Il pensiero vuole avventura

6 Marzo 2026

Ho trovato nella riflessione di Marielle Macé (Respirare, Contrasto 2023; La lettura nella vita, Loescher 2016) un piano di sostegno su cui muovere alcuni dei miei “pensieri impazienti”, rimasti impigliati nello sconcerto che tutti, credo, stiamo vivendo. Nel reale che soffoca, il possibile deperisce, e si va estinguendo. Marielle Macé offre un’“attrezzatura per l’esistenza”, smuove il terreno dove è rimasto impantanato l’agire: “far emergere dalla realtà qualcosa in grado di risollevarla: una cura, un coraggio, un’attenzione, una lotta, una spinta a vivere altrimenti. Si tratta appunto di aprire varchi, individuare forze di metamorfosi”.

Aprire “varchi”, fessure, spiragli, bocche d’aria da cui poter ricominciare a respirare, cercare parole che possano dire il nostro modo d’essere vivi, di volerci vivi. Allora, provo a stendere un inventario del tutto provvisorio di piccoli scuotimenti del possibile, dove si fronteggia il reale e la sua perentorietà, lo si riconosce e, al tempo stesso, si comincia a corrodere la sua scorza. Non credo sia poco. O è soltanto la tensione muscolare e nervosa che si accumulano in ogni inizio.

Di certo azzardato avvicinare “dolore” e “bellezza”, ridurre il loro antagonismo. Azzardato. Ma possiamo continuare a tenere al sicuro il nostro modo di pensare dall’assalto del mondo? È venuto tempo di mettere in angolo la ragionevolezza. Per non spegnersi, il pensiero vuole avventura.

“Individuare forze di metamorfosi” chiede Marielle Macé. Ed è quello che hanno fatto un gruppo di operatori nella carne del sociale (carcere, servizi sociali e sanitari, scuola), districandosi dalla “disperazione”, alla ricerca di “narrazioni del possibile, nonostante tutto”: “Nominare il male … negoziare con il male per opporsi al male, perché ogni forma di cura … è una forma di negoziazione con il male”.

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S’intitola Dolore in bellezza (a cura di Vincenza Pellegrino e Maria Inglese, Mimesis, 2025), il libro che raccoglie queste avventure dentro la sofferenza personale e sociale sviluppate lungo l’arco di dieci anni, tra il 2010 e il 2020. Un “laboratorio” destinato a innescare “opportunità di pensiero”, “le potenzialità difformi, creative, sovversive, che in quei contesti a volte riescono a disobbedire, non si fanno spegnere, non si fanno annichilire”, dicono le due curatrici.

Dolore in bellezza vuole rompere l’inerzia, spezzare l’accerchiamento della “disperazione” che spesso soffoca le pratiche di cura.

Sperimentare il “cambiamento” è l’indicazione che viene dal saggio di Maria Inglese. Il suo luogo è il carcere, quello di Parma in particolare. Ed è la “relazione” a fomentare la possibilità del cambiamento. A lungo Maria Inglese, medico psichiatra, “mediatrice penale secondo il paradigma della giustizia riparativa”, ha lavorato all’interno del carcere di Parma. Con una consapevolezza, che ha plasmato il senso della sua presenza: “Noi siamo avamposti, dice Maria Inglese, e da noi dipende la qualità dell’incontro possibile”. Possibile, non certo, e dunque costantemente in bilico sul fallimento.

Ma resta fermo un punto: il cambiamento non nasce in solitudine. Nulla accade in solitudine, ma esponendosi al rischio della relazione. “Il primo gesto di cura, dice Maria Inglese, è silenziare la nostra voce, silenziarsi, ritrarsi, fare spazio all’altro… onorare la sua esistenza”. Solo da questo silenzio, nel venir meno di ogni certezza, possono alzarsi “parole nuove”, e prendere rilievo la fragile, tremolante figura del “possibile”. Tornando ad attraversare il carcere, e ogni altro luogo in cui l’umano si estenua. Si tratta di accompagnare i suoi passi, testimoniare avanzamenti e cadute.

