Cecilia Vicuña tra architetture aeree e ghiacciai

15 Agosto 2026

Castello di Rivoli. Un’architettura sospesa forma una lunga galleria digradante che fluisce lungo una buona parte della Manica Lunga. È fatta di lana bianca, cruda e grezza, ma morbida, tattile. Concepita sulla base di una spiccata sensibilità spaziale, con l’idea di accompagnare l’andamento dell’ambiente e unificarlo, invita a sostare al proprio interno o ad attraversarla.
Malgrado le dimensioni, l’opera vuole essere leggera e sostenibile: le corde che la tengono al soffitto sono in fibra naturale, la struttura in leggero bambù, la lana ha origini locali.
Realizzata da Cecilia Vicuña, l’installazione si intitola Il ghiacciaio scomparso e rientra pienamente nella ricerca di questa artista, Leone d’Oro alla Carriera della Biennale di Venezia nel 2022 e tra le massime personalità del panorama internazionale; ma sempre capace, malgrado il moltiplicarsi degli impegni, di restare lucidamente fedele non solo al linguaggio e ai contenuti, ma ai principi di frugalità che la guidano da decenni. 
      
Nata a Santiago del Cile nel 1948, Cecilia Vicuña è attiva fin dagli anni ‘60 come artista, poetessa e attivista. Studia Arte all’Universidad de Chile di Santiago, poi, nel 1972, si trasferisce alla Slade School of Fine Art di Londra grazie a una borsa di studio britannica. È lì l’11 settembre 1973, giorno del colpo di stato di Pinochet. Resterà fuori dal Cile per anni, prima a Londra – dove ottiene asilo politico e partecipa alla fondazione e alle attività del movimento Artists for Democracy – poi a Bogotá, in Colombia, fino al 1980. Oggi vive a New York, pur mantenendo un legame saldo con il paese d’origine. Espone in tutto il mondo, e a Rivoli era già stata presente nel 2000, in occasione della mostra Quotidiana con cui, tra l’altro, si era inaugurata la Manica Lunga.
Profondamente interessata al sapere delle popolazioni indigene, a partire da quelle andine, con le quali si identifica, Vicuña attinge instancabilmente a questo patrimonio di conoscenza, per veicolare un pensiero radicalmente democratico ed ecofemminista, basato sull’idea che gli umani facciano parte di un ecosistema che li eccede. Ma vuole anche affermare un punto di vista molto preciso, esplicitamente decoloniale.

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Cecilia Vicuña, Brain Forest Ǫuipu, 2022 installation view, Hyundai Commission, Tate Modern, Photo: Sonal Bakrania, Courtesy of the artist and Tate © CECILIA VICUÑA, by SIAE.

Tutto questo è enucleato nella mostra Il ghiacciaio scomparso, in cui Vicuña riprende il più ricorrente dei suoi motivi, quello del quipu – “nodi”, in lingua quechua. L’artista lo rielabora da cinquant’anni, con esiti sempre diversi.
I quipu erano un sistema di comunicazione delle antiche civiltà andine, poi ampiamente usato dagli Inca: lunghe corde in tessuto, sospese, da cui pendevano fili variopinti annodati in modi diversi, a formare un linguaggio codificato usato per trasmettere informazioni amministrative, astronomiche e, si pensa, anche storiche, narrative e poetiche. Furono banditi dopo la conquista europea.

Riprenderli oggi significa rigenerare, poeticamente e simbolicamente, una forma di espressione sopravvissuta alla cancellazione coloniale e all’oblio, mostrandone così la persistenza e il valore culturale.
D’altra parte, a differenza di quelli antichi, i quipu di Vicuña rinunciano ai nodi: parlano, sì, di comunicazione e di interconnessione, ma non sono memoria vera e propria, bensì assenza, mancanza, ma anche desiderio di memoria.

Essi sono inoltre intrisi di un carattere profondamente rituale: la ritualità, del resto, permea tutto il lavoro dell’artista, ed è essa stessa strumento di resistenza all’attuale diffuso approccio utilitaristico alla realtà.
Lo stesso vale per la voce e le parole, anch’esse centrali nel lavoro di Vicuña, veicoli di memoria e di un legame inalienabile con le proprie radici.

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Cecilia Vicuña, Quipu de Encuentros Juncal – Aconcagua, 2024 Courtesy of the artist © CECILIA VICUÑA, by SIAE.

E infatti sulle pareti laterali della Manica Lunga, tra le finestre che lasciano intravedere il paesaggio, si trovano alcuni testi poetici, scritti con un andamento altalenante e con un tratto esilissimo: parole sospese nel bianco delle pareti, quasi respiri.

