Dopo le Ramblas e Piazza Indipendenza

Ero lontano quando è accaduto lo sterminio delle Ramblas, anche in Brasile è risuonata la voce di Mario Vargas Llosa, una condanna al fanatismo, soprattutto un ricordo di luoghi dove aveva vissuto per anni, con cui aveva un legame. Un grande scrittore ha saputo ricordare, in un momento in cui rabbia e tristezza pervadono la nostra essenza. Bisogna ringraziarlo.

 

Nel frattempo, su media e social network escono nuove/vecchie cose, come l'intervista a Wafa Sultan del 21 febbraio 2006 su Al Jazeera Qatar. Wafa Sultan, parla arabo e dice che il messaggio del Corano è ben diverso da quello della Bibbia o del Libri cristiani. Secondo Sultan l'origine di ogni fanatismo islamico sta dentro le radici stesse del messaggio guerrafondaio, essenzialmente presente nel Corano. Infine dice che l'unica soluzione sarebbe una riforma del Corano. Però, durante gli stessi giorni in cui queste dichiarazioni riemergono, venti milioni di Islamici si mettono in marcia contro ISIS. Smentiscono Wafa Sultan. Il Corano c’è anche chi lo sa leggere, ove per “leggere” si intende inserire la lettura dentro il contesto storico in cui si vive. Raccogliere il legame all’indietro presente nelle parola “religione” per cercare l’origine di un legame sociale, di un riconoscimento reciproco.

 

Le religioni, soprattutto quella islamica e quella cristiana, hanno certo dato vita a guerre sante, cantate da Boiardo, Ariosto, Tasso. Guerre di conquista e conversione di territori – quando parliamo di colonialismo, non dimentichiamoci che la prima colonizzazione africana è araba. Eppure, lo vediamo ora, molti richiedenti asilo raccontano storie che risalgono nel tempo, storie che, per essere comprese, necessitano viaggi in Brasile, o in altre aree latinoamericane, perché là si sono trasformate e conservate meglio. Tuttavia, anche in Africa, islamici e cristiani condividono una sorta di sfondo religioso politeistico, che richiede rituali sacrificali locali, più o meno legati alle loro credenze antiche. A queste condizioni, si aggiungono le guerre locali tra “stati”, o interne a un singolo paese. Quest’ultimo è senz’altro il fattore più devastante: la tecnologia, il kalashnikov.

 

Quando si fugge da una guerra si va in un altro paese. Quasi tutte queste persone soffrono per essere passate dalla Libia, molti di loro – a torto o a ragione – non si fidano degli arabi, spesso li odiano. In Libia i neri sono trattati come in Sud Africa durante l'Apartheid, peggio: incarcerati, torturati o resi schiavi, a meno che non conoscano un po' di arabo, o siano bambini, cosa che suscita la pietà sul torturatore. Nei loro racconti, tradotti da lingue come Yoruba, Malinké, Poular, Bengalese, Inglese, Francese, il primo compito dei salvati è fare in Libia, collo di bottiglia dal quale tutti devono passare, ciò che descrive Primo Levi in Se questo è un uomo: trovare son type, guadarlo con lo sguardo del San Sebastiano del Sodoma, per suscitare la pietà nell’altro. Si salvano più facilmente coloro che sono Imam, o che parlano arabo.

 

Pure queste persone africane e asiatiche continuano a mantenere la loro fede islamica, credono in un Islam diverso, spesso si curano dagli incubi di cui soffrono durante la notte con la preghiera, altre volte incontrano un Imam nero che dà loro da recitare alcuni versi salvifici. Però stiamo assistendo anche a conversioni, molti perché sentono la discriminazione razziale e religiosa libica. Inoltre anche loro ascoltano i media, che non distinguono islamisti da islamici e tendono a suggerire una coincidenza tra Islam e Isis. Trovatemi un giornale, anche di sinistra, che chiarisca bene questa distinzione.

 

 

Naturalmente altri islamici si stanno convertendo per ragioni differenti. In parte sembra di assistere a una rivoluzione spirituale nei confronti del mondo arabo, una sorta di decolonizzazione mentale. Oggi tutti sanno che paesi come gli Emirati Arabi e l’Arabia Suddita trattano da signori i miliardari occidentali, ma usano metodi brutali verso i poveri e verso le donne arabe, vivono in un mondo di caste e hanno il mondo nelle mani per via del petrolio. 

 

Oggi appare a tutti più chiaro che non solo gli inglesi, i francesi, i portoghesi, gli italiani e gli spagnoli hanno colonizzato l'Africa, ma anche gli arabi, e che le religioni cristiana e islamica imposte con la forza, nascondono ancora sistemi di credenza politeiste mischiate (il culto dei santi, le storie dei djiin) o nascoste. 

