Sergio Luzzatto e il primo fascista

17 Aprile 2026

Questo libro parla di tante cose. Del Marchese Antoine de Morès, tanto per cominciare, e della sua straordinaria e terribile parabola, che a fine Ottocento lo avrebbe portato dall’America al Sud Est Asiatico, sperimentando illusioni e fallimenti, in un crescendo di odio e violenza antisemita. E parla ovviamente del mondo che lo circondò. Dei fermenti sociali e culturali durante gli anni strepitosi della Francia postrivoluzionaria; del Secondo Impero e di una rinnovata società nobiliare fatta di vanità mondane, spettacoli di varietà e piaceri più o meno leciti; dell’avvento di una moderna società dei consumi, delle comunicazioni, delle mode e, assieme ad essa, di una borghesia insicura, che si percepisce minacciata dai movimenti operai e delle cicliche crisi economiche e anche per questo sempre più attaccata all’ordine e alla difesa della proprietà. Ma questo libro parla anche di un mondo ormai globale spinto dalle forze di un imperialismo sempre più violento. Una sete di conquista e di dominio che attraversa il mondo: dalle praterie del Nord America, alle pianure fluviali del Sud-Est Asiatico, sino al grande deserto del Sahara.

Ma siccome questo libro è soprattutto una biografia, sarà bene seguire questa come traccia principale. Perché quel “Primo fascista” evocato dal titolo è per l’appunto Antoine Morès, o meglio Antoine Amédée Marie Vincent Manca de Vallombrosa marchese di Morès, nato con una discreta quantità di titoli nobiliari, tra cui alcuni che lo ricollegavano pure alla Sardegna (Morès è in realtà l’adattamento francese di Mores, paese dell’entroterra di Sassari). Da nobile qual era, l’avviamento alla carriera militare fu quasi obbligato, ma ci volle poco per capire che non sarebbe stato il suo destino. L’inquietudine e i fallimenti cominciarono a segnare presto la sua vita, e con essi un sordo e crescente rancore che finì presto per prendere il volto di un greve antisemitismo.   

Dopo un primo tracollo bancario e l’intervento del padre a sanare i debiti, per Morès si aprì una stagione di avventure internazionali e imprese quasi picaresche. Sposò Medora Hoffman, figlia di un ricco banchiere di Wall Street, e si trasferì negli Stati Uniti, dove si lanciò nel commercio di carne bovina, che in quel momento veniva rivoluzionato dalle nuove tecniche di refrigerazione. Ne venne fuori una storia da romanzo: tra gli scontri coi cowboy, la fondazione di una cittadina — Medora, in onore della moglie — e l’incontro e l’amicizia con addirittura Theodore Roosevelt, futuro presidente degli Stati Uniti. Ma alla fine, di tutto questo, ne sarebbe venuto solo un altro fallimento, che Morès avrebbe ovviamente ricondotto alle colpevoli trame dei commercianti ebrei.

Di qui altri viaggi: Hong Kong, l’India e il progetto — mai realizzato — di una ferrovia francese fino al golfo del Tonchino. Poi gli anni della politica in Francia, tra il 1888 e il 1893, esattamente prima dell’Affaire Dreyfus: Morès si fece promotore di un nazionalismo aggressivo e di un antisemitismo militante, organizzando gruppi di attivisti pronti allo scontro di piazza e facendo ricorso a un linguaggio politico che esaltava la forza, rifiutava il parlamentarismo e puntava sulla mobilitazione diretta delle masse.

Una parabola tragica e distruttiva che lo portò all’ennesimo fallimento, forse ancora più umiliante per la portata pubblica della sua condanna. Anche per questo si ritrovò nuovamente in viaggio. Era il 1894 quando si portò per la prima volta in Algeria, dove elaborò il suo ultimo progetto: un delirio geopolitico che prevedeva una sorta di alleanza franco-musulmana in funzione antisemita e anti-britannica.

Così andò nel deserto a cercare il suo esercito, ma fu la sua ultima missione: lui e gli altri della sua carovana finirono massacrati dai tuareg. Una morte tragica che contribuì sicuramente a costruire la leggenda e a fare di Morès una delle figure di riferimento tra coloro che, in Francia e al di fuori, cominciavano a invocare insieme solidarietà interclassista e antisemitismo, unendo all’esaltazione ideologica un crescente ricorso alla violenza.