L’aspetto diafano, che è già di per sé un invito all’attenzione, corrisponde ai contenuti: si parla di acqua e di fenomeni naturali, di memorie da salvaguardare e di dissoluzione. Si evocano l’intangibile, l’effimero, la materia in transito. Leggendoli, si ha però l’impressione di una grande forza. Ognuna di queste poesie è un’obbiezione all’atteggiamento muscolare che domina il presente, e un’affermazione della vita attraverso ciò che è fragile e provvisorio.

In quelle parole si trova il nucleo germinativo del lavoro esposto a Rivoli, a partire dall’evocazione della transitorietà, dello scorrere del tempo, del movimento di elementi naturali come ghiaccio, acqua e vento. Vi si trova il riferimento al paesaggio locale, quello della Valle di Susa, in cui il Castello di Rivoli si inserisce, e alla sua configurazione geologica legata a tanti passaggi, agli antichi ghiacciai ormai estinti, ma ancora leggibili nei sedimenti morenici che si sono lasciati dietro; questo è, in fondo, il grande quipu di Il ghiacciaio scomparso, con il suo fluire.

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Cecilia Vicuña, Portrait by Bruno Savelli, 2023.

Ma il senso del lavoro di Vicuña si estende ben oltre: oltre la Val Susa e ogni altro “locale”, oltre la memoria andina e cilena, oltre la storia dei popoli nativi: riguarda ogni forma di memoria minacciata, ogni corpo reso vulnerabile dalla disparità, l’intero ecosistema, con il suo passato geologico e la crisi ambientale come fenomeno planetario, causato da fattori economici e geopolitici. E ancora oltre: antitetica a qualunque confine, la sua pratica, intende mettere in discussione le logiche correnti di inclusione ed esclusione esplorando la realtà nei suoi diversi strati e ai suoi margini, al fine di sviluppare la comprensione di un mondo plurale e interconnesso, in cui ogni cosa, anche la più modesta, fragile e precaria, possa essere letta nella sua dignità, nel suo valore, nelle sue potenzialità.      

Inoltrandosi nella Manica Lunga, si avverte progressivamente una voce. Per Vicuña il canto è da sempre una forma d’espressione essenziale, oltre che un modo di accompagnare la creazione delle proprie opere: è stato così anche a Rivoli.
Sommesso ma ostinato, via via più presente, il canto conduce ad alcuni video, visibili in fondo.

In uno, Semiya (Seed Song), si vede Vicuña raccogliere e curare, quasi cullandoli, semi autoctoni, oggi minacciati dall’agricoltura industriale. Per l’artista, i semi sono “custodi del tempo interiore”. L’urgenza di salvaguardarli è presente nella sua pratica fin dal 1970, quando propose un progetto di riforestazione del Cile nell’ambito di una raccolta di idee per il governo democratico di Salvador Allende.

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Cecilia Vicuña, Semiya (Seed Song), 2015, 7:43 min, color, sound, HD video Courtesy of the artist © CECILIA VICUÑA, by SIAE.


Quipu Mapocho è invece ambientato sulle sponde del Rio Mapocho, il fiume che nasce dal ghiacciaio andino di Cerro El Plomo e attraversa Santiago del Cile. Con questo fiume l’artista ha un legame storico: fortemente inquinato da scarichi e rifiuti, è stato anche uno dei luoghi dove, durante la dittatura di Pinochet, venivano gettati i corpi delle persone torturate e uccise, i desaparecidos. Per questo l’artista lo definisce “fiume della morte”. Nel video, Vicuña gli affida un quipu rosso che scorre dalla sorgente fino al mare, rinnovandosi costantemente nella forma ed evocando, in alcuni momenti, una sagoma umana. Il gesto manifesta il desiderio di portare guarigione, restituendo alle acque del luogo la loro antica dimensione sacrale.
Infine, Quipu de Encuentros Juncal Aconcagua fa parte di una serie di rituali collettivi condotti da Vicuña per promuovere azioni a difesa di ghiacciai, acqua e biodiversità. L’artista stessa ha definito il momento “un poema spaziale in difesa dei ghiacciai”.
Così dunque la mostra tiene conto, in ogni suo elemento, del locale e del globale. Fa riferimento a ciò che scompare o è già scomparso, e ai sedimenti che invece persistono; abbraccia in un solo sguardo temi ecologici e geopolitici, i fenomeni geologici della Val Susa, la storia cilena dei desaparecidos e di chiunque venga messo a tacere da un governo repressivo o da un sistema che trasforma la fragilità in colpa. Ed evoca la necessità di resistere.

Cecilia Vicuña: El glaciar ido (The vanished glacier / Il ghiacciaio scomparso)
a cura di Marcella Beccaria
Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea,
fino al 20 settembre 2026

Cecilia Vicuña. Architetture aeree, poesie a muro
Castello di Rivoli, Museo d’Arte Contemporanea

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