Martin Bruno: fotografia e psichedelia
Nel primo libro fotografico pubblicato nel 1844 a Londra (The Pencil of Nature), William Henry Fox Talbot consiglia di «collocare un drappo bianco su un lato della statua, a breve distanza, per riflettere i raggi del sole e proiettare una tenue illuminazione su quelle zone che altrimenti svanirebbero nell’ombra». Se Talbot consiglia di proiettare una luce riflessa allo scopo di esaltare la plasticità del soggetto, il fotografo francese Martin Bruno lo fa per ottenere l’effetto contrario. Utilizzando degli specchi coperti da gelatine colorate, proietta la luce riflessa su foglie di fico e piante grasse, pietre, graminacee fiorite e arbusti vari con effetti cromatici vagamente psichedelici che smaterializzano i soggetti fotografici.
In Purpurea (“Segnature” N. 32) Martin crea un ambiente visivo analogo a quello descritto da Aldous Huxley in Le porte della percezione. È la visione di un altro mondo, che inserendosi in questo stesso mondo (sotto l’effetto della mescalina e dell’acido lisergico) lo rende instabile, incerto e mutevole. Huxley racconta di una sua esperienza psichedelica avvenuta all’ombra di una pergola: «Dove l’ombra cadeva sulla tela della tappezzeria [di una sedia] le strisce d’un indaco splendente si alternavano con strisce di un’incandescenza così intensamente brillante ch’era difficile credere potessero essere fatte di altro se non di fuoco blu» (Aldous Huxley, Le porte della percezione, Mondadori, Milano 1980, p. 42).
I colori di Martin rendono stupefacente un racconto per immagini ambientato nell’isola di Lanzarote. L’isola prende il nome dal navigatore genovese Lanzarotto Malocello, che superò le mitiche Colonne d'Ercole considerate il confine del mondo conosciuto. Per il fotografo francese l’ignoto da esplorare è là fuori e al tempo stesso dentro di noi. Alla geografia fisica si sovrappone quella pensata e immaginata. Il racconto visivo assume tratti onirici e allucinatori, come nota Riccardo Venturi nel testo critico che accompagna il progetto editoriale: «Purpurea è un viaggio che ha a che vedere con gli allucinogeni, con l’LSD intesa come esperienza profonda della coscienza che confonde il reale e il fantastico» (Venturi fornisce una ricca bibliografia sul rapporto tra letteratura e sostanze psicotrope, che il lettore curioso troverà in coda alla recensione*). Un viaggio dentro e fuori di sé (nel doppio senso che l’espressione suggerisce), nel corso del quale Martin incontra Norbert, un personaggio eccentrico che abita l’isola, e poco dopo tre donne velate come potrebbero esserlo delle sacerdotesse di un culto misterico. Camminano sull’orlo di un precipizio dopo aver abbandonato l’antro alle loro spalle.
Purpurea declina in modo pittorialista e vagamente psichedelico l’interesse fotografico di Martin per il rapporto che l’uomo intrattiene con l’ambiente: «I miei viaggi e le mie ricerche sono spesso legati a un interesse per la geopolitica, l'antropologia e le culture vernacolari, ma anche per la sperimentazione del mezzo fotografico in sé: processi analogici, luce, specchi, colore e altre forme di percezione fotografica».
L’eccentrico Norbert, che abita in una grotta, è il personaggio chiave di Purpurea. Come scrive Venturi, «si fa, alla lettera, troglodita». Per il suo rapporto con le misteriose cavità della terra, ponendosi ai margini del consorzio civile, richiama alla mente Jean-Marie Massou (1950-2020), un giovane psicotico al quale la madre, anziché internarlo, mise a disposizione un bosco di castagni nella foresta di Marminiac in Francia, dove è vissuto fino all’età di 70 anni scavando chilometri di gallerie sotterranee, pozzi e un abisso. Nel 2009 Antoine Boutet realizzò un documentario su questo personaggio, che ha vissuto in solitudine nel bosco per 45 anni, realizzando una sconvolgente opera di Art Brut che comprende gli scavi, audiocassette registrate e migliaia di pietre incise.
È questo il mondo ai confini del conosciuto che Martin esplora fotograficamente, un territorio la cui rappresentazione psichica supera per estensione quella fisica. Ci sono dei luoghi che possiamo abitare o attraversare, ma anche luoghi che abbiamo interiorizzato o immaginato. A questa esperienza di luogo, che si oppone a quella fisico-geometrica di spazio, Martin dedica una parte cospicua della sua ricerca, evidenziando l’aspetto eversivo che può avere tale esperienza. Secondo Denis Cosgrove, che ha elaborato una concezione del paesaggio come prodotto culturale di una classe dominante, che vi infonde la propria «ideologia visuale», è possibile dare una risposta soggettiva ai luoghi e ai paesaggi attraverso un atto immaginativo e creativo. Con le sue fotografie che generano slittamenti tra osservazione e finzione, Martin invita a sovvertire le ideologie visuali infuse nella rappresentazione di paesaggio. Lo fa smaterializzando cromaticamente piante e pietre, ma anche ricontestualizzando immagini prelevate dal suo archivio, come la fotografia Pyramiden scattata nel 2011 nel corso di un reportage per una rivista.
