DTF St. Louis: nessuno è normale

21 Settembre 2026

Va tutto bene. Va tutto bene? Quando la nostra vita fila liscia, giorno dopo giorno, e i nostri piani sembrano realizzati, sorridiamo ogni mattina. Ci alziamo dal letto, facciamo colazione, da soli o ritrovando un partner o dei figli in cucina. “Cosa fai oggi? Ci vediamo stasera”; usciamo, saliamo su una bicicletta, o su un mezzo pubblico, o su un’auto, e via. Un altro giorno secondo i piani. Non reggerebbe una narrazione, questo tran-tran. Se tutto fila liscio perché dovrebbe esserci una storia? L’amo cui abbocchiamo per leggere o guardare una storia è il punto di rottura; l’onda che improvvisamente increspa la bonaccia. La raffica di vento che fa cadere l’ombrellone. È più interessante quello che si rompe: voglio proprio vedere come farà a rimettere le cose a posto. In genere, le cose non tornano mai al loro posto, perché c’è un tarlo dentro di noi: se le cose vanno bene ci annoiamo.

Le previsioni del tempo

In The Weather Man, il film del 2005 di Gore Verbinski, Nicholas Cage impersonava David Spriz: era l’uomo delle previsioni meteo in una televisione locale di Chicago: un bel giovanotto, pagato bene, che piace alle donne, e presto avrà un provino per passare a un programma nazionale a New York. È contento? No, non è contento. Si è separato da una moglie che vuole ancora, ha una figlia scombinata con cui non riesce ad avere un rapporto decente, è oppresso dal padre famoso e realizzato che lo considera un fallito; ci prova e ci riprova, ma l’ex moglie ormai sta con un altro, la figlia resta incasinata; a un certo punto fa un bel dialogo con il padre (Michael Caine), che gli dice: «Per ottenere qualcosa di valore, ci si deve sacrificare. Lo sai che la cosa più difficile da fare e la cosa giusta da fare sono la stessa cosa? Nulla che abbia significato è facile. Facile non rientra nella vita degli adulti». Già, niente è facile. Se non ti sacrifichi non ottieni ciò che vuoi. Il soggetto e la sceneggiatura di Weather Man erano di Steve Conrad.

DTF St. Louis (HBO 2026) comincia con il sorridente Clarke Forrest (Jason Bateman) che sale sulla sua eccentrica bicicletta reclinata a tre ruote e felice come una Pasqua va da casa allo studio televisivo, godendosi gli enormi cartelloni pubblicitari che lo ritraggono con un sole in mano; infatti, sembra un uomo solare, nella sua vita va tutto bene. Sembra uno che non fa nessun sacrificio. Creatore, sceneggiatore e regista di DTF St. Louis è Steve Conrad.

Il sobborgo della classe media

Un sobborgo urbanisticamente si sviluppa con aree residenziali che vengono costruite intorno a una via maestra; nel tempo, in genere, secondo un piano regolatore comunale o più o meno caoticamente, il sobborgo si allarga, diventa un luogo dove la gente vive: un luogo tranquillo, nel verde, lontano ma non troppo dalla metropoli dove si va a lavorare; nascono bambini che vanno in scuole carine, si taglia l’erba del prato, si fanno i barbecue, si parla con i vicini. Twyla, stato del Missouri, qui è un sobborgo immaginario di St. Louis. Un giorno, durante un uragano, Clarke si ritrova accanto davanti alla telecamera per la traduzione in linguaggio dei segni (ASL) un omaccione che gli dà una mano a non finire con un palo in testa: Floyd Smernitch (David Harbour) è un pezzo di pane, e i due diventano amici. Così le due famiglie si conoscono; la moglie di Floyd, Carol (Linda Cardellini) è molto vispa e carina, e per sbarcare il lunario sta imparando a fare l’arbitro di baseball nei campetti del sobborgo; Clarke sta bene anche economicamente, è upper class; Floyd è sommerso dai debiti, la moglie è angosciata e infelice e fa la cassiera allo store Purina; suo figlio, cui Floyd tenta di fare da bravo padre acquisito, non è a posto con la testa, e suscita continue preoccupazioni combinando ogni sorta di casino.

In una metropoli East o West Coast il mondo woke che vota democratico può non incrociare mai la classe media impoverita dagli affanni economici crescenti che vota repubblicano sperando che un po’ di reazione conservatrice sistemerà le cose; invece, nel Midwest, e nei sobborghi, si mescolano e contaminano i mondi, in un vortice che in molte narrative innesca distruzione e autodistruzione. Chi ha i soldi contamina chi non li ha. Fare soldi, prestare soldi vuol dire fare infine il male in una corsa di stress crescente che diventa delirante. Non avere soldi vuol dire stare male e sprofondare nello squallore e nella depressione. La lotta per la sopravvivenza frana sulle remore morali e porta a piccoli crimini, o a gravi crimini.

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Jason Bateman in DTF St. Louis foto TINA ROWDEN/HBO.

