Speciale

Occhio rotondo. Teatro

18 Ottobre 2026

A Fan Ho piace fotografare la gente che scende e sale dalle scale, ma che anche chi cammina in piano, per strada. È nato nel 1931 ed è vissuto a Hong Kong, cinese, figlio di una ricca famiglia di commercianti tessili. Anche quando fotografa barche in mare ha il medesimo stile: gente che va e viene. La cosa che gli interessa prima di tutto è la luce, come si vede da questa istantanea del 1957, Street Scene. Una luce polverosa, pulviscolare, che cala dall’alto, come in altre immagini degli anni Sessanta, che consuma lo spazio e lo ottunde. In altre due foto sulle scale si scorgono gruppi in luoghi indefinibili: una più scura è intitolata Inferno, nell’altra, Down, la luce smaterializza alcuni presenti sui gradini, lasciando però vedere le loro ombre leggere a terra alla fine della discesa. Nell’immagine del 1957 non ci sono solo le persone ma gli abiti stesi ad asciugare, così simili a qualcosa che cala dall’alto e attira lo sguardo con la loro massa pencolante. Ci vuole un po’ di tempo per guardare subito dopo uno a uno i passanti: i bambini e la donna, e i due adulti che si sfiorano; poi la gradinata e l’edificio sulla sinistra. Elisa Maupas ha curato la mostra con Sarah Van Ingelgom (Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong, catalogo Dario Cimorelli, Palazzo Falletti di Barolo a Torino, dall’11 settembre 2026 al 10 gennaio 2027). 

Nell’introduzione Maupas scrive che l’artista cinese è stato influenzato da Henri Cartier-Bresson, dal suo “istante decisivo”. Vero, ma è altrettanto vero che le foto di Fan Ho sono delle scene dove la composizione conta più del soggetto; ricordano il maestro francese per la combinazione, l’attenzione alla luce e poi l’emozione che si coglie – emozione più algida in lui – ma gli manca l’aspetto fondamentale del francese: la narrazione. Cartier-Bresson ci dà la sensazione di star raccontando qualcosa, per cui l’istante decisivo continua in qualche modo anche dopo, come nella bellissima e famosissima foto dell’uomo che salta nella pozzanghera, scatto del 1952. Ci si chiede: e dopo cosa succede? Henri lo ha fermato per aria con le due gambe in volo, sospeso, ma dopo s’immagina, dopo cadrà, e si bagnerà: la storia continua naturalmente nella nostra testa. Fan Ho no, i suoi camminatori in piano o in salita sono attori di una scena ferma. Non si muovono davvero, anche se lo stanno facendo, perché ha ritratto una quinta teatrale. Non è un caso che nel 1961 l’artista abbia poi cominciato a lavorare come attore, l’ha fatto con l’intenzione di passare dietro la macchina da presa. Gli riesce negli otto anni successivi. Non conosco i suoi film, i documentari o quelli più sperimentali, ma sono pronto a scommettere che contengono il medesimo sguardo: elegante, composto, raffinato, attento, con un gusto perfetto rispetto a ciò che inquadra. Forse qui conta la sua educazione e sensibilità orientale, cinese in particolare. Ma non possiede la medesima ambiguità di altri fotografi di quella parte dell’Asia, ad esempio giapponesi, in cui si percepisce quasi sempre un fremito nell’immagine, oltre alla stessa eleganza. Per quanto siano fotografie molto teatrali, Fan Ho è però sempre pronto nella sua arte di strada a cogliere la smorfia, il gesto inatteso, l’azione-reazione delle persone che ritrae, ma non manca mai di circondare questo dettaglio con un contorno ricomposto, affidato allo spazio e agli oggetti inclusi nello scatto, oltre ad altre ricercate presenze. 

Gli piace la nebbia, e anche il fumo che esce dai tombini della città ribollente che era allora, e di sicuro anche oggi, Hong Kong: cinese nella popolazione ma inglese, in quel momento, nella sua legge di fondo. Giustamente Maupas scrive che le sue immagini sono già dei fotogrammi cinematografici, dei “fermi immagine”, dove però – almeno così penso – la narrazione non procede essendo già perfetti di loro, già compiuti. La storia possibile sta tutta dentro quel riquadro. Forse la differenza culturale e la stessa distanza temporale mi impediscono di vedere quel dopo che potrebbe esserci nello scatto. Tuttavia, guardando e riguardando le sue immagini, risfogliando il volume, mi sembrano così perfette da non riuscire immaginare uno sviluppo ulteriore. Paradossalmente nel maestro francese c’è qualcosa di incompiuto, anche se ha fissato un attimo unico, ed è così perché non ha obliato il flusso della vita che lo precede e lo segue. Dipende dal suo carattere, dalla sua personalità, ma anche da quella dinamica misteriosa che lui ha respirato nella cultura francese delle avanguardie del 900, dalla messa in discussione della formazione visiva da cui proveniva – un pittore –, da una forma d’inquietudine che si coglie sempre nelle sue fotografie. Certo il mio occhio è limitato, sono un occidentale, ma credo che la fotografia, come l’arte in generale, debba e possa comunicare qualcosa di universale, al di là della stessa cultura di origine. Lévi-Strauss nei suoi scritti sul Giappone ci ha spiegato come “Le culture sono per natura incommensurabili” (capitolo di L’altra faccia della Luna, Bompiani). 

Ma c’è il tema dell’umano, della natura umana, che costituisce un riferimento centrale per ogni sguardo che gettiamo sul mondo. In cosa consiste allora la lezione universale della fotografia di Fan Ho? Nell’indicarci che il mondo è lì davanti a noi con il suo portato di disordine e caos, prodotto da noi certamente, ma che esiste anche la possibilità di cogliere una geometria, un ordine, attraverso l’obiettivo della macchina fotografica e nel porgerlo con eleganza e ponderatezza agli occhi degli altri, come appare nella bellissima fotografia posta in copertina del catalogo, in cui un passante è nel punto di flesso dell’ombra d’un edificio, mentre la sua s’allunga via da lì, e due bambini arrivano dalla direzione opposta recando con sé le loro ombre portate, così che il dialogo inatteso tra i tre avviene tra la luce e il semibuio di quella strada. Il tutto ha il senso di una grazia e di un gusto compositivo ammirevole. Qui l’istante decisivo non è un dialogo tra il fotografo e l’osservatore, ma un monologo tra sé e sé, di chi scatta: una lezione orientale di stile.

Leggi anche:
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 60. Vetrina
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 61. Altalena
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 62. Alone
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 63. Pozzanghere
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 64. La tazzina di Bossi
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 65. NY
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 66. Mani
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 67. Flotilla
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 68. Nose Mask
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 69. Dolce vita
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 70. Cartoline
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 71. In fila
Marco Belpoliti | Occhio rotondo 72. Mannequins
Marco Belpoliti | Occhio Rotondo 73. Disturbante

In copertina, Fan Ho, Street Scene, 1957 © Fan Ho Trust and Estate, courtesy of Blue Lotus Gallery

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).