Marc Bloch: la fine della storia
Scrivo nel giorno in cui, con un solenne corteo sulla rue Soufflot, i feretri vuoti a memoria di Marc Bloch e sua moglie Simonne si apprestano ad entrare nel Panthéon che sovrasta Parigi: martedì 23 giugno 2026, circa 82 anni dopo la tragica esecuzione di Bloch da parte della Gestapo nel 1944. Pochi giorni dopo la morte di Carlo Ginzburg. Le due figure che meglio ci hanno insegnato come utilizzare i casi e le anomalie per guardare al passato e al presente.
Comincerò dunque da qui, da questa convergenza puramente casuale, nella convinzione che questo possa chiarire la personale difficoltà che da giorni avverto nel portare a termine la recensione dell’ultima edizione italiana della Apologia della storia ottimamente curata da David Bidussa.
L’annuncio dell’entrata al Panthéon di Marc Bloch ha suscitato in patria non poche polemiche. Il problema ovviamente non era tanto la statura assoluta dello storico francese quanto l’idea che la canonizzazione repubblicana di Marc Bloch avvenisse da parte di un governo che secondo molti ha negato quasi tutti i valori da lui propugnati. Il contraltare di tale celebrazione ufficiale sarà una serie di convegni e studi accademici che già da tempo si preparano e che si occuperanno di definirne la figura attraverso il filtro del tempo ormai trascorso e della tanta storiografia che si è succeduta.
Ora, è evidente che questo scontro per la memoria si gioca attorno a una figura decisamente eccezionale. Non c’è alcun dubbio, infatti, che per qualsiasi storico di professione, o meglio ancora per qualsiasi appassionato di storia, Marc Bloch non sia solo un grande riferimento, ma una sorta di nume tutelare. Mi è sempre sembrato che vi fosse qualcosa di iniziatico nel modo in cui, di generazione in generazione, abbiamo continuato a condividere tra di noi, tra colleghi, la sua storia personale e professionale: l’amicizia con Lucien Febvre, la rivoluzione storiografica fatta di nuove domande e nuova attenzione ad altre discipline, l’impegno politico e la lotta nella Resistenza, sino alla terribile parabola finale delle torture subite dalla Gestapo e la fucilazione, il 16 giugno 1944, nei pressi di Saint-Didier-de-Formans.
E a proposito di questo, ci sono alcune sue foto, proprio di quell’ultimo periodo, che mi hanno sempre colpito molto: si vede un uomo di una certa età, ormai verso i sessanta, i capelli radi ma ben curati, gli occhiali tondi e i baffi folti che ornano un accenno di sorriso. E chissà perché fatico ad associare quel volto così mite e gentile al rigore con cui Bloch ha attraversato la sua vita: il rigore del metodo e quello della partecipazione politica.
In fondo è proprio questo che mostra la sua Apologia della storia: rigore e partecipazione. Non solo perché sintetizzò e definì con una precisione quasi chirurgica l’ambito della sua disciplina in un momento in cui essa si apriva a potenzialità e criteri nuovi; ma anche perché e soprattutto lo fece nelle condizioni peggiori. Forse ci pensava da tempo a un libro sul mestiere di storico, ma fu solo a guerra già scoppiata che Bloch mise mano al progetto. A quanto ne sappiamo cominciò a scrivere nell'agosto del 1942 e da lì sino al marzo del 1943 rielaborò e ampliò il testo. In un momento in cui tutto cominciava a crollare. In quei mesi lo storico entrò nella resistenza francese e passò alla clandestinità. L'ultima bozza giunta fino a noi risale appunto alla primavera del 1943. Un anno prima della sua morte.
Così quello che sfogliamo e studiamo oggi è un testo interrotto: ragiona sull’oggetto della storia e sulla natura della disciplina, parla del metodo e di come conosciamo il passato, e ci offre fondamentali riflessioni sulla critica delle fonti, si interroga su come sia possibile, da storici, distinguere il vero dal falso; infine giunge a ragionare sull’interpretazione dei fatti e delle cause della storia. Ma da qui cominciano i puntini di sospensione e il vuoto di ciò che non ha mai portato a termine. E anche questo, a ben guardare, è parte integrante del culto della sua figura: come se quei paragrafi assenti ci obbligassero a prendere la parola e a misurarci non solo con l’opera di Bloch ma con il senso più profondo della storia.