Pyramiden è un ex insediamento minerario per l'estrazione del carbone situato nelle isole Svalbard, l'arcipelago norvegese nel Mar Glaciale Artico. Successivamente acquisito dall'Unione Sovietica, il sito fu trasformato in un'importante comunità mineraria. La miniera impiegava lavoratori provenienti da tutta l'Unione Sovietica, che vivevano e lavoravano in condizioni di estremo isolamento artico. La rigogliosa foresta di betulle dipinta nel cartellone fotografato da Martin creava un netto contrasto con il paesaggio di Pyramiden, privo di alberi, evocando le verdi foreste della madrepatria sovietica, un tentativo di ricostruzione mentale del territorio perduto, uno dispositivo visivo di compensazione psicologica e affettiva. A una distanza di oltre dieci anni il fotografo torna a riflettere sugli interrogativi che l’immagine solleva, per mezzo di un nuovo progetto artistico fotografico che esplora il rapporto tra pannelli, cartelloni, schermi e l’ambiente naturale dove sono inseriti.
In parallelo ai lavori su commissione, Martin ha sempre sviluppato progetti fotografici indipendenti, spesso partendo da immagini, incontri o situazioni emersi casualmente nel corso dei suoi viaggi, come quello all’isola di Lanzarote. Nel corso del tempo queste immagini hanno formato un archivio in continua evoluzione. Il significato di un'immagine può mutare a seconda di ciò che le viene accostato e della distanza temporale dal momento in cui è stata scattata. A questo proposito dichiara: «Pyramiden è forse un buon esempio del mio modo di lavorare con l'archivio […] L'immagine è rimasta la stessa, ma il suo significato e il suo potenziale sono cambiati nel tempo, grazie al nuovo contesto in cui è stata inserita».
La selezione, la rivisitazione e la ricontestualizzazione delle immagini prelevate dagli archivi è un aspetto della ricerca artistica e fotografica contemporanea. Questa pratica di riscrittura interroga le immagini intese come strumenti che producono l’apparenza del mondo. Attraverso il lavoro sull’archivio, o gli scatti pubblicati in Purpurea, l’opera di Martin mette in discussione il fotografico come specchio della realtà, scardina la solida apparenza del mondo, quella stessa apparenza in cui Talbot crede, tanto da consigliare al fotografo di riflettere con l’aiuto di un drappo bianco una tenue illuminazione, allo scopo di accentuare la solidità del soggetto fotografato. Martin segue il consiglio con l’astuzia di colorare i riflessi per ottenere l’effetto opposto: smaterializzare il mondo che vediamo, anzi che crediamo di vedere.
Il numero 32 di “Segnature” aggiunge così un nuovo tassello a un progetto editoriale che ha lo scopo di esplorare il panorama dell’arte contemporanea.
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«In diversi romanzi – Il cuore avventuroso. Figurazioni e capricci (1929, 1938, 1950), Heliopolis (1949), Avvicinamenti. Droghe ed ebbrezza (1969) – e in alcune interviste, come quella con Franco Volpi (I prossimi Titani, 1997), Ernst Jünger ha parlato dei suoi esperimenti con l’LSD in compagnia di Albert Hofmann. Autore di LSD. Il mio bambino difficile. Riflessioni su droghe sacre,misticismo e scienza (1979), Hofmann ha intrattenuto una corrispondenza con
Jünger estesa su tutta la seconda metà del XX secolo, oggi disponibile anche in italiano (Jünger-Hofmann, LSD. Carteggio 1947-1997, 2023). Già nel 1952, in Visita a Godenholm, Jünger descrive un’isola sperduta nel Mare del Nord, palcoscenico di alcune allucinazioni in cui l’autore rielabora quanto accaduto nella sua mente. Inutile cercarla sulle carte geografiche, perché quest’isola è frutto dell’immaginazione dell’autore.
Questi temi, ampiamente diffusi negli anni sessanta, sono tornati oggi d’attualità grazie al best-seller di Michael Pollan Come cambiare la tua mente (2018), anche se, nel corso delle nostre conversazioni, Martin accenna a Jean Vitaux, un medico gastroenterologo, specialista di storia della gastronomia e di pandemie – due temi che hanno più affinità di quanto sembra.
Insiste in particolare su un libro a me sconosciuto che gravita, nella mia carta mentale, attorno a Il pane selvaggio (1980) di Piero Camporesi e a Storia notturna. Una decifrazione del sabba (1989) di Carlo Ginzburg. Si tratta di Une histoire de l’ergot de seigle: du mal des ardents au LSD (2023), una genealogia dell’LSD che risale alla segale cornuta, un fungo parassita delle graminacee con delle escrescenze a forma di corna che generava l’ergotismo, un’intossicazione nota sin dal Medioevo con nomi diversi: male degli ardenti, fuoco sacro o di sant’Antonio. Il pane di segale, alimento molto diffuso tra i più poveri, creava, quando infetto, cancrene, convulsioni epilettiche, allucinazioni. Stati simili a quelli psichedelici, perlomeno da quando Albert Hofmann individua negli alcaloidi i principi attivi della segale cornuta. Se il suo nome francese è ergot de seigle, quello latino – Claviceps purpurea – ci riporta sull’isola di Lanzarote. Il colore porpora è infatti proiettato sulla vegetazione.
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In copertina, Martin Bruno, (aîsa), da Segnature 32, 2026.