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Braccare l'istinto di morte
Nelle poche fotografie che lo ritraggono in età avanzata, Elias Canetti ha un’aria contratta, come fosse attraversato da una tensione, o intento a uno sforzo. Le sue grandi opere, Auto da fé, La lingua salvata, e soprattutto Massa e potere, dove dichiara di aver voluto “afferrare alla gola il secolo”, sono ormai alle sue spalle. Canetti ha visto le grandi ecatombe che hanno insanguinato il Novecento, l’olezzo di morte che ha impregnato il secolo. Come nel corso di una fuga, ha percorso l’Europa intera, dalla Bulgaria, dove è nato in una famiglia di origini sefardite, a Vienna, a Londra, a Zurigo. E a Vienna è testimone dei suoi ultimi sussulti creativi.
In un articolo pubblicato sul “Corriere della Sera”, Claudio Magris, ricordando lo scrittore pochi giorni dopo la morte nel 1994, ha saputo circoscrivere lo sforzo che tende il pensiero di Canetti: “Canetti ha cercato di stanare come un segugio l’istinto di morte, di smascherarlo nelle forme che esso assume, di salvare ogni palpito di vita. Sembrava talvolta che si sentisse il custode degli uomini contro la morte e che si sforzasse di accogliere e di conservare in sé i volti delle persone che incontrava per sottrarli alla grande nemica…Da lui abbiamo imparato per sempre quanto siano forti l’angoscia, l’aridità, la morte intorno a noi e come l’unica risposta sia la fedeltà a ogni vita, perché ognuna, come lui ha scritto, è il centro del mondo”.
Questo è lo sforzo che segna il volto di Elias Canetti: non solo per braccare l’istinto di morte, ma per accogliere e conservare la vita. Lo scrittore dovrà trattenere in sé ogni sua manifestazione, dovrà difendere “tutto ciò che si può esprimere con le parole”, ma non si limiterà a salvaguardare il già espresso, lascerà aperta la strada a tutto ciò che ancora non ha trovato nome. Prenderà le parti dell’inespresso, mantenendosi sulle tracce delle parole che “sono andate smarrite”.
La morte rischia di prevalere sugli uomini, l’istinto di morte è tanto diffuso da risultare dilagante, come un sentore di putrefazione che infetta l’aria. Occorre contrastare il suo “potere crescente”, ribellarsi al suo dominio, “opporre resistenza ai banditori del nulla”, dice Canetti. La fedeltà alla vita è la prima responsabilità dello scrittore, ed è la sua missione.
Nel 1954, Canetti è in Marocco. A Marrakech lo colpiscono i mendicanti ciechi che affollano la grande piazza del mercato. Più volte, nel corso di una giornata, attraversa la piazza come avesse un appuntamento, andando incontro all’apice sonoro del loro grido continuamente ripetuto (“santi della ripetizione” li chiama Canetti). Quel grido sembra provenire dal “limite del vivente”. La sua esigua estensione è un fascio d’intensità. In quell’unica persistente emissione, la vita si assottiglia, si rapprende, si condensa e resiste, raccoglie e moltiplica l’energia necessaria a resistere. Il mendicante cieco è vivo nel suo grido, e il suo grido, mille volte ripetuto, manifesta il senso della sua presenza:
“Egli era vivo e ogni giorno alla sua ora era là di nuovo…emetteva il suo unico suono con uno zelo e una costanza senza pari, lo emetteva per ore e ore fino a quando nella piazza immensa, non restava che quell’unico suono, il suono che sopravviveva a tutti gli altri suoni”.
È importante ripensare al senso della presenza umana e raccogliere i suoi segni e le sue voci, tornando alla fedeltà alla vita espressa da Elias Canetti. Le parole che decretano annientamento e distruzione si sono moltiplicate come una filiazione infetta del nostro tempo, assumendo però un profilo ordinario “Siamo entrati nell’era della banalizzazione dell’omicidio”, ha scritto Pierre Legendre in “L’uomo come assassino”. Saggio brevissimo, una ventina di pagine, ma capaci di gettare uno squarcio di luce sull’ “abisso dell’esistenza umana”.

Figura eccentrica quella di Pierre Legendre: “un ribelle conservatore”, lo definisce Massimo Rizzante nell’introduzione a La fabbrica dell’uomo occidentale, pubblicato l’anno scorso da Mimesis insieme a L’uomo come assassino, formando un importante, prezioso libretto. Sconcertante, ma limpido e perentorio, il suo attacco: “L’assassinio abita nello spirito dell’uomo. L’uomo pensa ad uccidere. Sogna di uccidere. Commemora i massacri”.
L’assassinio è, per Pierre Legendre, un’appendice dell’umano, la sua ombra, il suo segreto. E costantemente lo accompagna, come lo accompagna l’inclinazione all’annientamento, che oggi ci appare incontenibile, inevitabile corredo alle nuove élite mondiali. Nella sua versione aggiornata, Caino non si nasconde. Nessun Dio, d’altra parte, lo richiama alle sue responsabilità. Loquace, parla senza ritegno, nessuna vergogna e nessuna maschera, fissa con spavalderia il paesaggio di distruzione che egli stesso ha provocato. Non ha più nozione del confine tra il bene e il male. Non conosce colpa.
Il mondo va a fuoco, percosso da una furia cieca, e dal vento impetuoso dell’insensatezza. Quella che doveva essere la nostra “casa comune”, mostra ovunque le proprie radici spezzate. Sul finire della seconda guerra mondiale, Simone Weil parlava della malattia dello “sradicamento”: “Per effetto della guerra la malattia dello sradicamento è divenuta talmente acuta nell’intera Europa che è legittimo esserne atterriti”.
Peter Sloterdijk utilizza una diversa espressione, che tuttavia sembra indicare lo stesso quadro problematico: gli uomini e le donne di questo tempo “non possono più sentirsi a casa negli spazi interiori del mondo che è stato loro tramandato”. Siamo, dice Peter Sloterdijk, “essere soppiantati”. Nulla ci protegge, viviamo allo scoperto, esposti a un incombente pericolo. Viviamo nel rischio.
Ma tutto questo è accaduto infinite volte nella lunga storia dell’uomo. Infinite volte gli uomini hanno perduto casa e suolo, legami e affetti, infinite volte hanno subito la sopraffazione di Caino, distruzione e annientamento, violentemente catapultati in uno spazio privo di ogni sostegno. Come si sono difesi? Come sono sopravvissuti alle strette della storia? Ricorrendo alla forza dell’immaginazione risponde Federico Campagna in un libro (Altri mondi edito da Einaudi nel 2026) che non può non risultare importante a chi oggi si applica ad aprire un varco nel muro del nostro tempo. Ne ha parlato con grande acume Giacomo Petrarca sulle pagine di Doppiozero del 26 marzo scorso (Sopravvivere alla storia).
Un libro, quello di Federico Campagna, che possiamo leggere come un manuale di sopravvivenza quando dentro i “confini della storia” non si respira più.
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