Radici

29 Gennaio 2023

Ammesso che si guadagni la nostra attenzione, di un albero guardiamo tronco e chioma, fiori e frutti, specie se commestibili. Insomma, rimaniamo in superficie. Di rado pensiamo a ciò che gli sta sotto o badiamo a quel che affiora delle radici. A meno che non siano quelle, aeree o terrestri, dei grandi pachidermi arborei come i Ficus macrophylla di Palermo, o i fasci radicali del Pandano (Pandanus hornei) delle Seychelles o di qualche giardino botanico. Anzi, le malediciamo se ci recano disturbo, danno: per l’intralcio sui marciapiedi, perché si sono infilate in muri di cinta e tubature, per aver dissestato pavimentazioni. 

Anche quando mettiamo a dimora una nuova pianta tendiamo a considerare il futuro sviluppo dei rami, quasi mai quello delle propaggini sotterranee. 

Eppure, quella pianta è quel che è per ciò che di lei non vediamo. Eppure, in qualche caso come tuberi e rizomi, le mangiamo, le usiamo per la produzione di pregiati oggetti d’artigianato o per arredi esclusivi di radica di erica, di noce ... e altro ancora. Eppure, come l’intero e le altre sue parti (albero, ramo, foglia, petalo, germe, seme, gemma ecc.), anche la voce “radice” ha arricchito la nostra lingua: è di ampio uso in espressioni figurate e, per estensione, alimenta il vocabolario di matematici, medici, geologi, linguisti, letterati e filosofi.

Senza scomodare Empedocle e le quattro «radici di tutte le cose» (gli elementi fondamentali terra acqua aria fuoco), è sul crinale sempre fecondo tra filosofia e letteratura che possiamo trovare un esempio di quanto una radice possa essere fonte d’ispirazione.

Osservandone una di castagno il protagonista della Nausea di Sartre, Antoine Roquentin, ha un’epifania che gli rivela niente meno che «l’assoluto o l’assurdo»:

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Dunque, poco fa ero al giardino pubblico. La radice del castagno s’affondava nella terra, proprio sotto la mia panchina. Non mi ricordavo più che era una radice. Le parole erano scomparse, e con esse, il significato delle cose, i modi del loro uso, i tenui segni di riconoscimento che gli uomini han tracciato sulla loro superficie. Ero seduto, un po’ chino, a testa bassa, solo di fronte a quella massa nera e nodosa, del tutto bruta, che mi faceva paura. E poi ho avuto questo lampo d’illuminazione.

Ne ho avuto il fiato mozzo. Mai, prima di questi ultimi giorni, avevo presentito ciò che vuol dire «esistere». [...]

Se mi avessero domandato che cosa era l’esistenza, avrei risposto in buona fede che non era niente, semplicemente una forma vuota che veniva ad aggiungersi alle cose dal di fuori, senza nulla cambiare alla loro natura. E poi, ecco: d’un tratto, era lì, chiaro come il giorno: l’esistenza s’era improvvisamente svelata. Aveva perduto il suo aspetto di categoria astratta, era la materia stessa delle cose, quella radice era impastata nell’esistenza. O piuttosto, la radice, le cancellate del giardino, la panchina, la rada erbetta del prato, tutto era scomparso; la diversità delle cose e la loro individualità non erano che apparenza, una vernice. Questa vernice s’era dissolta, restavano delle masse mostruose e molli in disordine – nude, d’una spaventosa e oscena nudità. [...] 

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Naturalmente io non sapevo tutto, non avevo visto il germe svilupparsi e l’albero crescere. Ma davanti a quella zampa rugosa, né l’ignoranza né il sapere avevano importanza: il mondo delle spiegazioni e delle ragioni non è quello dell’esistenza. Un cerchio non è assurdo, si spiega benissimo con la rotazione d’un segmento ad una delle estremità. Ma pure il cerchio non esiste. Quella radice, al contrario, esisteva, e in modo che io non potevo spiegarla. Nodosa, inerte, senza nome, essa mi affascinava, mi riempiva gli occhi, mi riportava continuamente alla sua propria esistenza. Avevo un bel ripetermi: «È una radice» – non attaccava più.

