Il nuovo che avanza

Serve a poco, se non a nulla, cospargersi il capo di cenere oppure, con un altro rituale falsamente auto-risarcitorio, bendarsi la testa (che era già rotta da prima). Semmai, sarà meglio prendere l’elmetto, allacciarsi la cintura di sicurezza, assicurarsi che le dotazioni di emergenza siano al loro posto e poi affrontare le turbolenze a venire, che non saranno poche. Poiché delle due ipotesi, una o l’altra prevarrà: la prima è quella per cui il governo verdegiallo, inauguratosi dopo una perigliosa navigazione verso il porto d’attracco e lunghi giorni di tempesta, si riveli incapace di tenere fede alle promesse da paese dei balocchi con le quali le forze politiche che lo compongono hanno ottenuto il consenso da una parte degli italiani; la seconda, invece, è che questo esecutivo prosegua nel suo cammino. La variante della seconda ipotesi implica però che la Lega si rafforzi al punto tale da potere tornare alle urne, incassando poi una cambiale in bianco e assoggettando i partner di coalizione. Molto d’altro, almeno al momento attuale, non è dato pensare né, tanto meno, prevedere. Se mai ci dovesse essere un’opposizione degna di un tale nome, questa dovrà rivelarsi nei tempi a venire, sia rispetto all’agenda politica che ai soggetti capaci di animarla. Adesso non si può certo dire che ci sia qualcosa di ciò, operando l’attuale dicastero Conte in un vuoto di offerta politica, peraltro non inedita, del quale le forze che – a vario titolo – possiamo definire sovraniste e populiste, si sono abbondantemente avvantaggiate.

 

Un paio di note a margine, di corredo a queste prime considerazioni. Il governo bipartito tra Lega e Movimento cinque stelle viene varato negli stessi giorni in cui Trump annuncia l’introduzione di dazi sull’importazione di acciaio e alluminio. Segnatamente, gli Stati Uniti non sono in una fase di recessione o stagnazione economica bensì di sviluppo ed espansione (lo stesso dicasi, in sedicesimo, per il nostro Paese, ma con tutta una serie di implicazioni e di limiti che testimoniano della nostra perdurante fragilità). La politica protezionista americana si inscrive in una precisa agenda, che fa dell’isolazionismo, e di un nuovo rapporto con la Cina, da ricostruire possibilmente da posizioni di forza, una scelta sempre più marcata. Nel breve periodo, forse anche in quello medio, probabilmente questa scelta potrebbe risultare molto premiante. La seconda nota riguarda il compiacimento – raccolto e resocontato da una parte della stampa italiana – con il quale Steve Bannon, già piccolo dioscuro della Presidenza Trump ed ora assurto a ideologo dell’euroscetticismo più marcato (come della svolta verso una democrazia non più sociale, e quindi inclusiva, ma populista e identitaria), legge i risultati nostrani. Da Roma, rivolgendosi nei confronti degli esponenti del nuovo governo (i «ragazzi», così li chiama), lancia invettive contro l’Unione europea (il «nuovo fascismo»), assolda virtualmente Bernie Sanders e promette orizzonti di gloria. Il tutto secondo un classico del populismo radicale, quello per cui destra e sinistra sarebbero concetti fuori tempo massimo, poiché oramai varrebbe solo la competizione tra élite insensibili e popolo verace e ruspante.

 

 

A ciò, come di prassi in questi casi, l’oramai non meno rituale esercizio del dare calci a un cadavere, la salma del caro estinto, che porta il nome di «sinistra», una sorta di punching ball contro la quale menare colpi, imputandole tradimenti assortiti, tra i quali l’essere divenuta espressione della nuova borghesia «mondialista» e il rappresentare gli interessi delle minoranze di contro ai bisogni della maggioranza. A corredo di ciò, ovunque, si odono le parole e le affermazioni di personaggi pubblici ed esponenti politici del Continente, tutti appartenenti, a vario titolo, al fronte sovranista, che si adoperano nell’esercizio di resettare la memoria del passato. Non è una novità neanche questa ma lo sdoganamento (come orami d’abitudine si dice in questi casi) di pensieri e parole che un tempo sarebbero appartenute esclusivamente alla destra radicale, indica semmai la radicalizzazione dell’asse politico e il suo spostamento sempre più verso lidi per l’appunto di destra. La quale è tale anche perché si mangia ciò che resta della sinistra, del suo linguaggio, della sua capacità residua di rappresentanza. Una destra nuova, come già avevamo avuto modo di osservare, che in circa trent’anni e più ha compiuto la sua lunga traversata nel deserto, per presentarsi ora come soggetto politico di rilievo collettivo. Se da un lato c’è la destra parlamentare e istituzionale che ha adottato il liberismo come filosofia dei rapporti sociali, l’ampio spazio elettorale lasciato vuoto dalla sinistra industrialista reclamava da tempo, anche in Italia, una rappresentanza non occasionale che, forse, potrebbe avere ora finalmente trovato. Si tratta di un fenomeno europeo. Parlare, al riguardo, di una specificità o di una anomalia italiana non avrebbe senso. Così come cercare affannosamente in ciò che fu, a partire dal fascismo, il modello di riferimento di una parte di costoro, per cercarne di leggere l’identità di fondo. Non è un ritorno al passato; semmai è la costruzione di un diverso futuro usando anche pezzi della tradizione reazionaria nostrana.

