Trump. Voto contro

Lo storico politico Allan Lichtman ha previsto il vincitore di tutte le elezioni presidenziali americane dal 1984 fino a oggi. Aveva previsto anche la vittoria di Trump. Non si basa affatto su sondaggi, a cui non crede, bensì su tredici “chiavi”. Parte dal presupposto che le elezioni siano un referendum sul partito che governa e quindi non conta granché chi siano i candidati. Se contro Clinton al posto di Trump ci fosse stato un altro candidato repubblicano, avrebbe vinto lo stesso. Se Lichtman ha ragione – e le sue previsioni finora gli danno ragione – la vittoria di Trump appare meno significativa di quanto non sembri.

 

Gran parte dell’elettorato non vota pro, vota contro. Vota “No”. (Anche in Italia. Sono convinto che la maggioranza delle persone che voteranno “No” al referendum del 4 dicembre voteranno in realtà contro Renzi.) Gran parte del voto per Trump era un voto contro Clinton, e più in profondità voto contro Obama. Trump ha vinto non perché abbia conquistato voti, ma piuttosto perché Clinton ne ha persi. Il grafico qui sotto la dice lunga. Mostra che Trump ha vinto con 59 milioni di voti, meno di quelli presi dai repubblicani sconfitti alle precedenti elezioni.

 

 

Morale: gran parte degli elettori non si sono sentiti rappresentati né da Clinton né da Trump. Quest’ultimo ha vinto perché ha conquistato gli stati che facevano la differenza.

Questo non toglie che Trump abbia vinto grazie al voto dei bianchi, soprattutto di quelli maschi, dei credenti eccetto gli ebrei, delle persone con bassi titoli di studio, di chi non vive nelle grandi città, dai 45 anni in su, e con un reddito annuale sopra i 50.000 dollari. A parte il reddito, è la tipologia di elettorato che ha votato per la Brexit.

 

Purtuttavia, dopo la Brexit a giugno e l’elezione di Donald Trump a novembre, possiamo dire che il 2016 sarà ricordato come un anno storico, quasi come il 1989. Solo che mentre nel 1989 l’evento maggiore fu il crollo del muro di Berlino, il 2016 sarà l’anno della costruzione dei muri, reali o virtuali. Il muro immateriale che la Gran Bretagna sta costruendo tra sé e l’Europa, il muro che Trump minaccia di costruire tra USA e Messico. Sono eventi particolarmente importanti perché Stati Uniti e Gran Bretagna fino a ora sono stati paesi-guida dell’evoluzione politica, culturale ed etica del mondo occidentale. Due paesi che imitiamo da tempo. Per cui è prevedibile che avremo molti altri Trump in Europa (ne abbiamo già, in verità) così come avremo altre Exit dall’Europa – vedo già profilarsi la Nederexit, la Polexit, l’Unghexit, e , perché no?, l’Italexit.

Scimmiottiamo feste, musica e letteratura americane – da qualche anno celebriamo anche Halloween. Così scimmiotteremo il Brexit e il trumpismo.

 

Oggi si discute molto se Trump sia una replica americana di Berlusconi o meno. Molti mettono in rilievo le differenze secondo loro fondamentali tra i due; ad esempio, Berlusconi formò un partito tutto suo mentre Trump non aveva partito e si è impadronito, per dir così, del partito repubblicano. Ma tutti questi acuti distinguo non ci fanno vedere l’omologia fondamentale tra l’italiano e l’americano: in entrambi i casi si tratta di imprenditori avventurieri, esperti del mondo dello spettacolo, che irrompono come outsiders nella politica del loro paese, cambiano il linguaggio della politica involgarendolo, e conquistano l’ammirazione e la fiducia di masse per lo più incolte e frustrate. Entrambi hanno persino in comune un’inquietante attrazione per Putin. Per questa ragione Berlusconi è un modello. Vedremo dove spunterà il prossimo.

Da un secolo a questa parte l’Italia è un ricco laboratorio del Male politico. L’Italia, come nella moda e nel design, tende a fare scuola. Un secolo fa inventammo il fascismo, formula che poi ebbe tanto successo in altri paesi come ben sappiamo. Dal 1946 al 1992 abbiamo inventato il modello del partito inamovibile: con varie alleanze, la DC ha governato ininterrottamente per 45 anni. E infine abbiamo inventato Berlusconi, che finalmente ha trovato un suo emulo, e nel paese più importante.

