte, per la loro capacità di inventare e analizzare scenari ipotetici e persino immaginari e per la loro attitudine a trasformare quasi tutto quello che percepiscono in domande sul perché e sul come. La nostra capacità di chiederci perché è un prerequisito delle forme più sosfisticate di curiosità e rappresenta un tratto specie specifico umano.

I fenomeni nuovi, complessi e incongruenti possono generare in noi ansia e curiosità insieme. Che prevalga l’ansia o la curiosità dipende da molti fattori che riguardano la storia individuale e le contingenze della vita e dell’esperienza.

Questo tratto specie specifico della nostra specie che ci fa chiedere cosa potrebbe significare per un non umano essere curioso se non un’attribuzione umana – come quando diciamo ad esempio che un gatto è curioso – ci evidenzia che ci vuole un homo sapiens per essere curioso. Così come, del resto, è necessario un homo sapiens per parlare di noia, che potrebbe essere considerata sia l’opposto della curiosità che una delle sue possibili fonti. Certamente è possibile stabilire una relazione stretta tra curiosità e creatività, come abbiamo già detto, in quanto se la creatività può essere ricondotta alla capacità umana di combinare i repertori del mondo in modi che siano almeno in parte originali e di ricombinarli in continuazione, come fa un bambino con i mattoncini lego, la curiosità ne è una condizione costitutiva. A questa prospettiva giunge anche Edward O. Wilson, nel suo libro The Origins of Creativity, Allen Lane, New York 2017.

 

 

Nel tempo in cui viviamo sembra porsi una domanda paradossale: non è che la nostra curiosità sarà l’origine della nostra fine? Ci accorgiamo che servirebbe più che mai un supplemento di creatività perché come esseri umani possiamo continuare ad abitare la Terra. Non solo, ma quella creatività dovrebbe probabilmente essere investita per imbrigliare la curiosità e indirizzarla verso un uso appropriato della nostra competenza simbolica e del nostro linguaggio verbale articolato, con cui abbiamo continuato e continuiamo ad accumulare conoscenze dalle quali le successive generazioni partono per espandere pervasivamente la propria presenza sul pianeta Terra, spesso in modi distruttivi.

Da Epimeteo a Prometeo, seguendo la parabola di questa emozione umana si può giungere a riflettere sugli effetti dell’elaborazione del desiderio e della paura di conoscere. Mentre ci siamo traformati, come dice Y. N. Harari, da animali a dei, ci siamo immersi, secondo A. Pennisi e A. Falzone, nei rischi e nel prezzo del linguaggio, che rispondendo alla nostra curiosità, non si arresta di fronte al vaso di Pandora e continua ad aprirlo, facendone fuoriuscire materiali e soluzioni che spesso travalicano la nostra stessa capacità di controllo. In quelle circostanze, come è già accaduto con la scoperta della bomba nucleare, e come sta accadendo con la crisi delle risorse ambientali e con la quarta rivoluzione dovuta alle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, noi esseri umani ci troviamo alla rincorsa di quello che noi stessi abbiamo creato rispondendo alla nostra incontenibile curiosità, fino a essere di fronte a prodotti con cui, se usati o se utilizzati in modi non controllati ed appropriati, possiamo autodistruggerci o, perlomeno, come rischiamo di fare con i social media, mettere in crisi, alienando la nostra stessa curiosità.

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