 

Lo si potrà fare, tuttavia, a una condizione, ovvero che si giochi il tutto su un duplice binario: da una parte la negoziazione in sfibranti ma inespressivi duelli parlamentari; dall’altra, la costante mobilitazione degli elettori sui temi oramai cari al «nuovo» che avanza: la disintermediazione, che si materializza attraverso la leadership del «capo» indiscusso, oggi il prosaico e telegenico idolo delle folle; la sovranità nazionale, minacciata dagli «eurocrati» e dagli immigrati; il bisogno di «fare pulizia» e «mettere ordine» in una società che non garantisce la protezione alla «gente», mentre agevola la criminalità di gruppi e individui pericolosi in sé, per il fatto stesso di esistere; la costruzione di un immaginario – confortevole – di territorialità virtuosa, solidale poiché fatta di slanci affettuosi e di reciprocità tra omologhi, gli «italiani» di sicura radice etnica; uno straccio di politica sociale che comunque comporti il superamento dell’aura rigorista che dal 2011 i governi, tra di loro avvicendatisi, hanno mantenuto come tratto comune. Per fare ciò, trattandosi del minimo sindacale al quale appellarsi per non sentirsi invece dire dalle urne, prima o poi, che è stata di nuovo un’illusione, bisogna però modificare il quadro di riferimento, uscendo dalla politica delle «compatibilità» dettata dalle circostanze (e dall’Unione europea). La posta in gioco è la disarticolazione dei processi di integrazione continentale, a favore del benevolo padrinaggio di una qualche “democratura” che si è affacciata all’orizzonte, a partire da quella tardo-imperiale di Vladimir Putin. A mutare, infatti, non sono solo i quadri nazionali ma quello ben più complicato delle relazioni internazionali. Con esso, anche i rapporti di gerarchia e di servitù derivatici dalla fine del bipolarismo e dalla lunga transizione di questi ultimi tre decenni. A cornice di questi fermenti c’è un comune processo di ristrutturazione sociale, che ha colpito con ripetuti colpi di maglio le società orientali ed occidentali, decretando la nascita di una nuova borghesia nelle prime e l’inessenzialità di una robusta parte dei ceti medi nelle seconde. Ciò che abbiamo ripetutamente chiamato «crisi» è essenzialmente tale fenomeno, che ora fa registrare i suoi effetti sul piano politico.

 

Salvini lo ha capito, avendo anche compreso di potere essere il vero beneficiario di questa svolta. Non a caso, all’atto stesso di assumere il vice-premierato e, contestualmente, di essere nominato ministro degli Interni, già si adopera nel prosieguo di una lunga campagna elettorale, iniziata con il fallimento di Renzi all’appuntamento del referendum istituzionale del 4 dicembre 2016, proseguita poi per diversi tornanti, a tutt’oggi in corso e destinata, probabilmente, ad esaurirsi solo con il risultato delle future elezioni per il Parlamento europeo, nel maggio del 2019. Le quali, o lo incoroneranno oppure lo incorneranno. Non è tempo di improbabili rivoluzioni, men che meno di riformismi basati su ciò che – invece – è venuto per definizione a mancare, la funzione redistributiva che il keynesismo novecentesco assegnava allo Stato. Il quale è in piena crisi, mentre invece ritorna la mitografia della nazione come consesso etno-antropologico. Se si dà uno sguardo all’Europa ci si accorge che si sta sperimentando, pur nella specificità dei singoli percorsi nazionali, proprio questo comune cammino. A fronte del gruppo di Visegrád (Ungheria, Polonia, Repubblica ceca e Slovacchia) oramai vero e proprio consorzio di tutela degli interessi di una parte della Mitteleuropa, anche l’Austria e la Slovenia paiono in via di progressivo allineamento su un pacchetto politico-elettorale che coniuga un crescente euroscetticismo al socialismo nazionale di marca populista (una forma, al medesimo tempo, di identità collettiva e di sistema di elementare redistribuzione delle risorse pubbliche), all’etnicismo della guerra agli immigrati, alla repressione del dissenso interno, alla ricostruzione di un immaginario collettivo fondato sul legame tra terra, confine, appartenenza e protezione.

