Amiche e segreti crudeli
Rancore di Concetta D'Angeli (Il ramo e la foglia, 2026) è molte cose, tenute saldamente insieme da una scrittura che lascia affiorare, nel suo impianto realista, ciò che il testo stesso sembra voler tacere: il rancore del titolo, più che un sentimento di rabbia, appare come il risultato finale di un confronto spietato dell'autrice con sé stessa. Concetta D'Angeli, al suo quarto romanzo (prima di questo è Le rovinose, uscito nel 2021 sempre per lo stesso editore e vincitore di due premi, il Forum Traiani e il Cava de' Tirreni, oltre ad essere stato in semifinale al Premio Comisso ed essere stato proposto allo Strega da Paolo Ruffilli), ha insegnato Letteratura Italiana e Drammaturgia Teatrale all'università di Pisa. Come studiosa si è occupata di autori del Novecento italiano, in particolare di Testori, Calvino, Pasolini e, con particolare coinvolgimento, di Elsa Morante.
D'Angeli racconta una storia allestendo un teatro, con quattro donne protagoniste che agiscono sotto lo sguardo di un pubblico ideale, una messa in scena che serve a smascherare le finzioni sociali e personali e che rivela dei personaggi ciò che loro stessi ignorano di sé. Matilde Rosati, un'anziana intellettuale fiorentina, è in viaggio, sul sedile posteriore dell'auto guidata da suo nipote. Con loro c'è la giovane moglie di lui: vanno a firmare l'atto di donazione, alla coppia, di un casolare ricevuto da Matilde in eredità. Nel dormiveglia, tra il ronzio del motore, Matilde ripercorre la propria vita.
Siamo nel 2020, all'inizio della pandemia che bloccò il mondo intero. Matilde e Fiamma, la sua compagna di vita, sono nel piccolo appartamento di Matilde, a Firenze. Decidono di trasferirsi, come molti fecero davvero, nella casa di campagna di Fiamma, a Casciana Terme, sulle colline pisane, e convincono due loro amiche a raggiungerle: Elisa, proprietaria di una boutique di moda, e Lauretta, vedova di un attore teatrale famoso. L'aria del Decamerone circola in questo piccolo gruppo che si trasferisce in campagna per sfuggire a una peste: i nomi di tre delle protagoniste ricordano la Fiammetta e la Elissa del Boccaccio, mentre il nome di Lauretta è proprio uguale a quello di una delle sette donne delle cento novelle. Ma il modo in cui, a un certo punto del romanzo, Elisa propone di fare un gioco ("E se si giocasse a chi ha raggiunto il successo tra noi?") mi ha richiamato alla memoria i riti affabulatori di Salò di Pier Paolo Pasolini (1975): anche lì tre donne entrano in scena – Caterina Boratto (la signora Castelli), Elsa De Giorgi (la signora Maggi) e Hélène Surgère (la signora Vaccari) – con i loro racconti per far eccitare i Signori. Le rivelazioni delle quattro amiche in Rancore hanno la stessa crudezza di quella messinscena: ci si espone per ferire, per essere ferite, per misurare le proprie piaghe con quelle altrui. Il film e il libro non raccontano e basta, ma chiedono la partecipazione dello spettatore-lettore voyeur. I segreti delle quattro amiche fuoriescono a poco a poco, crudeli al limite del sadomasochismo. La degenerazione dei rapporti che le legano – una al marito, una alla madre, le altre due tra di loro ("Poi fu Matilde a farsi avanti...") – emerge davanti al camino, tra aperitivi, cene e discussioni notturne. Lauretta rivela di aver svolto per decenni il ruolo di segretaria, infermiera, contabile e collaboratrice silenziosa del marito, un attore famoso amato dal pubblico. Elisa, la più cinica e apparentemente autonoma del gruppo, nasconde una storia dolorosa: cresciuta credendosi orfana di genitori morti in un incidente, scopre a quarant'anni che la verità è ben diversa. Fiamma vive fuori dal tempo convenzionale, parla con fantasmi e interlocutori invisibili, oscilla tra momenti di lucidità e sconforto. È lei a smuovere le acque, a fare domande scomode, a tirar fuori ciò che le altre nascondono. Matilde, la voce narrante, è una intellettuale con una incapacità strutturale a riconoscere il proprio valore, una che ha imparato così bene a sminuirsi da farne un metodo, una forma di sopravvivenza intellettuale in ambienti che non perdonano l'ambizione delle donne.

