Palestina, una storia di mappe
Il problema in tutta questa storia è che un confine, qualsiasi confine, non spiega nulla; e una mappa, qualsiasi mappa è insufficiente a dare ragione della complessità e delle infinite tragedie che attraversano e segnano la Palestina ormai da quasi un secolo.
E questo sin dall’inizio (o meglio, da uno degli inizi possibili). Quando il 14 maggio 1948 fu proclamato lo stato di Israele in una tensione evidente tra Stato nel senso giuridico e istituzionale e Eretz Israel, Terra d’Israele legittimata nella Torah e nella tradizione dei Padri. Quando nelle ore immediatamente successive Israele fu attaccata
dalle forze della Lega araba. Quando nel farsi della guerra e nei mesi seguenti 450 villaggi palestinesi furono rasi al suolo dalle forze israeliane e cominciarono gli esodi e le espulsioni, in quella che i palestinesi chiamano al-Nakba, “la catastrofe”.
Ecco, alla fine di tutto questo vi fu una mappa. Era il 30 novembre 1949. Due uomini, due nemici si chinarono su una carta geografica: il tenente colonnello israeliano Moshe Dayan con una matita verde e il tenente colonnello giordano Abdullah al Tal con una matita rossa. E si divisero il territorio: partendo dal centro del Mar Morto le loro linee si spostarono nell’entroterra, curvando intorno alle pendici dei monti di Hebron e piegando poi verso nord-est verso il cuore di Gerusalemme. E a guardarli quei tracciati sulla carta si capisce già parecchio di quello che sarebbe successo dopo: le linee per lo più si sovrapponevano ma in certi punti divergevano formando complicate “terre di nessuno”. Solchi che il tempo avrebbe contribuito ad allargare e che oggi, almeno nel tratto cittadino si sono trasformati in una striscia serpeggiante di muri di cemento, filo spinato, campi minati e posti di guardia fortificati.
La linea verde si trova quasi a metà del bel libro di Matteo Meschiari Mappe di Palestina. Una controgeografia per la pace (Bollati Boringhieri, 2026, pp. 69-71), antropologo e geografo che ha deciso di raccontare la Palestina attraverso una sequenza di mappe: una stratificazione di interpretazioni, letture e appropriazioni che già da sola mostra tutta la drammatica tensione che anima quei luoghi. E a voltarsi indietro si capisce facilmente che quella linea verde non è stato certo un punto di partenza, ma l’esito di altre mappe e altri confini di ben maggiore antichità.
Ci sono ad esempio le mappe dell’impero ottomano (pp. 45-47) dove tutta l’area che sta a occidente del fiume Giordano è chiamata Arz-ι Filistīn, “Terra di Palestina”, che pur non essendo una regione politicamente autonoma ha tratti evidentemente peculiari come si capisce già dal fitto sovraccarico di toponimi che ne colmano lo spazio sulla carta.
Ci sono le mappe realizzate dalle autorità britanniche all’epoca del Mandato (pp. 49-51): spesso esercizi di vera “geoteologia” volti ad applicare alla realtà del presente il passato mitico della Palestina mitica, applicando inoltre uno sforzo lessicale e grafico non da poco per enfatizzare gli insediamenti ebraici a scapito delle comunità locali che furono per lo più ignorate (fondamentali in tal senso sono stati gli studi di Beshara Doumani, ma si veda per un’analisi aggiornata Lorenzo Kamel, Terra contesa, Roma, Carocci, 2022, pp. 13-19). Mappe che sono documenti di un vero e proprio orientalismo biblico e che contribuirono non poco a forgiare l’immaginaria percezione della Palestina basata sulla Bibbia e che finirono per insabbiare (è il caso di dirlo) tutta la geografia non-biblica e islamica della regione, ostacolando l’evoluzione di una narrazione storica alternativa; e inoltre tracciando la strada per chi dopo il 1948, avrebbe pensato a un Grande Israele dai confini biblici e più vasti (pp. 50-51).
Spazio e assenza. Per qualcosa che si segna sulla mappa, qualcosa si toglie o si nasconde. È una storia a dir poco nota ma val la pena ricordarla parlando di cartografia e geografia umana. Perché ancora alla fine degli anni Ottanta del secolo trascorso, quando cominciavo a interessarmi di relazioni tra mondo ebraico e islam, la narrazione storica e geografica tanto sul piano della letteratura divulgativa, quanto in generale sul discorso politico, era ancora decisamente unidirezionale. Quello che capitava per lo più di leggere o di ascoltare era che Israele aveva accettato la spartizione ONU mentre gli arabi l'avevano rifiutata; i palestinesi erano fuggiti spontaneamente; gli eserciti arabi erano militarmente superiori; Israele combatteva esclusivamente una guerra difensiva; il movimento sionista aveva sempre cercato una convivenza pacifica. E in tutto questo la Palestina e i palestinesi sostanzialmente assenti (abbastanza famosa la frase di Golda Meir pronunciata in un’intervista il 15 giugno 1969: “Non è che ci fosse un popolo palestinese in Palestina che si considerasse tale e che noi siamo arrivati, li abbiamo cacciati e ci siamo presi il loro Paese. Essi non esistevano”).
