Alberi e frutta. Noce
Solitario, spesso in cima a una collina o accanto a una casa, il noce non è un albero da bosco. Del resto, le sue radici contengono una sostanza rossiccia, la juglandina, che fa morire le piante nate lì attorno. Da qui scaturiscono diverse leggende che riguardano questo albero, alto tra i 10 e i 40 metri, fronduto, e che vive facilmente sino a duecento anni. Le sue radici, dicevano un tempo i contadini, se penetrano lì sotto, alludendo alle stalle, fanno deperire le bestie. Pure dormire sotto i suoi rami, alla sua ombra, causerebbe forti mal di testa a uomini e donne. Lo Juglans, questo il suo nome scientifico, appartiene alla famiglia delle Iuglandacee, composta di alberi e grandi arbusti dell’ordine delle Fagales. Il nome gli deriva dal latino: Iovis glans, come a dire, la ghianda di Giove, un dono del re dell’Olimpo. Quello che noi conosciamo meglio, e apprezziamo per i suoi regali mangerecci, è il noce da frutto detto “noce bianco”. La prelibatezza, e insieme la sacralità delle noci, scrive Giuseppe Barbera, deriva dalle drupe, “dotate di un doppio rivestimento: il mallo carnoso e il guscio legnoso, formato da due valve saldamente legate, e per questo simboli della fertilità e della solidità delle unioni”. Questo era ben noto ai romani, che usavano lanciarle come benauguranti insieme ai versi licenziosi dei “fescennini” al passaggio degli sposi e del loro corteo. Nella Bibbia, il noce è nominato nel Cantico, dove ci si riferisce a un luogo preciso: “Io sono scesa nel giardino dei noci a vedere le piante verdi della valle, a vedere se le viti mettevano le gemme, se i melograni erano in fiore” (Cantico 6,11).
L’albero era molto diffuso in Galilea, lungo le sponde del lago di Tiberiade e vicino a Gerusalemme, dove c’era il cosiddetto Orto dei Noci. La sua origine è però, ancora una volta, in Armenia e nel Caucaso. Passato attraverso i Balcani, il noce arriva in Grecia e a Roma con la nomea di essere stato portato lì dai re persiani. Nella lingua greca i frutti si chiamano karya persiana, noci persiane; probabilmente si trattava d’esemplari coltivati rispetto ai noci selvatici già diffusi da tempo in quelle terre. In latino nux si riferisce ai frutti di cui si consuma solo il seme, come noccioline, mandorle, castagne, pistacchi e pigne. Nel Medioevo, come è capitato ad altre piante, s’era diffusa una nomea negativa. Barbera sostiene che la causa sia stata la generosità e la pregevolezza dei frutti: è come se il noce ne fosse in qualche modo colpevole? Diventa una pianta malefica e l’albero è ritenuto abitato da diavoli e spiriti. Anche il suo frutto viene accusato di provocare pustole in bocca e caduta dei denti, come è indicato persino in alcuni trattati arabi. Così diventa l’albero delle streghe dove nel mese di giugno durante la notte di San Giovanni Battista si celebrano sabba orgiastici. Una maledizione che è continuata a lungo.

