Irene Némirovsky: la vita in fuga

23 Agosto 2026

Sul capo di Irene Némirovsky, vittima in fuga da due feroci soprassalti della storia, la rivoluzione bolscevica e l’invasione nazista, incombe la figura della Nemesi, la dea greca che incarnava oltre che la giustizia distributiva e il contrappasso, anche l’antagonista giurato dell’eroe. Tre accezioni che in diversa misura investirono il destino personale e tematico della scrittrice ucraina, risucchiata in un percorso dove si mescolavano la malinconia della perdita, la consapevolezza di un conflitto irrisolvibile con la madre, e la difficile appartenenza al popolo ebraico, vissuto come un riferimento febbrile e avidamente precario. Tutte forme di uno sradicamento che l’avrebbero spinta a cercare in Francia la sua patria d’adozione e il suo luogo di apprendistato, un’identità compensatoria infine votata al fallimento. Fino a lasciar emergere i contorni delle figure ostili che l’attendevano al varco: la lotta contro l’ineluttabilità di un destino violento, la disperazione nei confronti della staticità del tessuto filogenetico. C’è qualcosa di fresco e illuminato nei tentativi fatti dalla scrittrice durante la sua giovinezza, dopo la fuga dalla Russia bolscevica, per fare capo a dei modelli di vita armoniosi, fondati sulla modernità dei costumi e la bellezza. 

Un ideale cosmopolita incarnato negli anni ‘30 dalla Francia, appunto, che sposava un progetto evolutivo di sé, tanto più coraggioso perché inseguito andando controcorrente alla propria percezione dei veleni atavici che attraversano il genere umano, oltre che all’ostilità provocata dagli equivoci generati da una tale scelta. Basti pensare alle dure polemiche che scatenò il suo primo romanzo, David Golder, accusato di antisemitismo, mentre in realtà metteva solo in scena la fedele trascrizione del calco paterno dell’autrice. “Non so perché facciano tante storie… Ho semplicemente ritratto papà e mamma”, commentò la Némirovsky davanti al protrarsi degli attacchi. Il fatto è che il suo amore per la vita era assolutamente speculare alla sua ricerca di un’integrità estetica, trovando una sintesi nella freschezza di un’adesione al fatto, al percepito, priva di ogni tipo di filtro o ideologia. Anche a costo di rivelare, all’interno del dialogo con gli archetipi immerso abilmente nei suoi romanzi nelle vicende dell’attualità, il cinismo che plasma il mondo delle apparenze. Con l’intransigenza di un “giovane turco” approdato nella società borghese la scrittrice voleva focalizzare il posto assegnatole dalla vita, rifiutando ogni ipocrisia. Una tale fede nelle “possibilità morali” della verità doveva per forza condurla a sviscerare all’interno della scrittura il nucleo del suo destino di apolide, la sua diversità smarrita di esiliata che faceva capo all’eredità dolente di un intero popolo. Divaricando così se stessa in un duro confronto tra il sogno di un’integrazione impossibile cercata a rischio dell’abiura delle proprie radici instabili di slava e ebrea (cioè di “un passato più lungo di quello della maggior parte degli uomini”), e la progressiva consapevolezza della propria endemica estraneità. Una specie di favola di Samarcanda insomma, dove per sfuggire a un destino troppo segnato dal marchio del passato la scrittrice finì per precipitare in una sorte altrettanto bloccata, fatta di tentativi e di scissioni. In fondo, e a vari livelli, si può dire che l’esule Irene Némirovsky consumò una parte della sua vita nella grande opposizione che attraversa la cultura russa tra occidentalisti e slavofili di cui parla Carrère, propendendo per i primi. Era giovane, e idealista. Ma gli ideali progressisti sono più esposti al lato oscuro della storia, come l’intuito della scrittrice già presagiva osservando lo spaesamento “svolazzante” degli esiliati a Parigi. 

Alla fine dei conti, e prima di essere uccisa dai nazisti, arrivò alla conclusione che “Non si sfugge al proprio destino”, come dichiarò nel romanzo Il signore delle anime. Visto in prospettiva, questo suo difficile rapporto con un’origine negata ma incombente, che chiamava in causa lo spettro dell’ebreo errante, il disamore materno e l’orrore per la crudezza basica dei bisogni (un trio da far tremare i polsi a chiunque…), costituisce un’area del rimosso attraversabile solo con l’aiuto della luce differente dell’arte. Mossa dalla duplice istanza di una nostalgia di accudimento e di interezza, e dall’opposta esigenza di svelamento dei meccanismi spietati del mondo, la sua scrittura infatti, come un sismografo, trova espressione in uno stile di aspra concisione, speculare al corrompersi degli scenari rassicuranti. Cioè nel risuonare della fugacità delle cose messe a contatto con un’emergenza.
Arriva al momento giusto quindi, nell’instabilità che inquina il nostro ultimo periodo politico, l’uscita di un libro che ci aiuta a fare i conti con l’attualità di questo suo approccio liminale. Parlo di La notte in treno (Adelphi, 2026, a cura di Teresa Lussone), la raccolta dei suoi ultimi racconti che spazia dal 1938 al 1943. Molti, quelli apparsi dal 1940 in poi, pubblicati sotto pseudonimo per l’ostracismo razziale che la colpiva, sono di poco antecedenti all’arresto e alla deportazione avvenuti nel 1942 che ne avrebbero determinato la morte in campo di concentramento. 