“La storia è la scienza degli uomini nel tempo”. È questa la formula famosa che trovate nelle prime pagine dell’Apologia. Che come formula è tutto tranne che ovvia. Perché se togliete gli esseri umani rimane solo una possibile biologia o geologia; ma se togliete il tempo e lasciate gli umani nulla la distinguerebbe dalla sociologia, dall'antropologia o dall'economia. Sono cose note e quasi scontate per gli addetti ai lavori, ma che segnano un fondamentale punto d’arrivo (o di partenza) di una scienza che aveva mosso i suoi passi pochi secoli prima (se volete una buona sintesi sulla parabola della storiografia moderna, mi pare ancora utilissima la sintesi offerta da Peter Burke, Una rivoluzione storiografica, Laterza, 1992).
Talmente importante quell’idea di scienza, che non ci si sbaglierebbe troppo a cominciare la riflessione sulla storia partendo proprio dal dubbio: davanti a qualsiasi fonte, a qualsiasi traccia del passato, lo storico deve per metodo dubitare (pp. 67-68). E non c’è uno schema stabilito in questo, ma un insieme di esperienza e di intuizione che ogni volta occorre mettere in campo. È questo in estrema sintesi uno dei nuclei del metodo storico-critico appunto. Si comincia senza fidarsi troppo di quanto troviamo scritto e si continua ponendo tutte le domande possibili al testo e al suo autore: perché ha parlato proprio di quella cosa; perché ha usato quelle parole e non altre; a chi voleva scrivere davvero; cosa leggeva, cosa pensava, ecc. E per fare tutto questo occorre un lavoro faticosissimo. Imparando e interpretando la voce (cioè le lingue) di quel passato lontano. Accostando al testo che stiamo analizzando tutti gli altri documenti possibili. Raccogliendo ogni pergamena, ogni carta, ogni oggetto, ogni frammento del periodo che intendiamo studiare per capire meglio le sue parole. E tutto questo, naturalmente, senza lavorare da soli, ma appoggiandoci a quegli studiosi che si sono già occupati prima di noi di quel periodo e di quei problemi, e che condividono gli stessi princìpi di metodo. È su questo edificio che abbiamo costruito il mestiere di storico. Ed è fondandoci su questo edificio che abbiamo continuato a rispondere alla domanda posta da Bloch: «Come sono in grado di sapere quel che sto per dire?» (p. 56). E non fosse che per questo, è perfettamente legittimo che ognuno che crede al metodo storico-critico abbia cura di tenerselo come nume tutelare.
Poi c’è la questione civile.
«Papà, mi spieghi a cosa serve la storia?» Comincia così l’Apologia della storia. E la risposta è tutto tranne che univoca. All’inizio Bloch, sembra quasi tentato dalla possibilità divulgativa. Continua infatti dicendo: «Il massimo vanto per uno scrittore, credo, è quello di saper parlare tanto agli intellettuali quanto agli scolaretti. Ma una semplicità così elevata è il privilegio di pochi eletti». Bloch, insomma, comincia con una questione che non è metodologica ma didattica. Salvo poi ammettere di non essere stato in grado seguire quel percorso sino in fondo. Con buona pace dell’incipit, infatti, l’Apologia non è un libro divulgativo: pone questioni di grande complessità e coinvolge un insieme di conoscenze a dir poco settoriali. Ma non è questo il punto.
