Manuel Vilas: la vita sopra tutto

17 Febbraio 2026

“Il mio studio è il fuoco”, ripete spesso nel suo ultimo testo Il miglior libro del mondo (Guanda narratori, Traduzione di Bruno Arpaia) Manuel Vilas, alludendo alla sua disposizione a vivere al di fuori di sé, nell’alienazione divorante di tutto ciò che arde nell’intensità. La sua scrittura espone infatti le braci di fuochi sepolti sotto la cenere ma ancora ardenti nell’inconscio, così come accadeva, secondo Jung, ai pellegrini di ritorno alla Mecca , che le ritrovavano l’anno successivo ancora incandescenti. E proprio grazie alla dimensione di un viaggio all’interno di un anacronismo dei piani temporali fitto di visioni, libri, considerazioni e incontri, il testo emerge in un percorso a volo d’uccello, esprimendo un’attitudine connettiva che procede per libere associazioni sempre illuminanti. Alla fine ne scaturisce un libro di appunti selvaggio e irriverente, diviso in piccoli paragrafi inventivi che evocano in una moltitudine di rimandi la centralità dell’esperienza. Di un’esperienza cioè vissuta come materia diretta che contrasti la costruzione convenzionale del passato, e apra la lingua alla ricchezza irriducibile del reale. 

Per lui “la letteratura è stata uno smantellamento”, come testimoniano i brani acutissimi su Rimbaud, Marias, Lorca e Cervantes, scrittori che convoca davanti a sé in un corpo a corpo frontale incentrato sul loro “modo singolare di dire la vita”. Anche lui in questo senso ha prodotto un libro simile a una road movie interiore, una specie di Easy Rider intellettuale che attraverso lampi aforistici esplora ciò che tocca senza riserve. Basti pensare alla definizione di Kafka (il suo autore favorito) come “l’Elvis Presley della letteratura”, o alla considerazione che: “La verità è l’addio. Un addio interminabile che si incarna in milioni e milioni di commiati”. Attraverso la totalità di una visione naturale del mondo ampliata fino al disordine e al caos, Vilas mette in campo la pulsione verso una vita spogliata di tutti i dispositivi retorici e le superstizioni, contrapponendo alle sintassi della storia ufficiale una storia personale inondata dall’universalità inesausta della materia. La sua vitalità narrativa fa il resto, immettendo nel tessuto fluido del resoconto dei suoi vagabondaggi scarti improvvisi e considerazioni iconoclaste che fanno crollare le mura abituali dello scenario, spiazzando il lettore. 

Questa aspirazione a recepire l’immenso brusio della realtà immergendosi in un fare che contempli tutto, anche il lato comico delle dipendenze che ci puntellano, o la pratica della scrittura, è forse il maggior fascino del testo. Da essa nasce il suo titolo, che allude ironicamente all’impotenza di ogni libro di fronte all’inesauribilità dell’esistenza. In bilico tra l’eruzione lavica e la meditazione la sua prosa si disconnette, prendendo a pretesto lo scoccare del suo sessantesimo compleanno, dalla cronologia convenzionale del reale, inoltrandosi in un labirinto simultaneo della memoria che polverizza e rimonta il nucleo stesso delle esperienze. È una visione di un tempo senza centro, rizomatica, alla Deleuze, dove il presente non comincia e non finisce, non nasce da un’origine stabile, ma si produce là dove le forze, i corpi e i linguaggi realizzano una connessione prima di disgregarsi. Questa impostazione dicotomica, che dialoga costantemente con la data a venire della propria morte, e procede per minuscole decostruzioni, rammenta il lavoro di Penelope, proteso a sfilare la consistenza del proprio tessuto. E in qualche modo sembra fare l’occhiolino alla attuale epoca di post-letteratura, cioè a una scrittura che pensa di poter fare a meno della storia letteraria. 

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Solo in apparenza però, perché dopo l’epos genealogico del suo romanzo più riuscito sulla famiglia: In tutto c’è stata bellezza (Guanda, 2019), Vilas qui cerca di azzerare in uno slancio modernista le mediazioni che separano i corpi e le idee, quelle che negano l’irredimibile unità delle materie attraversate dalla solitudine. La vita stessa, una vita assoluta che mescoli l’arte al magma infinito del tempo, per lui è “il miglior libro del mondo”, con la sua sfrenatezza e i suoi fallimenti. Non a caso il vero interlocutore interno del testo, al di là del compimento dell’anniversario, è proprio il fallimento, presente in vesti diverse (all’inizio nell’emarginazione sociale, e successivamente con l’arruolamento in una casta) prima e dopo il successo di In tutto c’è stata bellezza. Un autodafé inevitabile per uno scrittore che afferma che “La letteratura è in sé un fallimento perché compete con la vita”, svelando così come il suo stesso operare sia segnato in modo ossimorico dall’insussistenza. Del resto l’etimologia stessa di “consuntivo”, il vero progetto del libro di Vilas, proviene dal verbo “consumere”, cioè divorare, esaurire, e in economia riguarda il consumo di godimento, in antitesi al consumo produttivo. E qui forse varrebbe la pena notare quanto l’esercizio dell’esperienza estetica, l’asse portante di Il miglior libro del mondo insieme alla ricerca della verità, risulti nell’attualità sempre più irrigidito dalle aspettative commerciali, schiacciando gli autori in una divaricazione impossibile tra l’esigenza di una scrittura “aperta” e la prevedibilità convulsa dei format. Una tale dinamica introiettata immette nelle opere una cristallizzazione dei bisogni del mercato che uniforma i risultati e opacizza la ricerca. E in virtù del suo diktat presenzialista che incombe come un’appartenenza identitaria (recentemente segnalato anche dal bel film esistenziale su Bruce Springsteen Liberami dal nulla) costringe gli autori non fagocitati a rifugiarsi in zone periferiche di resistenza, sorta di noccioli destrutturati quali la malinconia, il senso di inadeguatezza e la voglia di anonimato. Le uniche esperienze per così dire “di transito” sensibile ancora possibili. 

Così come accade nel cuore del libro di Vilas, che con la sua forza d’impatto sovversiva lotta contro il fantasma irreale di queste false attese. Un fantasma che per lui, al di là dei codici a barre del mercato, potrebbe anche essere definito come il terrore di essere umiliato dalle regole, l’iniziazione obbligata di chi si sente endemicamente orfano davanti all’oblio della morte. Cioè, in sintesi, il dolente dover farsi spazio dell’umano all’interno della massa del passato. Così per molte ragioni l’autore aragonese si lancia a testa bassa contro la scipitezza livellante delle categorie e delle antimaterie: “Soltanto gli esseri anonimi raggiungono la felicità”, ci dice con un ghigno malinconico. Varcata la semplice testimonianza autobiografica, le sue righe anarcoidi esprimono una realtà riplasmata dall’immaginazione autoriale. Affermano che la propria missione è di “Impartire lode alla terra” che ricomincia sempre di nuovo, oltre il tempo presente che esplode nella sincronia delle storie e delle stirpi. E così facendo ampliano l’impostazione diaristica a un progetto riguardante il rimontaggio delle memorie come “molecole interminabili, batteri della vita infinita”, in una riscrittura totalizzante che va ben oltre il “selfie” affettivo e intellettuale così di moda. Nell’era degli automatismi indotti dai social è un progetto libero, e ambizioso. Degno del fallimento obbligato del miglior libro del mondo.

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Andrea Pomella | Manuel Vilas / In tutto c’è stata bellezza

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