Tiago Rodrigues: col cuore, da lontano

22 Maggio 2026

Il festival Presente Indicativo, organizzato dal Piccolo Teatro di Milano e quest’anno dedicato al concetto di “Crocevia”, si è aperto il 14 e 15 maggio con due opere del regista, drammaturgo, poeta e attore lusitano Tiago Rodrigues: By Heart e La Distance. Nella prima, creata nel 2013 quando dirigeva il Teatro Nacional Dona Maria II di Lisbona – un “biglietto da visita”, come dice l’autore, “di ciò che più amo fare a teatro” – Rodrigues è in scena come protagonista assoluto, narratore, maestro di cerimonie. Accanto a lui dieci spettatori e spettatrici scelti (a caso?) ogni sera per fare un ‘esperimento’: imparare By heart, col cuore, vale a dire a memoria, il sonetto n. 30 di William Shakespeare. Lo spettacolo durerà ogni sera esattamente il tempo di quell’impresa all’apparenza scolastica. Non si andrà a casa finché ogni singolo ‘apprendista’ non avrà fatto suo il testo poetico shakespeariano.

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Tiago Rodrigues e dieci spettatori, in By Heart, Festival d’Avignon 2025.

Per capire meglio perché, per il suo esperimento teatrale, Tiago Rodrigues abbia scelto proprio quel sonetto scritto più di quattro secoli fa, rileggiamolo insieme:

Quando all’appello del silente pensiero
io cito il ricordo dei giorni passati,
sospiro l’assenza di molte cose bramate
e a vecchie pene lamento lo spreco della mia vita:

allora, pur non avvezzi, sento inondarsi gli occhi
per gli amici sepolti nella notte eterna della morte,
e piango di nuovo pene d’amor perdute,
e soffro lo stacco di tante immagini scomparse:

allora mi affliggo per sventure ormai trascorse,

e, di dolore in dolore, tristemente ripasso

l’infelice conto delle sofferenze già sofferte
che ancora pago come non avessi mai pagato.

Un sonetto sul ricordare da imparare a memoria, locuzione che in portoghese si traduce con aprender de cor, ma anche decorar, arredare, addobbare, abbellire.

Imparare a memoria è, insieme al tradurre, una forma vertiginosa di lettura. Non mimetica, profonda. Si tratta di avvertire nel proprio corpo il preverbale, il non detto, i silenzi, il respiro, l’ansimare di un altro corpo. Citando il critico letterario e scrittore George Steiner e una sua intervista, Of Beauty and Consolation, rilasciata nel 2014, Tiago Rodrigues ci ricorda che aprender de cor è fare spazio dentro di sé alle parole altrui, arredare il proprio spazio interiore con ciò che altre/altri hanno detto e scritto prima di noi. E, per trovare quella dimora interiore e permettere che i pensieri e le esperienze altrui la abbelliscano, si tratta di ascoltare e leggere con rapimento l’atto linguistico che li comunica, percependone i ritmi, gli stacchi, le rime, le scelte lessicali, alla lettera la corporeità. Perché ascoltare quel corpo è mettersi in ascolto del proprio, al contempo intuarsi e trovarsi, un amoroso con-fondersi che altro non è se non il fondamento della trasmissione, del portare avanti e consegnare ad altri ciò che ognuno di noi rinviene e trattiene dentro di sé nel corso del tempo.

Citare dunque non è postura uggiosamente erudita, esibizionistica o fine a sé stessa, bensì riconoscimento e svelamento, gesto di gratitudine e dono. Praticarne l’arte, come Tiago Rodrigues fa con sapienza spericolata e lieve irresistibile grazia in By Heart, è interrogarsi sul fare insieme e, in particolare, su quel fare insieme che è il teatro, luogo fisico di condivisione e vulnerabilità, di gratuità e interrogazione.

By Heart, come scopriamo nel corso dello spettacolo, nasce da un episodio biografico. La novantatreenne nonna di Tiago, cuoca di professione e divoratrice di romanzi e poesia per passione, sta perdendo la vista. Si rivolge dunque al nipote teatrante in cerca di consiglio. Vuole imparare a memoria un unico libro, per poterlo rileggere mentalmente quando non sarà più in grado di farlo con gli occhi. Ma che libro scegliere?

I sonetti di Shakespeare, risponde Tiago.

E così sia.

Dal mettere a tema non solo la necessità del ricordo e di quel preziosissimo archivio della memoria che è la letteratura, ma anche del teatro come luogo di partecipazione attiva e contagio, parte quel monologo indiavolato che è By Heart, voluminosa stand-up comedy, che attraversa la storia letteraria e la geografia politica e culturale del Novecento e dintorni, alternando con ritmo disciplinatamente agerarchico ricordi, riflessioni, aneddoti, battute. Sullo sfondo (e sulla T-shirt di Tiago) il Pasternak traduttore in russo di Shakespeare, ma anche il Ray Bradbury di Fahrenheit 451. Ricordate? Dove si bruciano i libri, gli archivi, le biblioteche, qualcuno è al lavoro non solo per farci dimenticare o impedirci di ricordare, ma anche per riscrivere la storia a suo piacere. Dove la tela della memoria si logora, chiunque può scriverci sopra una ‘verità’ nuova.