In realtà l’Apologia pone l’agire storico come cardine dell’impegno civile. E lo fa, mi sembra, connettendo almeno due elementi. C’è innanzi tutto la questione della ricerca critica della verità, che innerva tutto il libro: «Come sono in grado di sapere quel che sto per dire?» Bloch sa bene che la verità storica non è mai assoluta e definitiva, tuttavia insiste sul fatto che lo storico debba interrogare le fonti, verificare, confrontare, dubitare. E questa non è soltanto una regola professionale: è una virtù civica. In un'epoca di propaganda totalitaria, insegnare che ogni affermazione deve essere sottoposta a controllo significa difendere una società libera. Ma questo da solo non basta; e lo dice a più riprese: «è vano scervellarsi per comprendere il passato quando non si sa nulla del presente» (p. 37). Partecipare, agire nel mondo non è un’opzione per uno storico: è una necessità: «Gli stessi nomi che usiamo per caratterizzare stati d’animo scomparsi e forme sociali svanite, che senso avrebbero per noi se non avessimo prima visto vivere gli uomini?» (p. 38). E credo che al di là di qualsiasi ulteriore sforzo interpretativo basterebbero le pagine dell’Apologia che Bloch non riuscì a scrivere a testimoniare cosa lui intendesse per questione civile. Quello che sostanzialmente ha notato anche Carlo Ginzburg nell’ultimo testo da lui scritto prima della morte (Un Lapsus de Marc Bloch): «Leggere Marc Bloch, trarre insegnamenti da Marc Bloch, dalla sua straordinaria figura di storico e combattente per la libertà. Il modo in cui questi elementi si intrecciano ha per me un significato personale. Quando ho potuto leggere la traduzione italiana de Il mestiere dello storico, ho capito che il mio rapporto con Marc Bloch era filtrato attraverso la figura di mio padre. Leone Ginzburg, filologo e storico della letteratura russa, morì nel 1944 nel carcere di Regina Coeli a Roma, dove era stato imprigionato e torturato dalle SS a causa della sua attività antifascista».
Ecco il punto esatto dove l’impegno civile e la domanda sulla verità («Come sono in grado di sapere quel che sto per dire?») si saldano assieme. E la risposta, che fu di Marc Bloch (e che per altro segno sarebbe stata anche di Carlo Ginzburg) è che occorre battersi per difendere pubblicamente la possibilità di accertare fatti. Connettere indizi, fornire prove magari parziali, magari temporanee e superabili da ulteriore ricerca, tutto questo è il solo baluardo che abbiamo contro l’arbitrio dell’opinione e contro il sopruso delle idee imposte per pura volontà di potere.
Per tanto tempo Bloch è stato letto nella convinzione che fosse il principio di tutto questo. Io sono cresciuto nella stessa convinzione. Abbiamo edificato una deontologia sulle sue fondamenta: lui, Lucien Febvre, e poi gli Annales, Braudel, Le Roy Ladurie, Le Goff… E per farlo, per poggiarci con sicurezza, lo abbiamo assunto a nostro nume tutelare. Nella convinzione più o meno implicita che la sua autorità fosse sufficiente ad assicurare il progresso della storia.
Così per anni, per decenni, si è continuato: l’Apologia della storia era venduta con regolarità nelle librerie perché alimentava le riflessioni di metodo sin dalle superiori, quando la storia aveva ancora sufficiente spazio e relativo rispetto nella didattica scolastica. E allo stesso modo il suo autore era evocato con precisione nei convegni e nei luoghi della didattica universitaria. Citazioni e riferimenti che peraltro in quei contesti avevano un implicito senso corporativo: dicevano che si era parte del gruppo e confermavano di stare proseguendo nella giusta direzione.
E dire che era stato lui stesso ad avvertirci: gli storici dovrebbero stare sempre molto attenti nei confronti delle facili mitizzazioni: «Robespierristi, antirobespierristi, vi chiediamo clemenza: per pietà diteci semplicemente chi fu Robespierre!» (sintetizzo con una sua frase piuttosto famosa il lungo discorso sul tema dei facili idoli che Bloch offre al capitolo IV dell’Apologia: p. 105).
E così mentre si continuava a citare Bloch, cominciavano a incrinarsi alcune cose. Nelle librerie l’Apologia della storia si vendeva sempre meno; nelle scuole quasi nessuno aveva più il tempo necessario per approfondire il metodo storico; nelle università quella vastità di erudizione, quella tensione ad essere insieme geografo, linguista, economista e antropologo, che tanto Marc Bloch quanto Lucien Febvre (ad esempio in Combat pour l’histoire) avevano auspicato era persa ormai in percorsi settoriali e iperspecialistici, definiti da regole concorsuali sempre più anguste, dove i quadri generali e lo sguardo d’insieme vengono oggi guardati con timore e diffidenza (circola da tempo la battuta – verissima - secondo cui la Méditerranée di Fernand Braudel oggi non potrebbe mai vincere un dottorato…).