Si potrebbe discutere di quell’«inerte». Di certo bisogna pensare che le radici “esistono”, sono in relazione con noi, e con il tutto, nutrono il creato quanto e più delle fronde che respirano anidride carbonica. Dobbiamo immaginare il loro mondo oscuro sottostante, sempre all’opera, non meno connesso e sofisticato dei nostri sistemi di comunicazione, della nostra rete web. 

Patricia Westerford è il personaggio più affascinante del Sussurro del mondo di Richard Powers: nel concepirla deve aver avuto in mente la figura di Suzanne Simard, la biologa californiana che per prima ha studiato la estesissima rete di connessione tra le piante e il sistema simbiotico delle micorrize. Patty è la figlia minore di un consulente agrario, nata con una disfunzione dell’orecchio e fin da piccola immersa in un suo mondo silvestre. Non bella ma dotata di un’intelligenza non comune, la seguiamo dalle lezioni paterne a quelle dell’università quando il «brutto anatroccolo» diventerà, non senza inciampi e boicottaggi, una brillante ricercatrice che farà una scoperta sensazionale: gli alberi mandano segnali ai propri simili, segnali di allerta, si difendono a vicenda. Patty la Pianta, come viene chiamata dai colleghi, dopo una fugace notorietà cadrà in disgrazia presso i professori dell’accademia. Ma, anni dopo, avrà il suo riscatto: le sue teorie troveranno nuove conferme negli studi di giovani e non prevenuti ricercatori, e proverà che gli alberi “parlano” tra loro non solo per via aerea:

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Nel corso di quegli anni, la riempie di gioia vedere ciò che l’abete di Douglas è capace di fare. Quando le radici laterali di due abeti si imbattono l’una nell’altra sottoterra, si fondono. Attraverso quei nodi autoinnestati, i due alberi uniscono i loro sistemi vascolari e diventano uno solo.  Collegati insieme sottoterra da innumerevoli migliaia di chilometri di miceli, i suoi alberi si nutrono e si curano a vicenda, mantengono vivi gli esemplari giovani e malati, concentrano le loro risorse e i loro metaboliti in fondi comuni [...]

I suoi alberi sono molto più socievoli di quanto Patricia sospettasse. Non ci sono esemplari isolati. E neppure specie separate. Tutto nella foresta è foresta. La competizione non può essere separata dalle infinite fragranze della cooperazione.

Scrive tutto ciò in articoli e in un libro, dove illustra gli scambi alimentari benefici tra ife fungine e radici arboree, le informazioni che individui molto lontani si trasmettono, come gli alberi siano gli spazzini di terra e cielo, il ruolo avuto nella vita di uomini e donne e come hanno inciso nella nostra storia, quanto gli alberi siano fino all’ultimo magnanimi e, prima di morire, donino «al fondo comune», attraverso le radici, le proprie ricchezze in una specie di testamento alla comunità. 

Potessimo, anche noi umani, essere così generosi, e dire di noi quello che il Buddha disse degli alberi: «un albero è una cosa mirabile che ripara, nutre e protegge tutti gli esseri viventi. Offre persino l’ombra ai boscaioli che l’hanno distrutto». Sono queste le parole con cui Patty termina il suo libro. 

Potessimo anche guardare un albero come suggerisce questa breve, radiosa e intensa poesia che Antonio Prete gli dedica, tratta dalla raccolta Menhir:

L’albero, radice e forma.
Radice che sogna la forma.
Forma che pensa la radice.
E cielo tra i rami.
Nubi di pensieri nella linfa.
Filigrana del vento.
Ironia del movimento.

Tutte le foto sono di Angela Borghesi

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