Ricercatrice universitaria per trent'anni senza mai avanzare di carriera, non riesce a scrivere il saggio su Proust che vagheggia da sempre. Nel corso del romanzo riconosce i propri tradimenti: ha rinnegato la sua insegnante di liceo, la figura più importante della sua formazione, per conformarsi all'ideologia escludente della Scuola Normale di Pisa dove è approdata dopo le superiori; ha adottato maschere e conformismi per sopravvivere in un ambiente competitivo e ostile; ha tradito sé stessa, rinunciando alla "gioia dell'arte" che l'aveva salvata dopo la morte precoce dell'amica d'infanzia Daniela. Matilde chiama suo padre e la sua psicanalista – "l'amica de lonh", amata a distanza come nell'amor cortese – i suoi "traghettatori": come lo è, per certi versi anche Fiamma e come lo sono state Annalisa, la sua prima amante, che le fece scoprire l'omosessualità, e la sua insegnante: figure che l'hanno aiutata a crescere, a passare da uno stadio all'altro della vita. Ma tutti la tradiscono, in modi diversi, due muoiono, una la lascia, l'altra viene da lei stessa abbandonata. "Dunque ero rimasta sola in un universo senza ripari né appigli; e mentre lottavo per contenere la certezza che il mondo si fosse capovoltato, mentre arrancavo sostenendomi alle pareti e tentavo di resistere al terrore che anche i muri si sarebbero sbriciolati, detti un nome comune a quei defunti che mai m'erano sembrati simili: erano stati i miei traghettatori".
Uno dei nuclei simbolici più forti nel romanzo è il riferimento a Marta e Maria, metafora della scissione interiore di Matilde tra vita attiva e vita contemplativa, tra materia e astrazione, tra corpo e pensiero: una frattura che attraversa tutta la sua esistenza e che il romanzo stana con coraggio: "Dove sto andando a finire io, né carne né pesce, né Marta perché ho rifiutato di esserlo, né Maria perché avrei voluto ma mi sono smarrita?". Scritto da una donna, con quattro protagoniste donne, in Rancore gli uomini sono figure di contorno: un marito che sarà umiliato, un contadino albanese, il padre della narratrice appena accennato, un nipote. Una certa idea di "letteratura femminile" – quella categoria tematica protetta che il dibattito culturale contemporaneo oggi reclama – sembra tuttavia assente in questo libro: D'Angeli sfugge a qualunque incasellamento. La forza della sua scrittura sta nel rifiuto delle etichette, degli stereotipi di genere e dello scrivere solo di ciò che si è vissuto: l'omosessualità di Matilde e Fiamma, per esempio, è trattata senza enfasi identitaria o autocompiacimento, appare naturale, senza bisogno di sventolare bandiere.
I personaggi si esprimono con un linguaggio che rispecchia le loro classi sociali; il destino biologico predeterminato non c'entra. Nell'intento naturale di essere prima di tutto una voce umana, D'Angeli non smette di parlare da una prospettiva femminile, ma in un modo che rende obsoleta la distinzione stessa tra i sessi: ciò che è "personale", in questo romanzo, non è solo confessione, il "diario segreto delle donne" diventa semmai uno strumento per analizzare il linguaggio e il potere, anche quello di coppia. La casa dove le quattro amiche si rifugiano diventa la scena dei misteri, delle paure e della speculazione intellettuale, liberando la donna e la scrittrice dal dovere di considerare il focolare domestico come lo spazio naturale per la sua scrittura e facendone il luogo ambiguo dove ciò che doveva essere nascosto affiora.
Le settimane di convivenza forzata a Casciana Terme vengono scosse dalle immagini televisive delle bare dei morti di Covid a Bergamo, trasportate dai camion militari, che incrinano definitivamente l'illusione di un rifugio sicuro. Poco prima della fine del lockdown, mentre le quattro amiche si preparano a ripartire, un colpo di scena tragico le restituisce alla vita. Il romanzo si chiude tornando alla cornice iniziale: Matilde, seduta in giardino mentre il nipote visita la proprietà, riflette sul consiglio di Lauretta di elaborare il groviglio di pensieri che la tormenta attraverso la scrittura, come fa lei. Il finale chiude il cerchio in questo romanzo che confonde i piani tra realtà e finzione (ma una cronologia "che corrisponde all'incirca al tempo della storia raccontata" posta in chiusura del libro, ci fa credere per un momento che quello che abbiamo letto sia tutto vero: quel paratesto trasforma retroattivamente la lettura, instilla un dubbio). La verità, invece, non è una sola, il realismo un'illusione e i personaggi non sono altro che attori di una pièce già pronta per essere rappresentata.