Nel tempo fossile delle balene

Le balene si spiaggiano da sempre. Possiamo immaginare una costa temperata, sfiorata dal brivido dei grandi ghiacciai pleistocenici. Un gruppo di umani che avanza lungo una costa. I ciottoli grigi, il rumore della risacca e degli uccelli. Poi a un certo punto, laggiù, troppo lontano per recuperarlo nella memoria, si vede un indecidibile scuro, annuvolato di bianco, becchettato da un caos di ali e volteggi. Il gruppo si avvicina ma la massa nera, tormentata, smontata pizzico dopo pizzico, non trova il paio nella memoria. Non c’è neanche la parola corrispondente per addomesticarlo. Certo. Un pesce enorme, ma in un rapporto di scala così insolito da scardinare la percezione. Se lo guardi da lontano, per vederlo tutto intero, sei così distante da perdere i dettagli.

 

Hai l’insieme, ma è un insieme opaco. Se invece ci vai sotto fino a sentirlo dentro il naso, gas di decomposizione, ammoniaca, allora sei vicinissimo alla sua trama, ma lo smarrisci, il pesce, a destra, a sinistra, in ogni direzione, tranne quella dei piedi. Come a guardare un paesaggio a due centimetri da terra, il grande leviatano scompare. Cominciamo da lontano allora. Nella Repubblica dell’Azerbaigian, in una regione chiamata Gobustan, ci sono un migliaio di rocce en plein air con più di seimila immagini. Queste incisioni vanno dal Paleolitico superiore al Medioevo. Gli animali più rappresentati sono bovidi ed equidi, come a Lascaux, Altamira, Levanzo, ma qui, come la renna nella regione francocantabrica, l’animale veramente cacciato era un altro, la gazzella. Renne e gazzelle, nei rispettivi siti d’arte rupestre, sono rappresentate molto raramente perché le immagini che ossessionavano l’uomo del Paleolitico non erano quelle di animali buoni da mangiare, ma da pensare.

 

 

Ora, in Gobustan, erano accadute delle cose strane. I tori di Levanzo, ad esempio, puoi nasconderli con una mano, quelli azeri invece sono più grandi di quelli reali e a Kichikdas c’è l’incisione di un enorme cetaceo che misura quattro metri. Si trova in un riparo sopraelevato a 1 km dalle sponde del Mar Caspio. Un tempo Mar Nero e Mar Caspio erano collegati da un canale e prima erano solo un lembo della Paratetide, ramo della Tetide che divenne autonomo 5 milioni di anni fa in seguito all’orogenesi alpina e balcanica. Prosciugandosi, alcuni mari restarono intrappolati come grosse pozzanghere in depressioni che centinaia di migliaia di soli resero saline e sterili. Ma le balene c’erano nel Mar Caspio, e quando, oppure erano state simbolicamente portate dai viaggiatori in transito? L’Azerbaigian era una grande soglia tra l’Europa e l’Asia, al crocevia tra Iran, Iraq, Anatolia, Ucraina e le pianure del Volga. I popoli migranti che vi passarono lasciarono i loro sogni cosmogonici su migliaia di pietre calcaree rosa gialle arancioni. La grande balena incisa era stata vista dall’alto di quel belvedere roccioso sulle acque del Mar Caspio o veniva da ricordi più lontani, addirittura lontanissimi, come quello strano animale dipinto dagli Aborigeni australiani più di 20.000 anni fa che ricorda un improbabile, e certamente non autoctono, elefante?

 

 

In Cile, nel deserto di Atacama, a Izcuña, ci sono dei ripari con pitture rupestri rosse che raffigurano scene di baleneria. Risalgono a circa 1500 anni fa e sono state dipinte a decine di chilometri dalla costa del Pacifico. Qualcuno insomma è andato lassù, nelle zone più desertiche e secche del pianeta, e ci ha portato dell’acqua virtuale, e con l’acqua le balene. In Karelia, sul Lago Onega, nel sito di Novaja Zalavruga, si trova una roccia con incisa una scena di baleneria databile tra il 3700 e il 1700 a.C. Qui si vede una balena, forse un beluga, attaccato tramite funi a sei imbarcazioni piene di cacciatori. Ma questa volta l’acqua c’è davvero, e non è quella del lago: l’incisione è stata fatta in una piccola conca rocciosa dove scorre un rivolo d’acqua, proprio sopra la scena, come se il beluga venisse trascinato dalle barche lungo un fiordo in miniatura. È chiaro che l’arte rupestre, per quanto realistica, ha sempre a che vedere con l’altrove, il lontano, l’invisibile. Ma nel caso delle balene è come se in aggiunta ci fosse un’impasse cognitiva, perché le loro dimensioni stranianti finiscono sempre per attivare la dialettica della miniatura descritta da Bachelard. Nella cultura proto-inuk di Thule in Groenlandia, a partire dal 1000 a.C., si costruivano ripari utilizzando i crani delle balene.

 

 

Mascella e mandibola venivano disarticolate e ricomposte per formare un grande treppiede su cui si stendevano pelli e sulle pelli zolle di terra. Stando sdraiati sotto la cupola d’osso era come ritrovarsi a guardare dall’interno del cranio di una balena. L’entrata a tunnel della dimora corrispondeva invece allo sfiatatoio. L’Inuk, come un Giona o un Geppetto iperboreo, abitava nella testa del cetaceo, illuminava il buio con il suo grasso, si riempiva la pancia della sua carne. Balene nel mare, quindi, e balene sulla terra, balene nello stomaco e uomini nello stomaco delle balene. Ma le balene, quelle vive, restavano parzialmente invisibili, come la parte sommersa dell’iceberg: un non-pensato che chiede un supplemento d’immaginazione per risalire in superficie. Ora, questi esempi, questi cetacei mentali, ci aiutano a ricostruire una grammatica fossile dell’immaginario. Ma non ci dicono solo qualcosa di nuovo sull’archeologia cognitiva di Homo sapiens. Ci forniscono uno strumento per capire come oggi sta funzionando il controllo politico delle immagini, e da dove si possa iniziare per fare resistenza dell’immaginario. Cioè dal vuoto, lo stesso di quella pietra gravida e vuota su cui un migrante di allora ha inciso barconi e balene. È semplice: si può lasciare che altri scelgano per noi le immagini e l’invisibile che rappresentano, oppure si può guardare in quel Mar Caspio della mente in cui qualcosa d’insondabile, per sempre, laggiù soffia!

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