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Lungo la via dell’esiguo inventario che vado stendendo, la poesia di Stefania Portaccio e il suo Domeniche (La vita felice, 2025). Potrebbe apparire un corpo estraneo, una presenza impropria. Non credo lo sia. Quella di Stefania Portaccio è poesia che vuole “aprire brecce”, mettendo alla prova la lingua (“le poesie assediano/ la giornata resiste/ ha scorte di silenzio e luce propria”), e inquietamente sta nel mondo (“le poesie bivaccano…cercano alleati anche casuali/aprono a ladri, disertori e spie”). Scavano la lingua per cercare la voce che le è più propria. “Smaniose”, si chiedono come stare qui, dentro il presente o ai suoi lati, dove “esplodono le mine/ di gioie e minuscole pene/ schizzando nel futuro oppure indietro/ tracciando filamenti”. Lottano per distillare la propria lingua, un duro corpo a corpo talvolta, altre volte una danza festosa di parole e immagini.

Non saprei dire quali riferimenti o quali radici ha la poesia di Stefania Portaccio. Stento a identificarla. Sicuramente vi confluiscono molte voci. Szymborska, Dickinson, Amelia Rosselli, sono alcuni dei nomi che Stefania Portaccio lascia cadere, con noncuranza, con l’aria di chi non è troppo disponibile a legittimare una genealogia del proprio fare poetico. Si avverte una fretta di dire, d’infrangere il silenzio, di raggiungere la cosa. “Essere qui è molto”, dice Rilke nella Nona Elegia, “perché tutto sembra aver bisogno di noi che questa fugacità ci riguarda. Noi i più fugaci”. Poesia “smaniosa”, lo si è detto, impaziente, dunque non troppo disposta a farsi collocare, come canto che fluisce al di sotto delle cose, o loro accanto, e non disdegna di spegnersi nel rumore: “poesia non teme il notiziario/il diario, il rumore della lavastoviglie… lì le parole giungono/ si stirano/ stringono come gatti brevi agguati/pur di restare offrono tributi/immolano accenti sillabe vocali”. Poi “vanno a morire nel mare del rumore”.

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Qui, un salto. Per salti e sussulti ci siamo mossi fin qui. Il suolo della “nuova era oscura” (James Bridge, Nuova era oscura, Nero edizioni 2019), la nostra, non è stabile. Traballa, barcolla come un ubriaco. O semplicemente non c’è più suolo sotto i nostri piedi? Niente terra, nulla che possa far pensare a una qualsiasi forma di sostegno. Sotto di noi, e attorno a noi, e forse dentro di noi, si apre il vuoto. Viviamo, precariamente, nel corso di un terremoto globale. E siamo soltanto al suo catastrofico esordio, l’inizio, il fragore con cui, si dice, un terremoto si annuncia.

Nel suo libro, James Bridge prova a raccontarlo. È un’anatomia condotta sul corpo della nostra epoca, inoltrata in una fitta oscurità, perché sfugge alla presa di ogni sapere. Inconoscibile. Come se fosse entrata in una storia che non ci appartiene più.

Si possono aprire varchi in una coltre così fitta di nebbia? Questa resta la domanda da cui non ci siamo mai allontanati. Ho provato a riconoscerla nell’esperienza di Dolore in bellezza, nel suo tentativo di tessere relazioni che fomentino il “cambiamento”, l’ho ritrovata nella poesia di Stefania Portaccio, nel suo cercare e provare parole.

Ora James Bridge, che non si chiude nello spazio tombale della “nuova era oscura”, semplicemente l’attraversa, ne descrive il paesaggio, dice quello che vede, anche se quello che vede sembra mettere fuori gioco non solo il nostro pensiero, ma la nostra stessa libertà. Ma non abbandona il sentiero del “possibile”: “Qualunque strategia per vivere nella nuova era oscura dipende dall’attenzione rivolta al qui e ora, e non alle promesse illusorie della predizione, della sorveglianza, dell’ideologia e della rappresentazione computazionale. Il presente è sempre lì dove viviamo o pensiamo. Non siamo inermi… Dobbiamo solo pensare, e poi ripensare, e continuare a farlo”.

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