 

Le vittorie di Brexit e Trump non sono avvenute solo nelle due democrazie più longeve e solide dell’Occidente, ma in due paesi niente affatto in crisi, anzi abbastanza floridi dal punto di vista economico. Non è come agli inizi degli anni 80. Allora Thatcher subentrò sullo sfondo di un declino economico britannico che durava da tempo; e Reagan vinse contro Carter dopo l’umiliazione inflitta dalla rivoluzione iraniana e per la crisi economica. Invece l’economia americana è in costante crescita, oggi al 2,9% (quasi il doppio della crescita tedesca) e la disoccupazione non va oltre il 4,9%, un dato vicino al tasso di disoccupazione minima, direi fisiologica. Obama ha permesso a circa 20 milioni di persone di accedere alle cure mediche gratuite. Quanto alla Gran Bretagna, essa ha avuto la crescita economica più alta tra i paesi G7, e la disoccupazione è rimasta al 4,9%. Le scelte rabbiose per la Brexit e Trump sono quindi figlie non della crisi, ma della prosperità.

 

Perciò non capisco quando si dice che le proposte, anche se grossolane, di Trump attraggono perché i liberals non danno risposte soddisfacenti ai problemi. Ma a quali problemi? Non è perché le cose reali andassero male in America che hanno votato Trump, sono piuttosto certe cose simboliche ad andare male, come vedremo.

 

Trump ha vinto contro l’élite politica ed economica, ma non perché questa élite stesse portando il paese alla malora. Piuttosto, c’è una rivolta contro le élite in quanto élites. Quando si dice che il voto per Trump è stato contro l’establishment, per establishment si intende di fatto le élites, una oligarchia (e come ha ricordato Eugenio Scalfari a Zagrebelsky, non è pensabile una democrazia senza oligarchie). Non solo contro quelle politiche, ma anche contro quelle giornalistiche, culturali, intellettuali. Trump ha avuto contro tutta l’industria di punta americana: amazon, Hollywood, Uber, Silicon Valley… Quasi tutti i giornali americani si erano schierati contro Trump. I giornali hanno allora perso contatto con i loro lettori? Certo, nella misura in cui i giornalisti di solito sono dei laureati, e in qualche modo fanno parte di una élite.

 

Il concetto di establishment è abbastanza vago per servire da contenitore di tutti i deliri invidiosi. Oggi da noi è di moda dire “poteri forti”, distinguendoli da non meglio precisati poteri deboli. Un tempo si diceva “la borghesia”, “la società capitalista”, poi negli anni ’60 e ’70 si diceva “il potere”, oggi si dice “poteri forti”. In ogni caso, si intendono le élite che hanno potere.

Tutti dicono che Hillary ha vinto i tre dibattiti pubblici con Trump. Ma ha vinto secondo chi? Secondo quella élite colta che pensa come Hillary e non come Trump. Si dice che molti invece fossero irritati dal fatto che nei dibattiti Clinton fosse la più brava, che citasse dati e cifre con precisione e competenza. Troppo brava, troppo colta. Si odia l’élite intellettuale, non gli arricchiti. I ricchi non sono percepiti come élite nemica.

 

È ormai rituale dire che la sinistra non ascolta più la gente comune. La metafora più abusata è quella del tram: bisogna andare nei tram o bus delle periferie, e ascoltare quel che dice “il popolo”. Anche dopo le elezioni per sindaco di Roma e Torino, si disse che Giachetti e Fassino avrebbero perso perché non avevano preso i tram che vanno in periferia. Sarà anche così. Ma il punto è che anche dopo aver ascoltato quel che la gente dice nel tram o altrove, non è possibile per uno della sinistra democratica, o semplicemente per uno con un po’ di intelligenza, farsi portavoce “di quel che dice la gente”. Perché la gente dice spesso cose mostruose o irrazionali. Posso dirlo perché io prendo i tram, ascolto le chiacchiere al bar, al ristorante, parlo con i taxisti… So quindi quel che la gente dice. Prima di tutto, dice una lunga serie di sciocchezze. Molti che hanno votato Trump pensano che la disoccupazione negli USA sia al 15% (mentre è solo al 4,9%), che Obama è mussulmano e che non è nato negli Stati Uniti. Le smentite puntuali non servono: quando si vuol credere assolutamente a qualche cosa, non c’è controprova fattuale che tenga. Se un democratico in Germania all’inizio degli anni ‘30 avesse preso molti tram, si sarebbe accorto dell’ondata antisemita che stava travolgendo i tedeschi. E che portò nel 1933 al trionfo elettorale di Hitler. Ma cosa avrebbe dovuto fare, competere con il partito nazional-socialista sul suo stesso terreno e denunciare gli ebrei come un pericolo? Certo all’epoca molti denunciarono l’antisemitismo, come oggi si è denunciato Trump. Ma la denuncia non basta, soprattutto quando si basa su dati inoppugnabili.

Ascoltare quel che dice la gente è fondamentale, ma rincorrere il consenso spesso è semplicemente cinico.

