La prima matita e le sue compagne

 

Era piccolissima, lunga circa sei centimetri e con una sezione di non più di tre millimetri: perfetta per le dita di una bambina. Faceva parte di una confezione speciale del Malto Kneipp e del Caffè Franck, ed era a corredo di un’agenda del 1957 (illustrata da Herbert Leupin) che per anni nessuno in famiglia aveva osato utilizzare. Probabilmente a causa della sua bellezza mi era stato raccomandato di non consumarla, ma com’è possibile non consumare una matita? Vero è che il signor Kneipp aveva pensato a tutto, allo smalto color ambra che la ricopriva e alla base arrotondata dipinta d’oro ma aveva scordato di fornire un temperino adatto alla sua dimensione, così per fare la punta serviva un coltellino e per disegnare mi trovavo a dipendere dagli adulti. In seguito ho approfittato delle matite usate di mia sorella, maggiore di otto anni. Le temperavo di nascosto per ereditarne gli scarti. A volte intercettavo anche i mozziconi delle sue compagne di classe, la figlia del ragioniere o la figlia del farmacista mi passavano piccoli tesori con la grafite morbida e legni di qualità che in molti casi, purtroppo, avevano il difetto di essere mordicchiati. Provavo un vero dolore quando ricevevo questi gioielli violati e massacrati dal nervosismo preadolescenziale. 

 

Il vero salto di qualità lo feci un’estate, ero ospite a casa degli zii rientrati da poco dal Canada e nella rimessa di zio Alessandro, fra gli attrezzi perfettamente allineati, trovai una matita di dimensioni ciclopiche che era l’esatto opposto del mio “primo amore”. Aveva una sezione ovale e l’anima di grafite grande almeno come cinque matite normali, era morbida come il burro e lasciava un segno grosso, meravigliosamente sporco. Essendo una bambina educata non osai chiederla ma tentai di rubarla; per mia fortuna risultavo simpatica sia allo zio sia a mio cugino, che non parlava ancora bene l’italiano ma che mi diede una buona lezione su quanto fosse importante esprimere i desideri.

 

Crescendo, ho iniziato a procurarmi da sola le matite, facendo distinzioni di durezza a seconda dell’utilizzo, snobbando l’HB e sperimentando morbide 6B che annerivano le dita oppure delle F solo perché nessuno le usava, ignorando sempre e rigorosamente l’uso della gomma. Verso i quattordici anni, nel periodo dei capelli lunghi, le usavo come fermaglio; solo in seguito ho capito quanto fosse un inconsapevole oggetto di seduzione perché sfidava i ragazzi a trattenersi dal rubarla. Con il disegno geometrico era impossibile non usare il portamine, il professore imponeva la mina 0,3 ma anche in questo caso ho sperimentato comprando a Milano delle 05 e 07 con la certezza, più che il sospetto, di non riuscire a trovare le mine adeguate a Udine. Un altro incontro importante è stato quello con il “matitone da architetto” che dal punto di vista sentimentale era l’evoluzione della matita da muratore “regalatami” dallo zio.

 

Ora sono tornata alla matita di legno o meglio “alle matite di legno”. Ho barattoli sparsi sulla scrivania, scatole di marche e morbidezze diverse fra i libri e alcune (le migliori) sparpagliate fra i pennelli. 

Di recente mi sono accorta che quando inizio a disegnare non scelgo io quale usare ma lascio che sia la matita a farsi prendere e sempre più di frequente mi ritrovo in mano una punta morbida. Amo le matite, il loro odore e i disegni fatti per non essere guardati da estranei, disegni che sono solo tracce, pensieri incompiuti, proprio per questo perfetti.

 

Le altre matite:

Maria Luisa Ghianda, Histoire d’H (di B e di F)

Guido Scarabottolo, Perdonare gli errori

La redazione, Una matita per l'estate. Il concorso doppiozero

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