 

Bisogna cercare di distinguere l'Islam da ciò che accade nel mondo arabo, con i suoi califfati, le ricchezze spropositate nelle mani di pochi, le loro capacità di allearsi al mondo occidentale pur negando la libertà, i diritti civili e mostrando il loro modo di trattare le donne. Per molti islamici Isis non è altro che la forza armata di una imposizione rigida e invivibile dell’Islam. Si fanno tante analisi sui giovani occidentali che protestano conto il post-modernismo entrando in Isis, poche sono le analisi di quanti islamici si convertono perché Isis sta diventando il rappresentante di un Islam mortifero. Ma accade, e ritengo siano in aumento quelli che se vanno rispetto quelli che entrano.

 

Isis somiglia di gran lunga di più alle SS, alla Gestapo. E la crudeltà non è una caratteristica specifica, o naturale, degli arabi, così come il nazismo non fu una caratteristica dei tedeschi. 

Tutti conosciamo la civiltà dell'Andalusia attraverso Averroè, Mose Maimonide, e altri grandi autori che convivevano (arabi, ebrei, cristiani) sotto la dominazione araba. Non possiamo dimenticare, o cancellare dalla storia, un Islam ospitale, che traduceva i greci e li consegnava all'Occidente, un Islam culla della civiltà. Dunque Wafa Sultan si sbaglia. Dunque, come hanno testimoniato i 20 milioni che hanno protestato, Isis è contro l’Islam.

 

Però Wafa Sultan ha ragione se si riferisce alla fanatica e superficiale lettura del Corano: qui però, sotto accusa non è l’Islam, ma la post-modernità, o, come direbbero alcuni autori menzionati da me e da Ugo Morelli, la fase finale di Antropocene. L’ultima era in cui l’uomo e Gaia sopravvivranno reciprocamente. Questa lettura fanatica e dogmatica del Corano, somiglia molto all'annunciato raid di Forze Nuove per “controllare” se le parole di don Biancalani durante la predica domenicale corrispondano al dogma cristiano. Con tutto il rispetto per gli idraulici, sarebbe come se un idraulico andasse a controllare la correttezza del lavoro di un chirurgo vascolare o di un ematologo. 

 

Si tratta per lo più di giovani fanatici, che non hanno studiato, che vivono di slogan semplici ed elementari. Isis e Forze Nuove stanno dalla stessa parte, soffrono della stessa patologia psicotica. Le espressioni dei volti degli uni e degli altri non si distinguono, spesso sono coperti dalla paura della responsabilità di quel che fanno, la complessità del mondo li terrorizza, vivono nell'ignoranza affettiva, pochi di loro hanno potuto studiare (anche se gli uni e gli altri conoscono a memoria dei libri che ripetono a papera), i loro genitori sono persone che hanno fallito forse sul piano socio-economico, certo sul piano dei sentimenti; non hanno saputo dar loro tenerezza. Come ha osservato Hamid Salmi, etnoclinico sistemico che lavora in Francia, per loro ogni messaggio non ha contesto storico e sociale. Ogni messaggio è un diktat, entrambi vivono di antisemitismo, di un cristianesimo o di un islamismo fanatici, post-moderni, privi di radici. Parlano per sentito dire, è una scusa per essere violenti, nascosti dietro cappucci, o dietro avatar che coprono l'identità. L’unica abilità certa è la competenza nell’uso delle armi.

 

La questione non è, dunque, “che cosa contiene il Corano”, la questione è: “che cosa contiene questa post-modernità”, dalla quale non vanno esclusi neppure coloro che a sinistra ripetono vecchi slogan e non sono – neppure loro – in grado di cogliere il contesto. Chi si salva adesso? Più nessuno: il sindaco PD di non ricordo quale paesotto laziale dice che farà le barricate con la popolazione per impedire l'ingresso ai migranti, forse farebbe meglio a stracciare la tessera e prendere quella di Salvini, la sinistra a sinistra della sinistra lancia slogan massimalisti, al centro sinistra c'è un silenzio assordante, la destra italiana ripete gli stessi slogan di Mussolini.

Ma l'Italia, in questo disastro, non è sola. Cerca di scimmiottare quel che accade nel resto del mondo occidentale, dove le cose vanno anche peggio di così. Gli italiani sono sempre stati esterofili, avanguardia delle peggiori azioni storiche; poi, altri paesi, si affidano a chi le commette peggio di noi: Mussolini-Hitler, Berlusconi-Brexit-Trump. È la prima volta che non possiamo più dire: “guardate gli altri paesi! Come sono più civili di noi!”. No, non possiamo più dire nemmeno questo. 

 

Pochi si accorgono che la violenza genera violenza, che c'è una circolarità in cui tutto è uguale a tutto e una donna nigeriana incinta viene percepita come uno dei capi dell'Isis, sono tutti presi dall'angoscia, dall'urgenza concitata, dallo spirito di polemica. La post-modernità è solo pensiero negativo, nessun dialogo, stiamo diventando piano piano tutti come Isis o Forze Nuove. 

Però la diocesi del Papa è pronta ad accogliere i rifugiati sgomberati. E che ci vuole, in una città di cinque milioni di abitanti, a ospitare qualche centinaio di profughi! Io però, allo slogan depressivo di Heidegger: “Ormai solo un dio potrà salvarci”, preferisco quello della Vanoni “Proviamo anche con dio, non si sa mai”. Filosoficamente gli è di molto superiore!

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