 

Si è affermata questa teoria: che il voto per Trump, come quello per la Brexit, è voto di protesta delle vittime della globalizzazione. Che il voto per Trump è quello dei più poveri. Ma i dati con confermano questa tesi: risulta che coloro che guadagnano meno di 30.000 euro (la fascia più povera) hanno in maggioranza votato per Clinton. Bisognerebbe dimostrare chi sono davvero i danneggiati dalla globalizzazione, e se questi hanno votato per Trump. Altrimenti siamo nel cliché.

 

Si ripete che il voto per Trump è risultato delle delocalizzazioni, che hanno portato alla chiusura di industrie e a licenziamenti. Ma non ci credo. Il fatto che la disoccupazione sia bassa mostra che questi disoccupati hanno trovato il lavoro. E bisognerebbe dimostrare – piuttosto che darlo per scontato – che il voto determinante per Trump è venuto da quelli che hanno visto diminuire comunque il loro reddito. Aspetto analisi più approfondite.

 

Io credo che il voto per Trump sia sì un voto anti-globalizzazione – “America First” – ma non per le ricadute economiche della globalizzazione. Esprime un rigetto molto più simbolico dell’altro – sia esso immigrato, minoranza etnica, altra religione, ecc. Credo che il voto per Trump – come per Grillo, Le Pen, Farage, ecc. – sia un voto essenzialmente anti-cosmopolitico, cioè in fondo anti-cultura. I “forgotten men” (significativo: non women) di cui Trump vorrebbe essere portavoce non sono sempre i più poveri, ma per lo più anziani e credenti che si trovano in un mondo che capiscono sempre meno, che ridicolizza le loro certezze, un mondo dove i gays si sposano, le donne diventano cancelliere, i neri presidenti, gli ispanici leader, si mangia giapponese e cinese…

 

Anni fa incontrai in un ristorante una coppia torinese venuta in vacanza a Roma. Lui era un sindacalista della FIAT, parlandogli mi resi conto che era una persona solida, di sinistra, non parlava a vanvera. Quando gli chiesi che cosa lo avesse colpito di Roma, mi disse con tono molto irritato che a Roma si parla troppo inglese, e altre lingue straniere. Affermò che in un paio di posti – un negozio, un ristorante – gli addetti parlavano solo inglese, non parlavano italiano. Non era riuscito a farsi ascoltare. Cercai di fargli capire l’improbabilità che impiegati italiani al centro di Roma non parlassero italiano! Ma ormai il “fattoide” si era formato. Da notare che questa vivace reazione xenofoba non veniva da un leghista, ma da un sindacalista di sinistra. Lo irritava il fatto che molte persone a Roma parlassero inglese, mentre lui non lo parlava, perché questo nutriva il suo sentimento di esclusione. Come ha detto Ezio Mauro, la questione non sono più le diseguaglianze (come continua a pensare molta sinistra) ma l’esclusione (E. Mauro, “Democrazia”, La Repubblica, 10-XI-16, p. III).

 

Il voto per Trump di quelli che chiamo “identitari incazzati” esprime insomma un profondo senso di frustrazione dato che la globalizzazione in qualche modo li emargina. Culturalmente, ancor prima che finanziariamente. Trump ha trovato le parole – ovvero i capri espiatori – per convincere questi frustrati, ai quali noi consiglieremmo piuttosto uno psicoanalista.

 

In tutto il mondo si è discussa un’intervista del famoso filosofo marxista Slavoj Žižek in cui dichiarava che, se fosse americano, avrebbe votato per Trump. Da quel che ho capito, è perché Hillary Clinton rappresenta l’establishment, e gode del favore del capitalismo americano. Invece Trump, sfidando anche il linguaggio e i rituali dell’establishment, lancia una sfida che potrebbe essere salutare per la sinistra. È la riedizione della politica del “tanto peggio, tanto meglio”. Essa mi pare documentare – al di là della persona di Žižek, che indulge alle provocazioni – lo stato confusionale in cui il pensiero marxista versa di questi tempi. La confusione è connessa al fatto che oggi sempre più il voto operaio e dei ceti medio-bassi va agli identitari, come Trump. Socialdemocrazie e laburismi oggi invece godono sempre più della fiducia dei classici poteri capitalisti; non a caso Wall Street aveva puntato su Clinton. Questo processo di convergenza tra mondo dell’impresa e sinistra avviene in quasi tutti gli altri paesi; lo si è ben visto in occasione del voto sulla Brexit. Ma questo processo non porta a premiare per contraccolpo partiti e leader dell’estrema sinistra rimasta fedele all’anti-capitalismo. Non sappiamo come sarebbe andata se fosse stato il socialista Bernie Sanders a sfidare Trump; ma chi ha votato Trump non avrebbe votato nemmeno per Sanders.

