Peter Thiel, profeta della de-globalizzazione

7 Luglio 2026

Una delle figure più oscure, controverse ma anche onnipresenti nel dibattito contemporaneo sulla crisi dell’Occidente e sulla deglobalizzazione, è certamente quella di Peter Thiel. La sua visione definita come Illuminismo oscuro, Dark Enlightenment o Neoreazione, ha contribuito, insieme all’opera di altri cybercapitalisti, a riposizionare la Silicon Valley da sinistra a destra (si veda il mio articolo su Musk per doppiozero). In sintesi, il progetto di Thiel mira a elidere il legame stabile che per secoli ha tenuto insieme democrazia, tecno-scienza e mercato, per garantire che il potere economico e politico resti nelle mani della famigerata élite dei tecnocapitalisti.

Il libro di Paolo Perulli Peter Thiel LAmerica oggi, che parafrasa il celebre film di R Altman del 1993, propone una riflessione sistematica su questa figura apicale, protagonista di una nuova crisi della cultura americana che impatta oggi drammaticamente sulla politica globale. A partire dall’introduzione di Massimo Cacciari, si evidenzia come la crisi attuale rappresenti una rottura epocale fondata sul ruolo centrale della tecnica. Questa rottura, in cui persino la spinta verso lo spazio mira a ristrutturare i rapporti di potere sul pianeta terra, rappresenta un cambiamento qualitativo della nozione di tecnica, ovvero un salto paradigmatico che diventerà visibile ed esperibile nei prossimi anni grazie allo sviluppo della AI e dei computer quantistici, come ben notano Stefano Calzati and Derrick de Kerckhove in Quantum Ecology. Why and How New Information Technologies Will Reshape Societies (MIT Press 2024).

L’analisi di Perulli prende piede dal percorso biografico di questo imprenditore “illuminato”, da cui risulta chiaro che il fatidico riposizionamento a destra delle piattaforme, lungi dall’essere una conquista recente, rappresenti un processo di lungo periodo che ci riporta alle radici stesse della Silicon Valley. Come una sorta di doppelgänger di quell’anima progressista e multiculturale, Thiel ha lucidamente provato a riformare capitalismo e democrazia tramite l’innovazione tecnologica. Se nel film Jobs di Joshua Michael Stern (2013) già si ritraeva Steve Jobs come una sorta di ultra-hippie ma anche come un iperindividualista che inveiva contro un suo collaboratore coreano nel primo impiego in Atari – immagine confermata dalla celebre equazione formulata da Barbrook and Cameron (1995): hippies+yuppies = ideologia californiana – la distanza tra lo yuppismo e il dark enlightenment di Thiel è siderale. Non solo perché il primo è ideologicamente legato alla fondazione del neoliberismo in epoca reaganiana ma anche perché, proprio nel suo individualismo sfrenato, si annida tanto la forza quanto la decadenza della civiltà occidentale. Un individualismo che ha le sue radici nella cultura illuminista ma che, se paragonato ad altri sistemi come quello cinese, può trasformarsi in un punto di debolezza e nel sintomo della crisi. 

Perulli sviscera la contraddizione fondamentale alla base della ideologia californiana, ovvero il suo essere per sua natura aperta e globalista, come nell’origine multiculturale dei suoi protagonisti, ma al contempo di essere un sistema rigido di subordinazione dei più ai meno. Non a caso nel pantheon. intellettuale di Thiel, oltre alla figura chiave di René Girard con i suoi concetti di violenza mimetica e di capro espiatorio, compaiono anche Leo Strauss e Carl Schmitt. Il primo già adorato dalla destra neocon e teocon americana ben prima dei sovranisti, in quanto promotore dell’uso della menzogna da parte di una élite che vuole governare la massa; il secondo per via della sua prossimità al nazionalsocialismo e della lotta contro l’ipotesi di uno stato mondiale dominato dalle forze del capitale.

Nonostante il nome di Thiel sia affiorato solo recentemente dai flutti del dibattito pubblico sul capitalismo della sorveglianza, la sua presenza nel retroscena politico e finanziario è centrale già dall’inizio degli anni duemila. Oltre alle manovre finanziarie tramite cui ha co-fondato PayPal e ha investito in social media emergenti come Facebook, è impressionante la sua capacità di presidiare momenti risolutivi della storia americana post-undici settembre, intervenendo su una crisi fondamentale che ha innescato la deglobalizzazione. Come nel caso della piattaforma Gotham, ispirata dalla figura di Batman come altro cupo imprenditore illuminato, che in qualche modo frequenta quel confine tra il vivo e il morto, tra l’organico e l’inorganico che Mark Fisher potrebbe ascrivere al suo Materialismo gotico. Vivere e morire al tempo delle macchine (Einaudi 2026). Il progetto finanziato dal fondo In-Q-Tel della CIA, “ha permesso di scovare ed eliminare Osama Bin Laden nel suo nascondiglio pakistano, nel 2011”. Un evento eminentemente narrato da K. Bigelow in Zero Dark Thirty (2012), che tuttavia fu allora percepito come marginale se comparato all’enormità del 9/11. Tale evento ha anticipato alcuni aspetti dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale, dato che i dati utilizzati da Palantir non riguardano solo le scelte online degli utenti, come nella gran parte delle analisi sul marketing delle piattaforme. I sensori sono diventati uno strumento essenziale per analizzare la dimensione phygital ovvero l’integrazione tra spazio virtuale e fisico che esalta la capacità predittiva degli algoritmi nel contesto delle interazioni reali. Ad esempio ”l’uso di sensori portatili e di tecnologie mobili ha rivoluzionato i campi di battaglia: dal soldato in azione al comando strategico i dati sono la base della guerra moderna”. 