Ed eccoci alla seconda pièce, La Distance, presentata nel 2025 al Festival d’Avignon, di cui Tiago Rodrigues è direttore dal 2022. Tra i due lavori sono passati dodici anni affollati di eventi nefasti troppo spesso definiti emergenze: pandemia di Covid 19, due guerre conclamate, un’accelerazione esponenziale del cambiamento climatico, sempre più frequenti disastri ambientali, un rapido progredire della cosiddetta AI e un altrettanto fulmineo impigrirsi dell’IN, evaporazione dei più elementari principi democratici nei paesi a democrazia si-fa-per-dire piena e, ovunque, del diritto internazionale.

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Adama Diop e Alison Dechamps in La Distance.

Anche qui Tiago Rodrigues torna sul tema della memoria, un tema che lo assilla per la buona ragione che la memoria cresce solo dove c’è corpo, dove i corpi fisici si aggregano in un fare condiviso, trasmissibile, l’unico capace di opporsi al disfarsi del mondo, a teatro come nella polis. Lo fa tuttavia con un tono e una coloritura del tutto diversi. Anche qui ricordare è un atto del cuore, ma il cuore è un organo vitale assai meno labile del cervello: è duro e resiste. I ricordi lo segnano come cicatrici, basta una canzonetta o un sentore a farli riaffiorare.

Che cosa succede dunque se un corpo amato si sottrae, si allontana, diventa irraggiungibile? Come avviene quella separazione che è l’esatto opposto dell’amore, giacché l’amore tende a rimarginare ogni distanza? Che cosa accade se, in un futuro prossimo, a cinquant’anni da oggi, un padre e una figlia si ritrovano in universi paralleli, lui sul vecchio e usurato pianeta Terra, lei sull’inospitale, ma tutto da inventare, pianeta Marte? La fabula proposta da Tiago Rodrigues, allo scadere del primo quarto del primo secolo del terzo millennio, è esattamente questa. Un padre – interpretato dal magnifico attore senegalese Adama Diop – si arrende progressivamente alla perdita della figlia sotto il nostro impotente sguardo spettatoriale. Lei – interpretata dalla giovane attrice francese Alison Dechamps – ha scelto di disertare il nostro mondo in rovina, rinunciando alla speranza o all’illusione di salvarlo con la lotta o con le buone pratiche, perché “sulle macerie non si può costruire”. Insieme a un drappello di ardimentosi al servizio di un non meglio identificato potere superiore, ha aderito a un titanico piano coloniale – viene da pensare al deserto da far fiorire del progetto sionista – dai costi altissimi sul piano individuale: in un arco di tempo concordato la propria memoria sarà azzerata, si verrà letteralmente formattati per ricordare solo i saperi tecnici e scientifici utili alla nuova impresa. Tutto il resto – sentimenti, sensazioni, emozioni, libertà, amore, l’intero passato che ci fa umani – sarà cancellato.

Un’orwelliana tabula rasa. Un attonito, indolore vuoto. Una rimozione del corpo senziente. Un atto di chirurgica presunzione (si può davvero ripartire da zero?), ma anche una denuncia furente della generazione dei padri. Non sono forse i padri, con il loro ottimismo che anestetizza la collera e la loro falsa speranza, a permettere gli orrori contemporanei? Non è il loro credere passivamente che non ci sia alternativa o il loro ostinarsi in forme di lotta e analisi politiche arrugginite, a condurci al mattatoio?

La Distance deve molta della sua forza al geniale dispositivo scenico ideato da Fernando Ribeiro: una piattaforma rotonda divisa in due da un tronco d’albero e qualche ramo. Di qua il padre, nel nostro mondo, in compagnia di qualche libro, un giradischi, un paio di LP, un pugno di lettere e una moltitudine di fotografie; di là la figlia, in compagnia di una grande sfera di vetro da laboratorio, un accenno Science Fiction. Tutto è a vista, ma gli spazi sono rigorosamente separati. Solo nel corso di un sogno (territorio dove non è chiaro se ricordiamo o siamo ricordati) i protagonisti si trovano a camminare nella stessa metà del cerchio, nell’ingovernabile non-tempo e non-luogo onirico. Ciò che crea il legame sono le parole di scarni, rarefatti messaggi: quelli paterni, per convincere la figlia a fare ritorno, a non rinunciare alla sé stessa che è andata costruendosi per successivi atti di memoria e cancellazione; e quelli della figlia, duri, radicali, implacabili. Per lei l’a venire, per quanto ad alto rischio, è una scelta e un atto di volontà. Voltarsi indietro la trasformerebbe in statua di sale.

Quella piattaforma, dapprima statica, poi rotante, prende a un certo punto a vorticare, sospinta dal vento impetuoso del tempo che fugge. I corpi dei performer, in piedi, ormai immobili, costretti in una postura sempre più rigida, difensiva, sembrano lottare contro la forza centrifuga che potrebbe farli volare via. È in quel turbine che si chiude, al buio, la parabola nera di Tiago Rodrigues.

Penso a Borges che, cieco come la nonna di Tiago, a chi – New York, 1982 – gli domandava se, potendo scegliere, avrebbe preferito ricordare o dimenticare, rispose: “l’oblio”.

Ricordare è un atto di cancellazione selettiva. Come le fotografie dell’infanzia che il padre descrive ossessivamente alla figlia per aiutarla/costringerla a ricordare. Ripenso a due amici tedeschi che avevano deciso di non documentare fotograficamente la crescita del proprio figlio. Non volevano che, da grande, ‘ricordasse’ attraverso la ‘finzione’ della fotografia.

Nell’ultima immagine un ritratto di Tiago Rodrigues.

Le fotografie sono di Christophe Raynaud de Lage – Festival d’Avignon.

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