Naturalmente questo pericolo non è passato inosservato. Ad esempio, agli inizi degli anni Duemila lo notava con la giusta ironia il grande grecista e antropologo Marcelle Detienne (il testo peraltro è importantissimo e meriterebbe oggi di essere ripreso: Comparer l’incomparable, Seuil, 2000, p. 29): «Invoco Marc Bloch, il san Marc Bloch, che oggi tutti venerano da destra a sinistra, quando, vicino a Oslo nel 1928, pronunciò un memorabile appello per una storia comparata delle società europee. Ascoltiamo la sua perorazione: "Smettiamo, se volete, di parlare eternamente di storia nazionale alla storia nazionale". Bloch sapeva di cosa parlava: il suo progetto di studio comparato, sempre tra gli storici del Medioevo, era destinato a naufragare gloriosamente di fronte alle Antichità Nazionali».
Non credo vi sia molto altro da aggiungere. Peccato che Detienne non sia stato meditato come meritava. Era già tutto lì. Fare di Bloch, un santo, farne una statua, era il modo migliore per vanificarne il messaggio. E soprattutto era il modo migliore per renderlo scientificamente, socialmente e politicamente inoffensivo, se non inutile.
Non è un caso che alcuni anni dopo, nel 2009 (e poi ancora nel 2024) Suzette Bloch, sua nipote abbia denunciato su «Le Monde la strumentalizzazione e le citazioni estrapolate dal contesto delle parole del nonno da parte del partito di estrema destra Rassemblement national al fine di giustificare una politica migratoria che mai avrebbe coinciso con gli ideali di Marc Bloch (l’opera da cui erano stati presi i passi era peraltro L'Étrange défaite, forse il suo testo più politico, incentrato sull’analisi dell’esercito e della società francese tra le due Guerre).
Non è un caso neppure che agli inizi del 2025 le Nuove indicazioni per la scuola partorite in Italia dalla commissione nominata dal Ministero dell’Istruzione e del merito, abbiano incentrato tutta la loro argomentazione sul recupero dell’identità nazionale e su un idea ottocentesca della storia, partendo dall’assunto che “solo l’Occidente conosce la storia”. Frase imbarazzante per la maggior parte degli storici, ma supportata opportunamente da una citazione di Marc Bloch: «I greci e i latini, nostri primi maestri, erano popoli scrittori di storia. Il cristianesimo è una religione di storici. […] è nella durata, dunque nella storia, che si svolge il gran dramma del Peccato e della Redenzione».
Ecco cosa rimane di Marc Bloch.
Una bara vuota nel Pantheon e molte citazioni.
Ma la verità è che non lo leggiamo più.
Se dovesse servire una prova di quanto dico, sta nella copertina del libro di questa nuova edizione dell’Apologia. Il suo nome, Marc Bloch, scritto in stampatello, in grandi caratteri rossi; e in alto la riproduzione di un celebre quadro di Antonello da Messina, che ritrae San Girolamo: è un’opera di fine Quattrocento e l’immagine del santo traduttore della Bibbia in latino si confonde inevitabilmente nella figura di un raffinato umanista intento al lavoro nel suo studio. Ottima scelta per mostrare quella continuità del sapere testuale così centrale nelle questioni di metodo. Poi, però, ecco una scritta in piccolo che si staglia in bianco sul fondo scuro del quadro: “Lo storico che ha rivoluzionato la storiografia del 900” firmato… Alessandro Barbero. E ho verificato: è una scelta di collana quella di accompagnare i classici riediti con questa sorta di banner pubblicitario. Ma con tutta la buona volontà (e la personale stima nei confronti di Barbero, che ovviamente nulla a che vedere con tale scelta) non riesco a non trovarci qualcosa di profondamente ridicolo e stridente. Perché è lì la spiegazione: Bloch non parla più a nessuno; o almeno, non è più scontato che lo faccia. Quando abbiamo bisogno di invocare una autorità percepibile dal pubblico come superiore per spiegare chi sia Marc Bloch (e allo stesso modo: quando abbiamo bisogno di citarlo ovunque) è evidente che un po’ l’abbiamo già perso.
Perché c’è stato un tempo in cui Marc Bloch non aveva bisogno della nostra piccola voce per far sapere chi era, ma eravamo noi attraverso le sue parole che riuscivamo a costruire con più sicurezza il senso del nostro mestiere e, con esso, le nostre radici.
Il problema è che forse abbiamo sempre volutamente equivocato: leggere l’Apologia non è mai stato sufficiente. Bisognava anche agire.