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Fotografia di Gage Skidmore - Wikimedia Commons.

Uno dei processi chiave che segnano l’era della deglobalizzazione è quello di decoupling, a ben vedere già avviato surrettiziamente dall’amministrazione Biden ma portato alle estreme conseguenze dalla seconda era trumpiana. Esso indica un orizzonte paradossale dell’attuale politica americana che da un lato mira a elidere i legami sempre più simbiotici con la manifattura cinese, dall’altro, ipocritamente, gestendo la relazione speciale con la Cina per motivi strategici e geopolitici (come dimostrato dal viaggio di Trump al cospetto di Xi Jinping). La fine della globalizzazione, descritta da Perulli, intreccia dimensioni multiple come la crisi dell’Occidente, la stagnazione dell’economia americana, e l’espansione delle economie altre, tra cui quelle della Cina e più in generale del Global South. Da qui l’idea che solo uno stato mondiale possa aiutare a risolvere le grandi crisi del nostro tempo, tra cui in primis quella climatica, ma che per essere efficace dovrebbe configurarsi come un nuovo totalitarismo, ovvero un nuovo anticristo. Se per Thiel “l’Anticristo è lo Stato mondiale totalitario, che persegue l’ambientalismo” allora “l’Anticristo è Greta Thunberg”. 

La figura di Thiel è anomala se paragonata agli altri protagonisti della Silicon Valley, tutti impegnati a vario modo in strategie di selfbranding tramite cui hanno costruito e ingigantito il proprio capitale d’immagine, esponendolo però a crisi reputazionali che ne hanno messo in discussione lo strapotere (dallo scandalo Cambridge Analytica alla crisi delle azioni di Tesla dopo l’ingresso in politica di E. Musk). Il suo operare fuori dai riflettori e soprattutto su di un piano teoretico-ideologico, lo qualifica come un nuovo persuasore occulto che ha ispirato la postideologia dell’amministrazione trumpiana, soprattutto grazie al suo legame strettissimo con il vicepresidente J. D. Vance che, non a caso, gli riconosce un tributo nel suo best seller Elegia Americana (Garzanti 2024). Come altre grandi figure politiche di questa scena, anche Thiel basa il suo potere seduttivo sulla contraddizione che passa anche per uno stile di vita non del tutto allineato alle sue convinzioni religiose (ad esempio la sua omosessualità istituzionalizzata da un matrimonio con Matt Danzeisen nel 2017 che ricorda l’omosessualità della leader di AFD in Germania). I riferimenti biblici che costellano le opere di Thiel, testimoniano una visione pessimista nei confronti della natura umana, ossessionata dal concetto di apocalisse. Pertanto, per risolvere la crisi contemporanea della globalizzazione non occorre evitare l’apocalisse bensì spingerla oltre i propri limiti per incentivare la trasformazione.

La guerra in Vietnam, considerata come una sconfitta militare per gli USA ma al contempo come un male minore che ha contribuito a rallentare la diffusione del comunismo in Asia, ha rappresentato anche un momento di innesco e di diffusione della controcultura su scale internazionale. La controcultura americana ha seguito una parabola ascesa-declino che l’ha condotta alla condizione attuale. Dalla capacità di indicare una direzione futura della società, trainata da quelli che F. Capra in Il punto di svolta (Feltrinelli 1982) definiva come “gruppi creativi”, si arriva all’attuale sovraesposizione dei valori e dei temi controculturali che hanno penetrato varie fasce della società trasformandosi in nuovo mainstream. Qui si inserisce l'abilità delle formazioni populiste che hanno usato la comunicazione per appropriarsi di alcuni atteggiamenti e tematiche della controcultura, come per esempio l’opposizione alla tecnocrazia e all’establishment, svuotandola del suo progetto originario. L’implosione della controcultura e il suo ricurvassi su questioni specifiche, come la rivendicazione dei diritti di molteplici minoranze sempre più frammentarie, ha amplificato la polarizzazione sociale, favorendo allo stesso modo le formazioni populiste-sovraniste che hanno enfatizzato il ruolo del nuovo nemico etichettandolo come cultura woke e localizzandolo specialmente nei campus universitari americani. Se Trump e Vance hanno scatenato solo recentemente un “attacco all’università e all’egemonia culturale liberal che essa esprime”, la stessa idea rappresenta un vero e proprio “assillo” per Thiel, almeno dalla metà degli anni novanta. Contro questo nemico dichiarato muove un agglomerato fatto di think tank, aziende, partiti, associazioni e movimenti religiosi che trovano in Palantir un perno fondamentale, soprattutto grazie alla sua Meritocracy Fellowship, un istituto che si propone di difendere i valori della civiltà occidentale, partendo da una critica dei suoi fondamenti. L’istituto recluta docenti da diverse discipline – specialisti di intelligenza artificiale e geopolitica, astrofisici esperti di teoria dei giochi e relazioni internazionali, militari, ingegneri biomedici e bioinformatici ecc. – tra cui spicca il presidente del Manhattan Institute che “sostiene l’ineguaglianza come motore di crescita (…), e promuove politiche di prevenzione del crimine, inclusa l’incarcerazione temporanea dei sospetti, quasi sempre a danno delle minoranze etniche”. 

