L’Europa incantata di Luca Campigotto

28 Ottobre 2026

Cinquantamila chilometri percorsi in macchina in circa un anno e mezzo, in solitudine, da un capo all’altro dell’Europa, questo continente pieno di stati e storie a volte in conflitto tra di loro. Nella dimensione del viaggio, la fotografia ha sempre scoperto una modalità congeniale per unire i punti che più paiono caratterizzarla, dalla scoperta alla memoria, dall’indagine dell’altro come della propria misura. Per continuare il percorso che la sede torinese di Gallerie d’Italia ha iniziato a tracciare per celebrare “La Grande Fotografia Italiana” (questo il nome del progetto diretto da Roberto Koch dal 2022), Intesa Sanpaolo ha commissionato a Luca Campigotto (Venezia, 1962) un racconto attraverso cui restituirci la propria visione del continente europeo.

Italo Calvino, riferendosi agli spostamenti in aereo, parlava di viaggio nel vuoto (che potremmo anche definire cieco), per questa dinamica in cui si è in un posto e si appare magicamente in un altro senza sapere dove si è stati nel frattempo. Quello del fotografo veneziano è un viaggio a occhi aperti sempre.

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Ani, confine tra Turchia e Armenia, 2025 © Luca Campigotto.

In un allestimento che conta più di ottanta fotografie, pressoché tutte inedite, e attraverso la curatela di Walter Guadagnini, la mostra “Luca Campigotto. "Wandering Europe” (fino al 7 febbraio 2027) prende forma in un secondo viaggio, non per forza lineare, o cronologico, lungo le varie tappe toccate dall’autore. Per chi negli anni ha imparato a conoscere lo sguardo di Campigotto, in queste immagini ritroverà un’impostazione che non cerca il clamore, l’effetto, il dettaglio estratto dal suo contesto e che fa invece del rigore formale, del colore e della nitidezza la fortezza entro cui può nascere la sua visione. Un modo di vedere che rimette in gioco la veduta, quell’atteggiamento nei confronti del paesaggio in grado di farlo parlare da sé, di lasciarlo formulare la propria limpida confessione.

D’altronde “wandering” è proprio questo, vagare senza meta, una dérive che non si consuma all’interno dei confini urbani ma esonda verso i vari punti cardinali di una geografia più estesa. Dalle isole Svalbard all’Etna, dalle coste portoghesi alla Turchia, Campigotto ha viaggiato non tanto per cercare una sola verità comune ai vari luoghi in cui ha transitato, ma per disegnare una linea su cui poter trovare le tracce che li legano fra loro, insieme a quelle della loro identità storica e presente, cariche dell’esperienza diretta del fotografo che li ha attraversati.

Accanto ad alcune immagini sono infatti riportati testi dello stesso Campigotto, la cui pratica ha già incontrato nel corso degli anni la scrittura e che ora torna per legarsi alla nascita di queste fotografie. I segni di una mitragliata su un muro possono evocare un vecchio aneddoto familiare, mentre il racconto delle rocambolesche vicissitudini per poter varcare la frontiera georgiana ci porta al cospetto della storia di questo paese scolpita nel complesso monumentale “Cronache della Georgia” nella periferia di Tbilisi.

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Bruges, Belgio, 2022 © Luca Campigotto.

Non è l’ode di un figlio, quella di Campigotto, né l’Europa che ci mostra è la grande madre di una radice comune ai popoli che vi sono nati; è piuttosto un bacino esperienziale entro cui il fotografo ha potuto muoversi liberamente, intercettando anche i lasciti dei momenti più bui della storia europea, dai lager tedeschi alle tracce del dramma di Sarajevo (“se devo pensare a un fattore comune alla storia europea questo è la guerra”, scriverà pressappoco così il fotografo).

Tra i fori neri di proiettile e la sontuosa architettura del Guggenheim di Bilbao troviamo un’Europa scritta a mano su un muro su cui svettano anche le parole “libertà”, “potere” e “guerra”, costellazione terminologica essenziale quanto esaustiva delle diverse spinte che muovono il destino di chi vive in questo continente. Accanto ai termini, frutto dell’uomo, ci dice però Campigotto che esistono le estremità del paesaggio, frutto di una forza sicuramente più grande: i suoi confini rocciosi a picco sul mare, i suoi porti, le sue frontiere con l’Asia. Qui Campigotto mette, e trova, sotto la stessa luce la realtà abitata e naturale: con una spinta programmatica alla chiarezza, il mistero del viaggio sfocia in visioni nette. È proprio sotto quella che si camuffa da luce qualsiasi che la materia del viaggio di Campigotto si cristallizza, prende un suo volume, diventa oggetto contemplativo.

