Rebellion. La contestazione al tempo di Fedez

23 Gennaio 2015

“We are the fortunate ones/ Who've never faced oppression's gun/ We are the fortunate ones/ Imitations of rebellion”, questo è il ritornello di Rebellion, brano della band americana Linkin Park, dedicato al tracollo della società e che sarcasticamente si rivolge a tutti coloro che pur non avendo fronteggiato le “armi dell'oppressione” si propongono come “ribelli”, o meglio, come loro malriuscita imitazione.

Cosa vuol dire essere ribelli nella contemporaneità? Chi viene etichettato come ribelle?

La ribellione è un atto di opposizione, violenta o meno, contro lo Stato o la legge, e, per estensione, vuol dire esprimere dissenso. La ribellione è vista, dunque, nel senso politico e militare, ma in forma aggettivata trova spazio anche per descrivere uno stile, di vita e di moda, che combacia con alcuni tratti e motivi invarianti come tatuaggi, piercing, borchie, sdrucimenti vari, ecc. Per le riviste di moda lo stile rock è da ribelli perché ispirato agli eccessi dei musicisti e, dato che nell'incipit del presente articolo si è citata una canzone, l'exemplum della ribellione contemporanea che andremo ad analizzare è proprio un cantante, o meglio un rapper, Federico Leonardo Lucia, da tutti conosciuto come Fedez, spesso apostrofato come ribelle. Fedez è un “ribelle che accende polemiche in prima serata” (@MatteoBianx su Twitter), ma è anche un ribelle innamorato (vd. “Chi”), e si ribella motu proprio contro Napolitano, Gasparri, Salvini e Lucio Dalla.

 

 

Insomma Fedez, a ventiquattro anni, contesta tutto e tutti. Avrà fronteggiato le armi dell'oppressione cantate dai Linkin Park, che il rap lo fanno da qualche annetto in più? Probabilmente no, ma la sua costante ribellione gli è valsa un blog su “Il fatto quotidiano”. I tratti sopraelencati del ribelle Fedez li ha tutti: tatuaggi, tanti, troppi, quasi gli nascondono il viso e disturbano lo spiccato senso estetico di Gasparri, che gli attribuisce l'appellativo di “cosodipinto”, piercing, ecc. Ma soprattutto Fedez fa rap, un genere musicale che nasce proprio come forma di contestazione, di ribellione. Su Wikipedia si legge che uno dei sottogeneri praticati da Fedez è il political rap che lo ha contraddistinto sin dal primo album, autoprodotto e pubblicato nel 2011, Penisola che non c'é, dove nel singolo omonimo si scaglia contro “Silvio Latin Lover”, i giornalisti che si fanno “delle gran pere”, asserendo che è “meglio morire 2012 che Expo 2015” e che non vuole più obbedire. Strano, ma vero, un paio di anni dopo, nel 2013, dopo aver raggiunto il successo con il primo album ufficiale Sig. Brainwash - L'arte di accontentare, si legge su Mtv.it che il suo stile è caratterizzato dai capi del Brand “Obey”, dal significato letterale di obbedire, che hanno contribuito a farlo entrare nell'immaginario di massa anche come icona dello stile alternativo. L'obbedire modaiolo in questione è in realtà sinonimo di contestazione nell'ottica della psicologia inversa del creatore del brand, lo street-artist Shepard Fairey, assurto agli onori della cronaca con il manifesto di Barack Obama “Hope”. L'isotopia, il fil rouge, dell'obbedire è espressa attraverso abiti dal design militare continuando con l'affermazione dei valori di ribellione e resistenza in senso antifrastico e sarcastico. La ribellione torna preponderante anche nelle etichette, in questo caso discografiche, come nel caso di Newtopia, progetto definito “di giovani ribelli” attraverso cui Fedez e J-Ax vogliono contrastare il modo di fare marketing e di pubblicizzare gli artisti delle major che mirano solo a “mangiare” sui cantanti emergenti invece di educarli a una sana gavetta che, in effetti, risulta anche questa volta un concetto discretamente antifrastico per un giudice di X-Factor, il talent show che l'ha definitivamente fatto conoscere agli italiani, ma soprattutto ai politici italiani.

 

Si proceda con ordine: il 7 ottobre 2014, Beppe Grillo pubblica sul suo blog l'annuncio della pubblicazione del nuovo inno del MoVimento 5 stelle, realizzato da Fedez in occasione del raduno di partito al Circo Massimo tenutosi dal 10 al 12 ottobre. “Non sono partito”, parla di una Repubblica c(i)eca e di elettori addormentati da vent'anni davanti al televisore. Fedez non risparmia nessuno: Nicola Mancino, Napolitano, e preannuncia anche il caso della Mafia Capitale con le parole profetiche “il marcio su Roma”. Peccato che fosse un inno di partito, perché per partecipare alle elezioni bisogna essere almeno formalmente un partito, neghi la sua ragion d'essere, ma probabilmente si tratta sempre della retorica ossimorica della ribellione ubbidiente. Nonostante Fedez abbia propugnato l'arte di accontentare, non è mai pago di polemiche televisive e twitteriane con i politici che a loro volta non disdegnano le repliche e i vezzeggiativi come lo “Schifez” di Brunetta arrivato tramite replica social dopo la dichiarazione di Fedez durante la diretta di XFactor di volersi lanciare con un paracadute dalla sua testa. A suon di retweet e di like, tra demagogia e populismo, o forse pop-hoolismo, per citare l'ultimo album del rapper, si giunge alla diatriba con Gasparri, l'affair #cosodipinto che ha raggiunto picchi disgustosi di cadute di stile del Vicepresidente del Senato della Repubblica, ormai definito come “cinguettatore seriale” (8.216 tweet in tre mesi, fonte: Ansa), con l'invettiva alla giovanissima fan di Fedez “meno droga più dieta”. Propaganda e contestazione si giocano su Twitter, meglio ancora se, come recita laconico il titolo del primo articolo sul blog Diversamente rapper su “Il fatto quotidiano”, se “si allatta attaccandosi a un sacco di capezzoli”. Cosa vorrà mai dire? Restando fedele a uno stile espositivo irriverente, Fedez conduce una micro-inchiesta sui falsi follower, o fakebot, ovvero account automatici che hanno come funzione quella di rimpolpare il numero di proseliti di un profilo e di retwittare i messaggi per aumentarne la visibilità e l'influenza mediatica. Nel particolare Fedez propone i casi di Renzi, Rihanna e su tutti Salvini della cui falsità dei retweet, cito testualmente, “restituisce una certa fiducia nell’umanità”.

 

A metà tra la Gabanelli e un Eminem low profile, Federico Leonardo Lucia dissemina pillole di saggezza, proponendosi come portabandiera di un'Italia che non si addormenta più davanti alla televisione, XFactor permettendo.

Oppure Fedez è d'accordo con i Linkin Park? In Si scrive schiavitù si legge libertà scrive: “Mio padre aveva ragione/ Guccini aveva ragione/ a far canzoni non si fanno le rivoluzioni”.

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