Le porte del paradiso di Ndayé Kouagou

22 Giugno 2026

Guardando il lavoro di Ndayé Kouagou si ha spesso la strana sensazione di aver capito tutto, seguita dalla sensazione opposta. È una forma di disorientamento che la mostra Heaven’s truth – prima esposizione personale in Italia dell'artista francese alla Collezione Maramotti di Reggio Emilia – rende particolarmente evidente.

Kouagou nasce nel 1992 e vive e lavora a Parigi. La sua pratica si è sviluppata negli ultimi anni attraverso un circuito di istituzioni europee, dallo Stedelijk Museum di Amsterdam al Westfälischer Kunstverein di Münster, dalla Fondation Louis Vuitton al Transmediale di Berlino — costruendo una reputazione solida ma sfuggente. Il lavoro di Kouagou è difficile da collocare per almeno due ragioni. La prima è che si muove in diversi regni, dalla performance alla scrittura alle arti visive, evitando sempre di creare una zona di comfort e spingendosi invece verso quel recinto del disagio in cui si accavallano le vulnerabilità e i rapporti di potere. La seconda è la sua distanza dai codici e dai pubblici chiusi dell’arte contemporanea, che cerca di aprire un varco comunicativo più ampio, in grado di parlare a generazioni digitali e non digitali. In un momento culturale definito dalla saturazione visuale e di informazioni, la mostra si articola intorno ad un dispositivo straordinariamente efficace: il fotoromanzo. Nato in Italia negli anni Quaranta come format narrativo popolare, il fotoromanzo si colloca a metà strada tra il cinema e il fumetto. Funziona attraverso sequenze di fotografie in cui attor* in carne e ossa interpretano i personaggi della storia, accompagnat* da dialoghi scritti che guidano la lettura. A differenza del cinema, che scorre in movimento, il fotoromanzo congela l’azione in una serie di immagini fisse che chi legge deve ricostruire mentalmente, colmando i vuoti con la propria immaginazione. È un medium che porta inscritta nella propria forma una tensione irrisolta tra finzione e documento, tra la storia che racconta e la fotografia che la ancora alla realtà. È precisamente questa tensione che l’artista riattiva e porta nello spazio della Collezione Maramotti, in una forma espansa e audiovisiva. La scelta di questo medium non è nostalgica ma diagnostica. Se il linguaggio contemporaneo è visuale per default, e la separazione tra immagine e testo è meno netta, allora la tensione tra realtà e finzione che il fotoromanzo storico suggeriva come effetto collaterale del suo stesso funzionamento è oggi una condizione strutturale.

Per un’artista che individua nel linguaggio il proprio motore primario, il fotoromanzo appare quasi come una necessità strutturale. Kouagou è anzitutto scrittor*, e la sua ricerca si fonda su una continua metabolizzazione del testo, che viene assorbito, tradotto e restituito sotto forma di un linguaggio ibrido, profondamente segnato dalle estetiche del marketing digitale e dai processi di mediazione visuale che caratterizzano l’era dell’informazione e il capitalismo di piattaforma. Il fotoromanzo, come si vedrà, non viene ripreso nella sua forma più tradizionale, ma elaborato da diversi media che materializzano nello spazio una storia attraverso video, testi e stampe tridimensionali.

k
Ndayé Kouagou, Heaven’s truth, 2026, Veduta di mostra, © Ndayé Kouagou, Ph. Dario Lasagni.

La mostra si articola in più ambienti, a partire dall’opera centrale Heaven’s truth (2026), dove Kouagou racconta la storia di Pochi, un’entità canina che, dopo aver trascorso la sua vita sulla Terra come identità marginalizzata e isolata dai suoi simili, si ritrova post-mortem nell’aldilà insieme all’alter ego dell’artista nella figura del giudice, chiamato a decretarne le sorti. La storia di Pochi è suddivisa in tre capitoli distribuiti in tre sale distinte, e il passaggio da una all’altra non è lasciato all’iniziativa di chi visita. Alla fine di ogni capitolo, il video sullo schermo invita esplicitamente a recarsi nella stanza successiva, trasformando la visita in una forma di percorso guidato, quasi un gioco di navigazione dentro uno spazio narrativo che eccede il singolo schermo e si distribuisce nell’architettura stessa della mostra.