Della lezione di Gabriele Basilico, con cui Campigotto lavorò e viaggiò per molti anni, ritroviamo l’omaggio all’osservazione lenta, come la comune fascinazione per un maestro della pittura italiana, Bernardo Bellotto (1721-1780), nipote di Canaletto.

Per fissare due poli ideali rispetto all’operazione di Campigotto, si può ricordare il lavoro del fotografo Josef Koudelka, che con il progetto trentennale “Radici” percorse un viaggio diverso rispetto a quello di Campigotto, più simile alle peregrinazioni di Ulisse in cerca di casa lungo la via del mare, e attraverso cui trovare una matrice comune dei popoli del Mediterraneo. Viaggio come ricerca di una stessa origine.

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Nemrut Dagi, Turchia, 2025 © Luca Campigotto.

Dal lato opposto la fotografa Ruth Orkin nel 1939 attraversò gli Stati Uniti in bicicletta, per scoprire in libertà quell’enorme realtà geografica che parla la stessa lingua. Viaggio come scoperta della propria madre patria.

Campigotto viaggia attraverso stati e idiomi diversi, in cui a volte pare impossibile capire ciò che l’altro dice. Un viaggio che sebbene tocchi alcuni margini meno raccontati, certamente risulta meno feroce rispetto alle fratture che il fotoreporter Carlos Spottorno e il giornalista Guillermo Abril (vincitori del World Press Photo nel 2015 con il progetto “A la puertas de Europa”) scoprirono sulle frontiere dell’Unione Europea, e che raccolsero in “La crepa”, un felice incontro tra fotografia e graphic novel (vedi l’articolo di Carlo Greppi, “Il confine che ci attraversa”). Quello di Campigotto è un viaggio del tutto diverso, che non punta il dito su un unico organo dolente del corpo continentale ma cerca di restituirne la composizione plurale e sfaccettata.

Come sta anche nella rilettura fantastica dei luoghi uno snodo dell’impresa di Campigotto, vedere Marte nei massi scuri alle pendici dell’Etna, o immergersi nelle storie dei cacciatori del nord mentre è nel bianco freddo delle Svalbard.

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Svalbard, Norvegia, 2026 © Luca Campigotto.

Un viaggio che si compie all’esterno, sulle facciate dei muri e nei volumi delle architetture, spesso intese come grandi opere da guardare singolarmente, o sui bordi in cui è l’acqua – del mare, di un fiume, di un canale – a fermare la marcia.

Esistono qualche volta delle forme, dei disegni che ritornano, e che nel progetto curatoriale sono stati accostati tra di loro, per sottolineare certi legami che travalicano l’effettiva coerenza di queste nuove connessioni visive. Altre volte non è tanto un’architettura o una fuga lontana di un paesaggio naturale, ma il disegno su un muro di un gatto che salta con la sua ombra a diventare l’emblema, dall’esempio dell’Annunciazione di Recanati di Lorenzo Lotto in poi, del desiderio dell’occhio di fissare l’azione nel suo compiersi.

L’Europa di Campigotto non ci mostra volti umani. Le persone possono servire come misura per indicare la monumentalità di un’architettura o la vastità di un territorio, ma non ci avviciniamo mai a guardare negli occhi la gente che il fotografo ha incontrato lungo il percorso. La sappiamo brulicare e muoversi su una mappa che non smette di provare a ridefinirsi, come quella che Campigotto ha fotografato nella Sala del Mappamondo di Palazzo Farnese a Caprarola e in cui riconosciamo in quelle forme superate quelle a cui oggi associamo con sicurezza la parola Europa.

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Bulgaria, 2025 © Luca Campigotto.

Nel corso di un viaggio, alcuni concetti possono trovare definizioni diverse: architettura, paesaggio, storia si animano secondo le accezioni che dentro ogni confine hanno avuto modo di svilupparsi, rendendo una realtà geografica molto più fluida e abile nel trasformarsi di quanto si possa percepire vivendola quotidianamente. Il presente monolitico della fotografia, nell’operazione di Luca Campigotto, interroga così un tempo molto più ampio, quello in cui le cose che sembrano immobili lo sono soltanto finché non mutano. Parrà una conclusione semplice, ma è così che la Storia ci chiede di lasciare gli assoluti a un’altra narrazione.

In copertina, Sibiu, Romania, 2025 © Luca Campigotto.

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LUCA CAMPIGOTTO. WANDERING EUROPE
Gallerie d’Italia – Torino
Dal 1° ottobre 2026 al 7 febbraio 2027
Mostra a cura di Walter Guadagnini
Con un catalogo dedicato alla mostra edito da Società Editrice Allemandi

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