Così come si diffonde a ragnatela un sobborgo, così a ragnatela si diffonde una trama di guai sempre più assurdi e pesanti. C’era originariamente un piano, ma poi tutto sfugge di mano, e la rincorsa quotidiana è un nuovo piano che include sempre più disastri. Nella miniserie quasi subito vediamo Floyd morto a terra, seminudo, in una squallida piscina per bambini fuori stagione. Come diavolo è potuto accadere? Una stramba coppia di detective comincia ad indagare; lui, bianco e anziano, non può credere a tutto quello che comincia a scoprire; come è possibile che in un bel sobborgo capitino cose così assurde? Lei, giovane e nera, nutre dubbi sui cliché del vecchio partner. Chi è normale? Nella serie torna spesso il refrain: «Nessuno è normale, sembra solo così dall'altra parte della strada». DTF St. Louis è una app di incontri sessuali che Clarke suggerisce a Floyd sperando di mettere un po’ di pepe nella sua vita triste: il figlio adottivo in un raptus gli ha sprangato una mazza da baseball sul pisello rendendoglielo storto, la vita sessuale con la moglie è rovinata, la moglie seduce Clarke al barbecue e si fa mistress dei suoi moderati sogni BDSM, in uno squallido motel… e infine batte cassa per risollevare la sua sfigata famiglia dal collasso finanziario…

Il brav’uomo delle catastrofi

Jason Bateman ha una faccia incredibile: è il prototipo dell’americano che suscita fiducia e simpatia, che ha competenze vere che vende con duro lavoro e ferrea resilienza. Lui sì che fa sacrifici, ma da fuori non te ne accorgi, sembra che tutto gli venga bene così, perché è bravo e ha intorno un’aura fortunata. Bateman è stato dapprima attore, poi autore, poi produttore, poi regista. La sua maschera di amabilità lo ha portato ad essere protagonista di una delle più belle serie degli ultimi anni, Ozark, quattro stagioni Netflix 2015-2022, soggetto di Bill Dubuque e Mark Williams, showrunner Chris Mundy, a fianco di una strepitosa Laura Linney, e con un cast che ha visto più volte la rivelazione Julia Garner vincere un Emmy Award, così come Jason Bateman come regista della prima stagione e di svariati episodi.

È impossibile non connettere DTF St. Louis (che ha vinto molti Emmy Awards 2026: Miniserie, David Harbour Attore non protagonista in una Miniserie, Linda Cardellini Attrice non protagonista in una Miniserie, Steve Conrad Regia e Sceneggiatura di Miniserie, Fotoritocco e Fotografia di Miniserie) a Ozark; perché Jason Bateman sta negli anni costruendo un sovra-personaggio che si definisce sempre meglio attraverso varie serie e produzioni (penso anche a Black Rabbit, Netflix 2025).

Ozark è un lago artificiale creato per una mega centrale idroelettrica che nel mezzo del Missouri ha allargato a un certo punto il fiume Missouri. Esiste veramente, non saranno stati contenti quelli della vera Ozark di essere descritti come una massa di bifolchi trasformati in riviera estiva dei bifolchi ricchi del Midwest. Jason Bateman qui è un bravissimo commercialista di Chicago che si trova inguaiato dal socio a riciclare milioni di dollari per un cartello della droga messicano. Bisogna trovare un’area depressa in cui trasferirsi per pomparci dentro questo fiume di danaro insanguinato, stravolgendo la zona squallida e sonnacchiosa in una gigantesca spietata lavanderia. La sua bella famiglia deve trasferirsi, qualche anno e poi andrà tutto bene, ne verremo fuori. Poi le cose vanno sempre peggio. Ancora sei mesi e ne verremo fuori, non possiamo mollare adesso. Ancora qualche giorno e ci siamo. Intanto comincia a venire ammazzata un sacco di gente, buona o cattiva. Marty Byrde all’inizio è un brav’uomo finito per sventura in un brutto giro, poi deve solo correre ogni giorno dietro a un nuovo guaio. Sua moglie Wendy (Laura Linney) una stagione dopo l’altra diventa una spietata Lady Macbeth. I due figli sanno tutto e si sporcano le mani pure loro.

Come nel sistema dell’informazione e del potere, la confusione favorisce la deregulation, più sei prepotente più ci stai bene dentro; nessuno è più tutelato da niente, se non dalla violenza e dalla sopraffazione.

A un certo punto il personaggio di Bateman cita Heisenberg di Breaking Bad perché quella fu la serie-prototipo che vedeva un brav’uomo trasformarsi progressivamente in un criminale per garantire alla sua famiglia soldi e stabilità. In Ozark le donne sono volitive e i maschi sottomessi, le donne cambiano progressivamente la loro anima, gli uomini no, annaspano a rimediare come riescono ai guai creati dalle donne. I soldi dei woke laureati democratici venuti da Chicago corrompono i bifolchi reazionari rovinati dalla centrale idroelettrica.

La famiglia è una gabbia di solitudini disperate costruita da due genitori, che ci imprigionano i figli: la famiglia sarebbe una scatola sicura in cui proteggersi dal male del mondo esterno, ma al suo interno il frullatore entropico delle forze centrifughe e centripete fa uscire tutti di testa; la famiglia è l’unico mantra per tirare avanti e giustificare ogni scelta individuale sbagliata. Se si scappa dalla famiglia si sta peggio, perché la solitudine è peggio. La famiglia protegge le incubazioni del male: “Vi voglio bene, lo faccio per noi”.

In coertina, Jason Bateman e David Harbour in DTF St Louis.

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