 

Le politiche securitarie, ovvero la declinazione in chiave di eccezione permanente («siamo minacciati!»), penalistica ma anche caritatevole, delle funzioni pubbliche, è il vero collante di una visione delle società che è solo in parte il costrutto del populismo di regime, essendo semmai soprattutto il risultato delle logiche liberiste, che considerano i territori come soggetti privi di interesse, abbandonandone le popolazioni al loro destino. Un destino che non si compie e non si completa, come presunta fatalità, da sé ma con l’intervento del neopopulismo, che si è invece incaricato di governare gli spazi orfani dei poteri. L’attacco all’Unione europea, le cui norme stringenti risultano sempre più avulse dalle occorrenze quotidiane di molti individui, è peraltro evidente negli indirizzi assunti da nazioni come l’Olanda, la Danimarca, la Svezia, l’Irlanda, la Finlandia, dalle Repubbliche baltiche che rivendicano il ritorno di buona parte della capacità decisionale nelle loro mani, riconducendo l’integrazione alla sola opera di coordinamento intergovernativo. I maggiori esponenti dell’europeismo residuale, quali sono i francesi e i tedeschi, sono a loro volta in chiara difficoltà. Lo testimonia la guerra di posizione che quotidianamente viene condotta da un europeista elitista qual è Emmanuel Macron per cercare di compensare le fragilità interne della sua presidenza. L’ondata di scioperi di queste settimane, che ha attraversato la Francia, è passata inosservata nel nostro Paese ma racconta dello scollamento tra vertici e base di una piramide che rischia di sgretolarsi. Marine Le Pen ritiene, non a torto, di avere perso una battaglia, non la guerra, che si misura invece sui tempi lunghi. Anche da ciò le sincere complimentazioni nei confronti dell’esecutivo verdegiallo. Così come l’eloquente silenzio che arriva dalla cancelleria berlinese, dove l’impegno di Angela Merkel parrebbe essere soprattutto quello di non svantaggiare un governo che sente a distanza ravvicinata il pesante respiro di Alternative für Deutschland e guarda con crescente impotenza al mutamento di scenario che sta avvenendo nel continente.

 

A questo quadro di insieme, solo in misura minore imprevedibile, sono stati contrapposti, nel nostro Paese, un europeismo stanco e ripiegato su di sé; la scissione tra diritti civili e diritti sociali; l’incerto convincimento che i territori si sarebbero governati da sé, qualcosa di impossibile da praticare, soprattutto dal momento che i cordoni della borsa pubblica si stanno restringendo al punto tale da condannare una parte delle comunità locali al lento strangolamento. In mancanza di una risposta diversa allo stato esistente delle cose, che ha punito un po’ tutti i partiti tradizionali, quindi non solo quelli di sinistra, rischia di vincere la spinta alla regressione verso un’idea di difesa degli interessi territoriali basata sull’etnicismo di ritorno. Si può stare certi che un politico di capacità qual è Matteo Salvini si adopererà sempre di più in tal senso. Dinanzi a sé ha due variabili da affrontare con ponderazione: il delicato passaggio dell’eredità della destra da Berlusconi, in maniera tale da non dovere scontare un eterno edipismo senza parricidio risolutorio; il rapporto con quella parte – assai robusta – di elettori pentastellati che faticheranno sempre di più a stare dietro a ciò che, presentandosi come «mutamento», darà di se stesso i segni concreti della regressione.

 

Dovrà spostare progressivamente il piano inclinato della lotta politica dal livello più tradizionale, parlamentare, a quello istituzionale e di conflitto permanente. Quindi plausibilmente si muoverà contro una Costituzionale sociale che verrà presentata come non più corrispondente alle effettive esigenze del «popolo». Se vorrà sopravvivere alla veloce conclusione della luna di miele postelettorale sarà quindi obbligato ad aprire ripetuti fronti conflittuali, generando una vera e propria narrazione mitopoietica sulla propria persona e sul «suo governo». Il piatto del disagio e delle tensioni gli è peraltro già garantito dal lessico della vittoria, che non promette la realizzazione dell’uguaglianza bensì il ritorno al principio di uniformità. Quanto ciò possa rivelarsi eventualmente “fascistico” si incaricherà il tempo di dircelo.

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