Ad ognuno la sua rosa

Non son che rovi. Ma non le estirpiamo, anzi: non v’è giardino che non le esibisca, né poeta o scrittore degno di tanto nome che non le abbia cantate. E, come in ogni giardino che si voglia tale, anche nel nostro le rose debbono aver posto d’onore. Ma intendiamoci: niente rose da fiorai. Non hanno le mie simpatie le dive dritte sul lungo stelo: inodori, inespressive. Ho un debole per le botaniche e le antiche, per quelle semplici e un po’ scapigliate, o dall’unica stupefacente fioritura, perle rampicanti o sarmentose che s’innalzano sugli alberi per ricadere in festoni di corolle o che corrono su staccionate in grappoli gremiti di piccole coccarde. Tutte rose profumate di fresco, di spezie e d’ambra, di frutti e di muschio. E se le corolle devon essere vistose, che siano di gusto vittoriano, dalle coppe piene e ben quartate come quelle ritratte dai pittori fiamminghi, o le romantiche, morbide e tonde, dai boccioli affusolati e dai petali ondulati a nasconderne il cuore.

 

 

Certo, quando si sceglie una rosa si dovrebbero prendere in considerazione non solo forma, colore profumo dei fiori. Foglie e cinorrodi sono elementi decorativi non di second’ordine, specie per le varietà non rifiorenti: ci si innamora di una Kiftsgate per le cascate di piccole bacche rosse persistenti l’intero inverno quanto per i lussureggianti racemi bianco fioriti. E di una Hugonis o di una Farreri – gialla la prima, rosa la seconda – per le foglie pennate simili a felce, di bella resa anche in autunno. Tra le mie predilette le precoci e vigorose banksiae, sia la candida (alba plena) sia la canarina (lutea): cinesi d’origine, ricoprono grandi superfici con lunghi tralci privi di spine, foglie composte e innumerevoli corimbi di micro ponpon finemente odorosi. E, anch’essa inoffensiva, –magnifica –, la Veilchenblau: ridono a mazzi i capolini semidoppi che della viola hanno sfumature, profumo e occhio dorato. Poi, la tardiva Mermaid: cinque grandi petali giallo zolfo con folti stami bruniti; e un’altra atleta delle cime, campionessa del climbing, la Paul’s Himalayan Musk: se avete una conifera dai palchi un po’ vuoti nulla di meglio che affollarli con questa deliziosa rosellina, timida all’apparenza per le guance soffuse di lilla e peperina al naso. E come non ricordare le Noisette, così generose nei toni lunari o solari, su tutte – ma che scelta difficile! – la Mme Alfred Carrière e l’Aimèe Vibert.

 

 

Riportando lo sguardo verso terra, lo poso volentieri su una Mutabilis chinensis che sfarfalleggia per tutta la stagione con fiori solitari e semplici che dall’albicocca virano al rosa fino all’ultimo sfoggio del cremisi: bellissimi poi i giovani getti di rosso bronzati. E che dire delle Galliche o delle Alba –forse le più antiche e note già a romani e medievali – delle Centifoglie, delle Damascene, delle Moschata o delle Rugosa. E perché non ospitare le spontanee rose di macchia, la canina o la montana pendulina? Ma no, non si può proseguire con un elenco da catalogo vivaistico. Ciascuno si scelga la sua rosa e se la goda, accudendola d’inverno con buon stallatico al piede, da rincalzare con la vanga in primavera. Se rampicante, sposiamola a una clematide, se cespugliosa a erbacee perenni o alle aromatiche, e usiamo le cesoie con parsimonia, giusto per governarla un poco, ma la si lasci libera di esprimersi assecondandone estro e portamento.

 

 

Perché con le rose o ci si attiene a un’asettica descrizione botanica o si sfida l’ineffabile. Sarà anche per questo che Dante, giunto al supremo, paradisiaco, limine del dire, là dove i topoi del negativo, dell’inadeguatezza della parola, affrontano la prova più ardua, colloca gli spiriti salvi nella rosa dei beati? D’altronde, per stare solo al secolo che ci è alle spalle, Rainer M. Rilke, che pure dedica i suoi ultimi respiri poetici al ciclo francese delle Rose, nello sforzo per carpirne il segreto, confessa: «Non parlerò di te. Sei l’ineffabile, / questa è la tua natura». E Giorgio Caproni, nella postuma raccolta Res amissa, esorta:

 

Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.

Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa.

 

 

È dunque risaputo che della rosa, come della poesia, non si possa significar per verba la quidditas; e non vogliamo ripetere il tautologico mantra di Gertrude Stein. Semmai possiamo solo sperare in una panica immedesimazione, di quelle che capitano solo alla Dickinson:

 

Un sepalo, un petalo e una spina
in un comune mattino d’estate;
un fiasco di rugiada, un’ape o due,
una brezza,
un frullo in mezzo agli alberi;
ed io sono una rosa!

 

 

Ma noi abbiamo la nostra rosa nella manica, perfetta per il nostro giardino di carta.

Nelle Foreste sorelle di Giuliano Scabia, c’è un giardiniere poeta di nome Guido il Puliero,che disegna e scrive (in omaggio al poeta e pittore Pascasio di San Giovanni, che l’aveva inventata, e a Padre Pozzi che l’ha riscoperta) la sua rosa degli indizi. Una rosa di parole che petalo dopo petalo, indizio dopo indizio, ci porta al centro dell’enigma della vita, al «pistillo mistico», al messaggio che tutti dovremmo ascoltare e seguire. Varcate la soglia, leggete, entrate nel magico mondo di Nane Oca e capirete perché questa è la rosa di tutti i profumi, di tutti i sensi, la rosa della rivelazione, la rosa più bella che c’è.

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