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Quasi tutti i testi, in diverse tonalità, propagano l’eco minaccioso e impassibile dello tsunami bellico che avanzava annunciando un sovvertimento radicale: l’allusione a una più potente ombra a venire che avrebbe ribaltato le definizioni acquisite. Forse ciò che profeticamente le fece dichiarare:” Ho l’impressione, a torto o ragione, che nella mia vita ci sia una linea, e quasi dei capitoli già scritti, e che devo seguire questo filo conduttore”. In questo senso le narrazioni presenti nel volume risultano per lo più cristallizzate come zone di transito verso il futuro, no man’s land di una realtà aliena che bussava alle porte. Nei racconti, dove spiccano la sua abilità nei dialoghi e il montaggio “cinematografico” che alterna con naturalezza scorci ambientali a considerazioni interiori, vibrano gli influssi del suo amato Cechov e di Maupassant, oltre che la vivida inventiva e il gusto per il colpo di scena di Mérimée. Al loro interno risulta evidente l’agilità della scrittura della Némirovsky, capace di assorbire i fremiti mascherati di una lingua acquisita nel contrappunto dei frammenti, nel ritmo nervoso di una prosa fondata sulla auscultazione sottile delle superfici. Dicevamo di Maupassant, appunto, che con la sua lucidità materialista è il nume tutelare della prima parte del racconto più compiuto, ”L’incendio”. Un testo risolto, proprio perché capace di cambiare genialmente direzione nella seconda parte, approdando, con la sua denuncia del tarlo celato nella bellezza, dalle parti del simbolismo di un Ritratto di Dorian Grey precipitato nella frana dell’ereditarietà, il grande tema dell’autrice. Più in generale, i racconti trattengono tra le proprie pieghe il senso di una perdita imminente, dove si alternano lo sguardo di una testimone della commedia umana e lo slancio fraterno rivolto all’attenzione nei confronti del vivente, del brusio vulnerabile del coro umano. Come capita nel resoconto di una transumanza di fuggiaschi riuniti in un vagone che va verso Parigi all’annunciarsi della guerra che dà il titolo alla raccolta:” Una notte in treno”. O nel bellissimo “Aino”, una sorta di cronaca adolescenziale di iniziazione al mistero ambientata in Finlandia, dove la memoria viene trafitta dai bagliori di una lanterna magica prossima alla nostalgia per il “piccolo mondo” e allo stupore dei protagonisti di Fanny e Alexander di Bergman di fronte al rivelarsi della violenza. In ognuno di questi racconti la vita, e la tendenza profonda della narrazione, sono in fuga, ma con la malinconica consapevolezza che con l’andar del tempo ogni fuga diventa un esilio interiore. In realtà la Némirovsky fugge dal passato perché continua a prevederlo, resta impigliata nell’intuizione del sovvertimento distruttivo che perennemente lo attraversa in attesa di riformularsi. “Qual è l’istante esatto in cui nasce una rivoluzione?”, si chiede nel primo racconto, “Nascita di una rivoluzione”. Questa domanda posta alla matrice della catena inarrestabile degli eventi attraversa tutta la sua scrittura come un abecedario strutturante destinato alla dissoluzione. La sua sensibilità vive nella vigilia di uno scompenso già accaduto, evocando l’affacciarsi dell’eco escatologico così interno al pensiero ebraico. Lo stato di eccezione che spesso irrompe nella storia, sembra dirci la Némirovsky, smaschera la natura umana e sospende la normalità, incorporandoci nel suo istante generativo come in un grembo, in un liquido amniotico che ci modella secondo elementi atavici e indistinti, fino ad immettere il suo statuto fondato sull’attesa e l’estromissione dalla realtà all’interno dei processi psichici che ci indirizzano. È facile vedere quanto questa sospensione dei codici che consentono di agire liberamente nel tempo datoci possa chiamarsi destino, visto che ci imprigiona nei binari delle nuove leggi sopraggiunte a cui non si può sfuggire, se non consumandosi in uno spazio sconosciuto come reperti ormai superati, fuochi fatui assorbiti dal ciclo. Appare qui la misura classica del pensiero dell’autrice, il corpo a corpo con la necessità ineluttabile dell’Ananke che segnò tutta la sua vita. 