Ancora oggi resta una nomea mai cancellata focalizzata sul celebre noce di Benevento, di cui scrive nel 1639 Pietro Piperno in un trattato, Sulla superstiziosa noce di Benevento. Vi descrive le streghe che arrivano in volo cantando versi ritmati, per poi gettarsi in danze forsennate e in accoppiamenti infernali. Nell’anno 1633 si era tentato di abbattere l’albero malefico della città campana, ma poi dalla ceppaia, come spesso capita in questo tipo di alberi, spuntò un nuovo tronco. Indubbio simbolo di tenacia, il noce è un legno pregiato, da cui si ricavano tavole e mobili, per quanto nella tradizione cristiana sia di questo stesso la croce sul Golgota. La sua preziosità, almeno nel mondo classico, gli deriva forse da Caria, giovane donna di Laconia, amata da Dioniso. Le sorelle, gelose del rapporto con il dio, furono da questi trasformate in rocce. Immediatamente Caria ne morì di dolore, e Dioniso la trasformò in un noce. Il suo frutto, da cui si ricava un olio un tempo ricercato, sostituì come frutta secca le ghiande delle origini umane. Il suo destino d’albero insieme positivo e negativo, prezioso e pericoloso, l’ha quindi accompagnato nel corso dei secoli. Ma non è per questo che, alla pari del castagno, ha perso la sua centralità come pianta e insieme come frutto. Se tutto si misura a partire dal valore economico, nel corso dell’ultimo secolo il noce s’è fortemente svalutato. La sua coltivazione con impianti realizzati per sfruttare al massimo il potenziale produttivo dei frutti, l’ha abolito come albero fronduto.
L’unità di legno e frutto, scrive Barbera, non sembra avere più un senso oggi. Per questo i noci, così consueti nel paesaggio agrario italiano, stanno scomparendo, cancellando via via la fondamentale policoltura italiana: ogni albero aveva un significato specifico nella economia del mondo contadino. Nel terzo capitolo dei Promessi sposi, Fra Galdino, in cerca di noci per il convento di Fra Cristoforo a Pescarenico, bussa a casa di Agnese e Lucia per chiedere qualche manciata di noci, dopo una magra questua. Il frate raccoglitore racconta alla prima la storia del miracolo delle noci capitato in un convento in Romagna con protagonista un santo di nome padre Macario. Questi, vedendo un benefattore del convento che insieme a quattro operai stava per abbattere un noce infruttuoso, a loro dire da anni non produceva più frutti, chiede di non sradicarlo pronosticando che l’anno seguente la pianta avrebbe fatto più noci delle sue foglie. La promessa è mantenuta, ma purtroppo il donatore, che, se questo fosse accaduto, avrebbe destinato metà del raccolto al convento, morì anzitempo. Il suo erede, un giovane scapestrato, non tiene fede all’impegno del genitore e per questo è punito: le noci accatastate nel granaio di casa si trasformano in foglie secche. Barbera vede in quel racconto l’anticipazione del destino che nel Novecento s’è abbattuto su questa pianta.

Mario Rigoni Stern racconta una storia dell’Altopiano di Asiago nel suo libro dedicato a piante e alberi, Arboreto selvatico. Lo scrittore riceve in dono un alberello di noci, che un amico di pianura propone di trapiantare lassù a una quota inconsueta. Dubbioso circa la sua possibilità di acclimatarsi a quella altezza, Rigoni Stern, dopo aver scavato un’ampia buca, poi riempita di stallatico, lo mette a dimora in un angolo protetto dai venti del Nord ed esposto a Mezzogiorno. Dopo un anno di vita stentata, l’amico che l’ha portato insiste perché lui continui a curarlo. Passano vent’anni e il piccolo noce è ora diventato un albero altro dieci metri, che persino produce frutti. Annota lo scrittore: “Il mio noce è sempre l’ultimo a buttare le foglie”. Chi ha fede la vince. Nelle pagine che Barbera dedica a questo maestoso e solitario ceppo, cita una battura di Linus, il celebre personaggio dei Peanuts di Charles M. Schultz, che sottolinea una delle funzioni fondamentali degli alberi: “Se le cose vanno proprio male, ti ci puoi appoggiare”. Ora che le cose nel mondo non vanno molto bene, i noci cui appoggiarsi sarebbero davvero necessari, purtroppo non ce ne sono più molti.
Cosa leggere cosa saperne di più:
J. Bosse, Storie e leggende degli alberi, Edizioni Studio Tesi; G. Barbera, Tuttifrutti, Oscar Mondadori; M. Ballero, Le piante e la Bibbia, Carlo Delfino Editore; M. Fiorini, Ti do una noce!, Edizioni del Loggione; M. Rigoni Stern, Arboreto selvatico, Einaudi.
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