Pochi condensa il nucleo critico dell’opera. Essere nell’aldilà – uno spazio virtuale altro – significa essere un’entità la cui legittimità di esistere nel sistema è subordinata a una decisione. Il giudizio che nell’immaginario religioso dovrebbe essere definitivo e trascendente diventa qui una procedura burocratica, e in questo slittamento si rivela l’ironia dell’artista, che utilizza la struttura del paradiso per rispecchiare le dinamiche del mondo terreno, con le sue gerarchie arbitrarie e i suoi criteri opachi di inclusione ed esclusione. La storia di Pochi ricalca inoltre le logiche dei meccanismi di visibilità delle reti digitali: ciò che viene visto, ciò che viene amplificato, oppure ciò che scompare nel rumore, dipende esclusivamente da operazione di filtro e di selezione.

o
Ndayé Kouagou, A coin is a coin, 2022, Video a un canale, Courtesy Collezione Maramotti.

Da anni Kouagou mette in scena un alter ego come figura ricorrente, intepretato dall’artista stess* senza però mai coincidere pienamente con la sua persona biografica. Se in Heaven’s truth assume il ruolo del giudice, nell’installazione video A coin is a coin (2022) interpreta quello del guru. In questo lavoro l’alter ego costruisce un discorso che funziona come una trappola cognitiva. A partire dall’immagine dei due lati di una moneta, il monologo mette progressivamente in crisi l’idea di libertà e di scelta, attraverso continui slittamenti che impediscono all* spettator* di stabilizzare un significato univoco. La moneta diventa la figura di una logica binaria che struttura il pensiero – testa o croce, sì o no, vero o falso – anche quando il reale eccede costantemente queste opposizioni. Il punto centrale non è negare la verità, ma criticare la possibilità di enunciarla da una posizione neutrale e esterna. Ogni punto di vista sembra essere sempre interno al sistema che osserva, e proprio per questo inevitabilmente situato e parziale.

A partire da questa linea tematica si sviluppa Here & elsewhere (2024), dove l’artista mette in scena una diretta televisiva fittizia in cui un* giornalista raccoglie le opinioni di alcun* passant* su eventi in corso che non vengono mai esplicitati. Attraverso il linguaggio delle breaking news e della presa diretta, l’opera mette in evidenza come le forme dell’informazione contemporanea si presentino come immediate e trasparenti, mentre sono in realtà dispositivi altamente codificati, regolati da logiche di ripetizione, selezione e messa in scena. Il titolo stesso “qui e altrove” rimanda a una duplicità che attraversa l’intera mostra, suggerendo che ciò che appare come verità non è mai un accesso diretto al reale, ma sempre il risultato di una mise en scène.

Il linguaggio, motore primario di tutta la pratica di Kouagou, non abita solo i video, ma si distribuisce nello spazio espositivo attraverso una serie di lastre in plexiglass, tessuto e resina che prendono la forma di manifesti. Seguendo la stessa logica del fotoromanzo, questi oggetti funzionano come vignette che fanno da collante tra le opere video, puntellando gli spazi tra una sala. Usano la brevità e la promessa implicita tipiche della grammatica dell'advertising per generare ulteriore disorientamento. Sembrano voler dire qualcosa di preciso, e invece aprono domande senza risposta.

k
Ndayé Kouagou, Two sides, 2022, plexiglass, tessuto, resina, © Ndayé Kouagou, Courtesy Collezione Maramotti.

In tutti questi lavori Kouagou mette in scena diverse forme di potere legate alla produzione e alla circolazione dell'informazione. Il guru che vende certezze a un pubblico disorientato, il funzionario che giudica secondo criteri opachi, la giornalista che restituisce il mondo in forma di diretta. L'artista spinge queste figure fino al limite, mettendone in crisi il ruolo e la funzione.