 

Questa mutazione culturale, per cui le classi più deboli alla bandiera di più eguaglianza preferiscono quella dell’identità – con tutto quello che questa bandiera implica: xenofobia, muri, protezionismo – sconquassa i parametri del pensiero marxista. La contrapposizione principale oggi non è tra più eguaglianza (sinistra) e più individualismo (destra). Prova ne sia che Trump ha promesso una misura tipica della sinistra: impegnare lo stato in grandi lavori pubblici di miglioramento delle infrastrutture. Più o meno è quel che propongono da noi Vendola e Cofferati. La contrapposizione oggi più pertinente è tra da una parte l’apertura cosmopolitica al mondo (che il capitalismo non meno della sinistra predicano) e dall’altra la chiusura identitaria nel proprio focolare nazionale o regionale.

Si dice che Trump presidente farà ben poco di quel che ha promesso per vincere le elezioni, cosa che mi auguro. Ma possiamo immaginare quel che farà o cercherà di fare i prossimi anni.

 

Probabilmente farà una stretta alleanza con la Russia per eliminare DAESH in cambio di una legittimazione del dittatore Bashar Al Assad, il quale potrà così, con l’appoggio russo, liquidare manu militari ogni forma di opposizione in Siria. Tutta l’area sarà a dominazione sciita, dall’Iran al Libano, passando per Iraq e Siria. La relazione speciale con Putin schiaccerà tra i due l’Europa, tanto più che Trump punta all’eliminazione della NATO. L’Europa dovrà riarmarsi per la sua difesa, contando sempre meno sull’alleato americano. Per i giovani europei si aprono buone prospettive di carriera militare.

 

L’entusiasmo con cui Erdogan ha accolto l’elezione di Trump può portare all’autorizzazione americana a perseguitare i curdi, che pure hanno svolto una funzione così fondamentale contro DAESH.

 

In Europa, l’America si stringerà sempre più a una Gran Bretagna conservatrice e insulare, ritirando quell’appoggio all’Unione Europea che non era mai mancato, da parte americana, sin dal suo costituirsi. La pacificazione con Cuba sarà messa in questione, ed è probabile che si torni alla guerra fredda tra i due paesi; il che assicurerà lunga vita ancora al castrismo. Il processo di riconciliazione con l’Iran, iniziato da Obama, sarà rovesciato. L’Iran tornerà a essere Stato canaglia, rafforzando quindi al suo interno le forze conservatrici e integraliste; e la tentazione di costruire la bomba atomica.

Dato l’appiattimento di Trump sulle posizioni di Netanyahu, il conflitto senza fine tra israeliani e palestinesi potrà rifiorire senza remore. E tanti islamici potranno sentirsi legittimati a odiare ancor più l’America. Dobbiamo ricordare che il pro-israelismo di molti presidenti USA non è frutto di una logica geopolitica, ma è un fatto squisitamente elettorale. Molti protestanti americani, in particolare evangelici, credono fermamente alle parole della Bibbia in cui si dice che l’avvento di Cristo alla fine dei tempi avverrà solo quando gli ebrei domineranno tutto il Medio Oriente. Anche se questi protestanti non sono particolarmente simpatetici con gli ebrei, spingere Israele ad espandersi è uno dei loro dogmi fondamentali. Un presidente che voglia il consenso del fondamentalismo cristiano deve mostrare di appoggiare Israele costi quel che costi; anche se in questa elezione oltre il 70% degli ebrei ha votato democrat.

La fine di qualsiasi preoccupazione ambientalista riporterà in auge le industrie inquinanti, come quella del carbone, e gli altri paesi – Cina in testa – dovranno adeguarsi per poter competere. Aumenterà l’inquinamento e il surriscaldamento del pianeta.

 

Ma Trump non è semplicemente un presidente conservatore. Da decenni, il programma conservatore è chiaro: libero mercato e libero scambio, meno tasse per i ricchi, meno welfare. Ma Trump rappresenta – come Le Pen, Grillo, Salvini, Farage, ecc. – qualcosa di diverso. È stato eletto da bianchi di bassa istruzione. Il suo elettorato era in parte quello classico dei democratici, che non si sentono più rappresentati dai democratici. Per questa ragione al posto del libero scambio propone il protezionismo. Da qui la rottura tra Trump e il mondo degli affari; cosa che deve averlo reso simpatico a Žižek. Tutti quelli che chiamo “identitari” – Fronte Nazionale in Francia, Lega Nord in Italia, IKIPP in Inghilterra, ecc. – sono protezionisti. Il protezionismo è non solo una misura economica, ma una figura direi metafisica: nell’impedire l’entrata sia alle merci straniere che agli immigrati, si articola il sogno della propria nazione come Fortezza chiusa. Se Trump facesse quello che ha detto, la prima vittima sarebbe l’Europa, continente esportatore negli USA.

Per concludere, devo dire che a questo punto non è così male essere anziano.

Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.