Nelle sue pagine infatti, la frattura che interrompe le nostre certezze con l’irruzione del tragico diventa una forma radicale di conoscenza, la messa in luce dell’autonomia dei processi che ci trascinano oltre la volontà. Ma questa specie di predestinazione traumatizzata che sembra sfiorare il determinismo biologico, non deve farci dimenticare la strenua lotta a favore della fluidità del sentire e della dignità personale portata avanti dalla Némirovsky, lo slancio germinale e propositivo di un’autrice capace di coniugare nella sua scrittura lucide riflessioni sul peso inespugnabile dell’ereditarietà con la musica delle speranze sfiorate e delle minuscole sensazioni che compongono la partitura della vita. Era pur sempre un’autrice capace di dire “Io amo la vita… Le giornate mi sembrano troppo brevi. Il sole tramonta troppo presto. Le estati finiscono così in fretta…”, e allo stesso tempo poco prima, nel 1939: “Non si perdona la propria infanzia. Un’infanzia infelice è come un’anima senza sepoltura, geme in eterno”. È tanto più commovente che questa lotta tra un’idea di adesione salvifica e quella di un incatenamento oscuro alla razza e al fato avvenga sul terreno delle speranze e della sensibilità di una giovane donna, chiamata a comporre il cozzo dei due elementi in una scrittura fondata sull’ascolto delle energie in azione nell’evidenza dinamica della realtà. Ci mostra un Davide alle prese con la memoria di Golia. La scrittrice russa è alla continua ricerca della nervatura degli attimi, ma sgravata da ogni retorica e sovrastruttura, là dove si può lavorare sulla realtà che affiora primigenia così come “lava rovente”. 

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Un tentativo così complesso di afferrare lo sconcerto tagliente delle cose merita di essere inquadrato con serietà partecipe, così come avviene nel libro di Cinzia Bigliosi Irene Némirovsky, la scrittrice che visse due volte (Ares edizioni, 2025). Il saggio, partendo dalla consapevolezza che “la tragicità degli eventi che misero fine alla vita di Irene Némirovsky ne segnò la ricezione della riscoperta, oscurando il valore reale dell’opera”, rimargina lodevolmente lo scorporo dei due elementi, ricollocando il peso della biografia all’interno della capacità letteraria. Questa sutura consente di evidenziare la progressione sfaccettata del talento della Némirovsky, non a caso posseduta nella sua opera dal gusto delle variazioni, come un’esposizione unitaria, un problematico viaggio di apprendimento verso il fulcro della sua vocazione. La sincronia dell’analisi della Bigliosi, capace di sintonizzarsi con i ritmi emotivi di un’autrice in perpetua riformulazione, unita alla ricchezza dei riferimenti che la scompensavano, rende il testo non solo puntuale, ma internamente empatico a ciò che attraversa l’immaginario di un esilio, la frattura dove “il passato si fece leggendario”. Lo disloca cioè, al di là degli psicologismi, in una dimensione più accidentata e ampia, specchio ambientale dell’oggettivo processo di adattamento in cui ogni opera nuova e in questo caso “straniera” si ritrova suo malgrado a emergere per accreditare il proprio istinto di sopravvivenza, la sua spinta evolutiva. Uno sforzo di affiliazione che fu obbligato anche per un’autrice anarchica come la russa, intrinsecamente allergica agli inganni delle “leggi che regolano il destino degli alveari e dei popoli”. In fondo la Némirovsky, nella sua critica anticonformista al giogo delle origini e il suo volersi distaccare a vari livelli dal passato si svela nell’essenza una scrittrice “giovane” e ribelle, bisognosa a posteriori di uno sguardo affettivo in grado di collocare il nucleo del suo lascito nella tessitura dinamica del rapporto tra l’opera e il mondo. Alle prese con questa materia di interrelazioni, la Bigliosi si rivela bravissima a evocare i contesti dell’ingranaggio culturale dell’epoca dove la scrittrice si trovò ad agire in una crescente pressione antisemita. È particolarmente significativo da questo punto di vista il capitolo sull’archetipo dell’ebreo errante, dove la saggista rievoca attraverso lo stereotipo antisemita di Svengali, il protagonista del best seller dell’epoca Trilby, l’opera di George Du Maurier, scrittore iniziatico che con una storia di controllo attraverso l’ipnosi si ritrovò a creare “un mito contemporaneo universalmente riconosciuto”: quello dell’ebreo magnetico e manipolatore simbolo dei poteri oscuri dell’artista. Alla fine la saggista, recependo in filigrana lo sviluppo polisemico delle pagine della scrittrice russa a contatto con il configurarsi della realtà, aderisce internamente al tumulto della sua maturazione visionaria in un tempo di sconvolgimenti, alla sua porosità embrionale. E ci permette di dire che, in fondo, ogni libro è un prologo... Proprio partendo dall’impianto arioso della studiosa, che ci invita a una declinazione più estesa dell’esperienza della scrittrice, potrebbe essere interessante oggi scorgere nell’oscillazione contraddittoria della Némirovsky tra diversità e appartenenza la dolorosa ricerca di una libertà di pensiero autodeterminata a proprie spese. Cioè il rispetto, contro ogni manicheismo identitario, dell’incertezza nutriente delle forme del mondo, di una vastità ricettiva che ci tocca.

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