Ciò che emerge è che chi detiene, o simula, il potere dell'informazione lo esercita attraverso una promessa di trasparenza. È proprio questa promessa che la mostra porta all'estremo, mostrando come nell'era dell'informazione e del capitalismo di piattaforma la trasparenza funzioni come un'illusione funzionale al soft power di chi ne trae vantaggio. La trasparenza non è un valore in sé, ma una condizione produttiva. Ciò che appare come apertura è in realtà una forma di governo della visibilità.

La logica sottostante è quella di un'apparente democratizzazione dell’accesso. Tutt* possono parlare, essere visibili, partecipare all'economia dell'informazione. Ma questa apertura si traduce in un sistema di estrazione. Le grandi piattaforme digitali costruiscono il proprio modello di business sulla coincidenza tra identità reale e identità digitale, e sulla visibilità online come forma di credibilità e valore. Ciò che si presenta come un’aspirazione etica è in realtà un'architettura economica precisa. La trasparenza produce dati, i dati producono profilazione, la profilazione produce pubblicità e la pubblicità produce profitto. In questo circuito il sé non è più un soggetto, ma un asset continuamente valorizzabile.

La logica opposta è invece quella dell'opacità totale, che trova una delle sue espressioni più evidenti in forme di anonimato come quelle di 4chan. Su 4chan il 90% dei messaggi viene postato sotto il nome collettivo anonymous, i thread vengono cancellati automaticamente e non esiste né archivio né memoria né identità persistente. L'opacità radicale produce la libertà di sbagliare senza conseguenze, e da quella libertà emerge tanto la creatività virale dei meme quanto le zone più oscure della rete, i suoi meandri più inquietanti e meno governabili. Se la trasparenza totale è il sogno del capitalismo di piattaforma, l’opacità totale ne è il rovescio oscuro e irriducibile.

Il lavoro di Kouagou si colloca precisamente nella tensione tra questi due poli, e lo fa in modo tattico nel senso in cui Michel de Certeau distingue la tattica dalla strategia in L'invenzione del quotidiano (1980). La strategia appartiene a chi dispone di un luogo proprio, di una base da cui esercitare il potere e calcolare i rapporti di forza. La tattica invece è l'azione di chi opera interamente all’interno dello spazio altrui, senza potersi sottrarre alle sue regole ma trovando nel gesto, nell'occasione improvvisa, i margini per piegare quelle stesse regole in direzioni impreviste.

La presenza mascherata e costante che attraversa la sua pratica ne è un esempio. Non si tratta di un’identità falsa contrapposta a una vera, né incarna la trasparenza radicale di chi espone tutto di sé tanto quanto l'opacità assoluta di chi si cancella nell'anonimato. Può essere letta piuttosto come ciò che Katherine Hayles definisce una flickering identity, ovvero un'identità intermittente che emerge nell'ecosistema dei network assumendo forme temporanee e instabili, in uno spazio intermedio che il sistema non sa come processare. Attraverso l'ironia e la moltiplicazione di identità che incarnano figure di autorità e mediazione, dal guru all'istrione, dal giudice al giornalista, l'artista non mira a stabilire cosa sia vero o falso, né a sostituire un regime di verità con un altro. Agisce invece in modo tattico, introducendo frizioni all'interno dei regimi contemporanei di visibilità e informazione. Quella strana sensazione con cui si entra nella mostra, la certezza di sapere cosa si sta guardando non è un effetto collaterale del lavoro di Kouagou, ma è il suo stesso fulcro. Il disagio è la forma, il disorientamento è il metodo che l’artista usa con precisione chirurgica. Il dubbio non è uno stato di incertezza da risolvere, ma uno strumento operativo che impedisce la cristallizzazione del senso, mantenendo il pensiero in movimento invece di consegnarlo a una conclusione. Heaven’s truth lascia chi guarda esattamente dove l’aveva trovat*: nella strana sensazione di aver capito tutto, sapendo allo stesso tempo di non aver compreso nulla.

In copertina, Ndayé Kouagou, Here&Elsewhere, 2026, Veduta di mostra, © Ndayé Kouagou, Ph. Dario Lasagni, Courtesy Gathering, London, Ibiza.

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).