Val la pena ricordarlo perché gli anni Ottanta segnarono invece un vero spartiacque. Congiuntura complessa e importante sul piano storiografico, segnata tra le altre cose dall’apertura tra il 1987 e 1988 di numerosi archivi israeliani riguardanti la guerra del 1948. Gli anni che seguirono videro una messe di studi decisamente entusiasmante, quella che fu chiamata "nuova storiografia israeliana". Non una scuola compatta né un movimento politico unitario, ma un insieme di studiosi che cominciavano a rileggere criticamente la nascita dello Stato di Israele e con esso la storia della regione. Da giovane studioso di arabo ed ebraico ricordo ancora l’effetto che mi fece la lettura di Benny Morris, Righteous Victims: A History of the Zionist-Arab Conflict, 1881–1999. New York, Alfred A. Knopf, 1999 (l’edizione italiana, Vittime, fu la prima cura editoriale di un certo peso a cui mi dedicai). Morris, al tempo uno dei storici israeliani più influenti, aveva dimostrato che numerose espulsioni al tempo della Nakba erano state deliberate, che molte fughe di arabi erano state provocate da operazioni militari israeliane e che il problema dei rifugiati era molto più complesso della narrazione ufficiale.
E assieme vennero le opere di Avi Shlaim, (un suo classico lo trovate in traduzione italiana: Il muro di ferro. Israele e il mondo arabo, Il Ponte, 2003), di Tom Segev (One Palestine, Complete: Jews and Arabs under the British Mandate, New York, Metropolitan Books, 2000; ma in Italiano potete trovare Il settimo milione. Come l'Olocausto ha segnato la storia di Israele, Mondadori, 2001); e poi tanti altri, sino a Ilan Pappé, uno dei più radicali, a cui si devono importantissimi lavori come La pulizia etnica della Palestina, (Fazi Editore, 2008) e Storia della Palestina moderna. Una terra, due popoli, (Einaudi, 2005).
Tra le tante cose, quello che emergeva da molti di questi lavori era sostanzialmente la Palestina come soggetto storico e politico. E assieme a questo si definivano con crescente precisione i contorni di un popolo, sino a quel momento negato. E questo anche grazie a opere fondamentali di storici palestinesi come Rashid Khalidi (Identità palestinese. La costruzione di una moderna coscienza nazionale, Bollati Boringhieri, 2003) o come il già citato Beshara Doumani,, Rediscovering Palestine: Merchants and Peasants in Jabal Nablus, 1700–1900, Berkeley: University of California Press, 1995).
Perdonate tutta questa bibliografia, ma credo fosse necessaria: per spiegare che la percezione geografica della Palestina è stata un processo lungo ma, soprattutto, scientificamente fondato. Da storico non mi muovo troppo a mio agio col metadiscorso cartografico: non so dire se una mappa abbia davvero un “cuore di tenebra” (come ricorda Matteo Meschiari citando il geografo Franco Farinelli), così come fatico a vedere il lato onirico o sabbioso nei segni della geografia. Ho imparato però a diffidare sempre delle assenze: quando qualcosa nelle mappe viene omesso è sempre per scelta e spesso per conflitto. Per anni gli arabi palestinesi sono stati raccontati come nomadi e la loro terra come un deserto di cui essi non erano degni perché incapaci di farlo fiorire. Una retorica non tanto diversa da quella che in altri tempi gli Stati Uniti usarono nei confronti dei nativi americani e che ancora oggi, purtroppo, sentiamo echeggiare in giro per il mondo ogni qual volta nuove forme di razzismo si fanno largo nel discorso comune (pp. 121-123).
In questo senso, quello che fa Matteo Meschiari con le mappe mi pare un atto politico (e direi anche poetico) di grande civiltà: immagine dopo immagine ci mostra il senso e la verità dei luoghi; e mostrandoci i luoghi finisce per mostrarci anche le persone. E senza negare nulla delle tragedie e della violenza di questi tragici anni, ci dice che la prima condizione necessaria per pensare la pace è vederne lo spazio e dargli un nome. Palestina.