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E qui si viene al tema introdotto dal titolo. In che termini Morès può essere considerato come un “precursore” del fascismo? E in altro senso, in che termini la storia della sua figura può offrire una prospettiva utile per cogliere il formarsi di stili, linguaggi e pratiche politiche che sarebbero poi confluite nel fascismo in senso stretto e nelle esperienze più autoritarie della politica della prima metà del Novecento? Sono domande che ovviamente finiscono per coinvolgere il più ampio dibattito sulle origini del fascismo, quella che più o meno anima la storiografia e il pensiero politologico almeno dai tempi di Hannah Arendt, tra chi ne ha voluto vedere soprattutto una rottura storica, in quanto primo esperimento totalitario definito dall'esito della prima guerra mondiale (come, per fare un esempio importante, la posizione di Emilio Gentile), e chi invece ne rintraccia le radici profonde già ottocentesche (un’ottima messa a punto riguardo a tale dibattito è quella offerta da Enzo Traverso, Interpreting Fascism: Mosse, Sternhell and Gentile in Comparative Perspective, in «Constellations» 15/3 (2008), pp. 303-319). A parte la ragionevole conciliabilità di tali posizioni, è evidente che Luzzatto si muova soprattutto nella seconda direzione. E non si può che concordare con lui, almeno per due buone ragioni. In primo luogo per l’evidenza fornita dalla figura di Morès: uomo che per una vita si muoverà tra violenza, intimidazione e propaganda; mosso da un antisemitismo militante e dalla spinta alla mobilitazione emotiva delle masse. In secondo luogo per lo sfondo sociale e culturale che la figura di Morès aiuta a illuminare. A cominciare da Édouard Drumont autore di un libello piuttosto squallido, La France juive, e grande teorico dell’antisemitismo francese. Ma in fondo, anche se influente, una figura intellettualmente irrilevante rispetto alla più complessa galassia di nazionalisti esasperati e di scrittori antisemiti; come Maurice Barrès, che il 5 gennaio 1895 assistette alla degradazione pubblica dell’ufficiale Alfred Dreyfus e che in un articolo del giorno seguente lo definì traditore e giuda.

E credo si possa concordare peraltro con Luzzatto nel dire che tutto ciò non significa che la tesi delle origini francesi del fascismo (quella famosa proposta da Zeev Sternhell in La droite révolutionnnaire. Les origines françaises du fascisme, Paris, Seuil, 1978) vada presa per oro colato. Al contrario, come notarono i critici, si trattava soprattutto di una genealogia essenzialista: fatta quasi esclusivamente di idee, sganciata dall’esistenza concreta di un partito o di un regime. E le forme storiche di un’ideologia tanto fluida vanno studiate, più che attraverso le teorie, attraverso le pratiche; perché fin dalle origini il fascismo è stato, più che un sistema di pensiero, un sistema di azione.

E Morès incarnò tutto questo: uomo d’azione più che uomo di pensiero, mosso a ogni latitudine dall’ossessione di riaffermare quel primato dei cristiani bianchi che lui riteneva un diritto di nascita; capace di mescolare odio razziale, presunta solidarietà interclassista (la parola “populismo” era ancora da venire) e violenza organizzata. Quell’insieme a cui Mussolini avrebbe poi dato il nome di fascismo ma che in Morès videro se non l’inventore, almeno sicuramente uno dei padri o dei precursori.

Spesso in simili casi di saggi biografici si commenta a margine dicendo che il “libro si legge come un romanzo”, (alludendo implicitamente a una necessaria maggiore facilità del genere romanzo che peraltro mi par tutta da dimostrare — o almeno da discutere parecchio). Ma non è questo il caso: il testo, pur ammiccando a forme proprie della narrativa biografica, è in realtà complesso e definito piuttosto dal rigore dell’analisi. Ed è questo che lo rende importante: perché è quel tipo di rigore che permette di scavare a sufficienza per trovare tracce profonde di quello che ha attraversato il Novecento e che, almeno in parte, non sembra purtroppo averci abbandonato in questo primo quarto del XXI secolo. Il populismo e la violenza si nutrono in fondo ancora delle stesse cose: a cominciare dal facile, volgare e cieco, bisogno di un nemico.

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TAGGED: Sergio Luzzatto