Al di là dei contenuti di questa nuova piattaforma politica che risuonano nei programmi delle diverse formazioni aderenti alla cosiddetta internazionale sovranista, l’aspetto più interessante di questa iniziativa è forse quello di aver attualizzato vari aspetti delle distopie raccontate dalla nuova fantascienza, tra tutte forse Minority Report. Nel rimescolare teorie classiche della scienza politica, escatologie religiose, figure della fiction dal Signore degli anelli ai supereroi decadenti di Watchmen, l’opera di Thiel pare voler trasformare la politica contemporanea tramite un controllo tecnologico e culturale. La vena pop che connota i suoi progetti è dunque un grimaldello che, partendo da una concezione elitista della conoscenza (quella appunto di Leo Strauss e compagni), vuole penetrare la cultura popolare insediatosi in essa tramite un nuovo assetto epistemico e valoriale. Sulla stessa linea Alexander Karp, CEO di Palantir, auspica che solo l’utilizzo combinato di hard power e soft power possa ristabilire il potere dello stato nazione.

Perulli torna su tali temi, riferendo le teorie moderne sull’accelerazione sociale ad autori novecenteschi, da Ernst Jünger a Marshal McLuhan che la descrive come portatrice di “sconvolgimento e di spaccatura”. Nella concezione di Thiel l’accelerazione diventa un modo per stressare il sistema politico oltre le sue capacità omeostatiche, spingendolo al di là dei sui limiti (torna il tema dell’apocalisse). Come le formazioni populiste si sono appropriate politicamente di temi chiave costitutivi della controcultura e dei movimenti no global, così i cybercapitalisti hanno recuperato, ricollocandoli a destra, diversi elementi della visione accelerazionista che fu professata dagli intellettuali di sinistra contro il neoliberismo, come nel caso del Manifesto accelerazionista di Alex Williams, Nick Srnicek (Laterza 2013). Se le idee accelerazioniste ricordano vari aspetti del pensiero di Thiel, la sua visione risulta essere “assai più conseguente e radicale di essi nell’accelerazione su tutti i fronti”. Questo perché “la politica accelerazionista vuole salvaguardare i vantaggi del tardo capitalismo” ma anche “andare oltre i suoi limiti” mettendo al contempo in discussione la “democrazia come processo”.

Nonostante l’esaltazione del superuomo espressa da una certa cultura transumanista, la vocazione nietzschiana che attraversa il testo è piuttosto rinnegata dal nuovo corso della Silicon Valley. Se difatti l’oltreuomo «dona sempre e non vuole conservare sé stesso», la nuova ideologia californiana insegue un sogno eugenetico di perfezionamento del corpo e di raggiungimento dell’eternità tramite la scienza e la tecnica (una sorta di nuovo eternismo che pare attualizzare una vecchia idea di P. Sorokin). L’ossessione per la longevità, le biotecnologie, il biohacking o gli “screening poligenici” che “sono allo studio presso altre startup della Silicon Valley, alcune delle quali finanziate da Thiel”, testimoniano una nuova ossessione per il tema dell’eternità che accomuna tanto i tecno-oligarchi della Silicon Valley quanto i leader autarchici di questa epoca neoimperiale (si pensi all’incontro tra Putin e Xi Jinping in cui il primo racconta al secondo un metodo di raggiungimento dell’eternità tramite trapianti del cervello).

In un mio testo, Deglobalizzazione. Immagini di un mondo in frantumi (Egea 2025), ho provato al riguardo l a mettere in evidenza la relazione tra il “dark enlightment” di Thiel e le teorie che celebrano la fine del capitalismo e l’avvento del Tecnofeudalesimo. Cosa ha ucciso il capitalismo (Y. Varoufakis, La Nave di Teseo 2023). Tale trasformazione è il frutto della progressiva accelerazione dei sistemi sociali, indotta dall’economia e dalla tecnologia, che spingerebbero tali sistemi oltre ciò che McLuhan definisce come il “limite di rottura”. La nuova ideologia californiana, in quanto pensiero estremo e paradossale, è in grado di coniugare idee contrapposte come il progresso tecnologico e la deglobalizzazione, l’ipercapitalismo e il tecnofeudalesimo, l’accelerazione radicale di tutti i sistemi e un nuovo eternismo che ricorda quello messo in scena dalla letteratura e dalla cinematografia cyberpunk negli ultimi decenni.

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