Dracula al tempo dell’IA
Conoscendone l’esuberanza, si sarebbe potuto presumere che l’annuncio di Radu Jude di voler fare un film su Dracula, affinché il cinema rumeno si rimpossessasse di un mito di origine nazionale ampiamente sfruttato dalle produzioni letterarie e cinematografiche estere, fosse una battuta a effetto. L’ha fatto davvero, un film intitolato Dracula: ma più che sul celebre conte vampiro, ha voluto dimostrare il suo interesse teorico e pratico sull’intelligenza artificiale, col risultato di dimostrare che l’intelligenza umana sa essere ancora produttiva, e certamente sa padroneggiare la satira in modo che nessuna IA può ancora pareggiare.
Nel suo personalissimo Dracula, Jude si è nascosto dietro due entità: lo sceneggiatore Adonis (interpretato da Adonis Tanța) che deve provare ad aggiustare un film sul noto vampiro dopo una prima proiezione di test andata male, e i software di intelligenza artificiale da cui Adonis si fa assistere allo scopo di rendere il film più appetibile per il pubblico. Dracula è una presenza costante, in molte forme, tranne quella più classica; ma c’è anche una quantità di divagazioni tale da lasciare l’impressione di vedere una decina di film al prezzo di uno.

Opera esagerata, che tenta per alcune ore di sovvertire ogni legittima aspettativa degli spettatori, ha trovato prima il suo trampolino di lancio ideale nel concorso del 78° Locarno Film Festival, dove la selezione ufficiale può osare proposte di cui altri grandi festival avrebbero timore; poi una battagliera presenza nei cinema italiani grazie alla replica della strategia distributiva scelta da Cat People anche per il precedente Do Not Expect Too Much from the End of the World, cioè un calendario di proiezioni evento in alcune cosiddette “sale scellerate” sparse per l’Italia, come alternativa a una distribuzione canonica destinata a un sicuro insuccesso per un film poco canonico.
La paura dei cambiamenti produttivi resi possibili dall'uso dell'IA sta creando timori in molti contesti lavorativi, a partire dall’idea sempre più diffusa che ci si trovi alle soglie di una nuova rivoluzione industriale dalle conseguenze imprevedibili, ma il mondo del cinema è particolarmente attento perché vede in pericolo il primato finora inattaccabile della creatività: la tecnologia generativa è percepita come minaccia esistenziale perché si basa sull'ingestione di moltissime informazioni per produrre qualcosa che non è mai del tutto originale o frutto di laboriosa riflessione, ma sempre derivato da qualche prodotto preesistente, senza che l'autore primario ne abbia più controllo.
Cosa può succedere, però, se si prova a invertire il flusso informativo? L'intelligenza artificiale imita le funzioni cognitive dell'essere umano; Radu Jude ha deciso di imitare la tecnologia imitatrice, per creare qualcosa di doppiamente personale e ancora profondamente umano. I vari passaggi intermedi tra il Dracula che è stato formalizzato nella cultura popolare dal romanzo di Bram Stoker, e questo film che ne riprende il nome del protagonista pur essendone legato solo in modo intermittente, servono esattamente a diluire in un calderone di fonti primarie (fatti e documenti storici) e secondarie (leggende, opere letterarie, film) un substrato eclettico che da solo non sarebbe capace di produrre nulla di congruente rispetto alle direttive ricevute, avendo perso ogni contatto coerente con i prodotti originali; così si disinnesca alla base quel funzionamento vampiresco (che tanto spaventa chi lavora nel campo della creatività) delle IA nutrite da informazioni preesistenti e poi messe in moto dall’immissione di richieste più dettagliate possibili.

Ogni annuncio che riguarda Radu Jude va preso con cautela: oltre il progetto su Dracula, aveva annunciato di volersi cimentare anche con l'altro grande nome della letteratura gotica e infatti su iMDB risulta lavorazione il suo Frankenstein in Romania, il cui unico attore annunciato è Sebastian Stan. La creatura inventata da Mary Shelley, però, è già presente scherzosamente anche qui: lo sceneggiatore Adonis afferma che il film somiglia più a un Frankenstein che a un Dracula perché, come la Creatura del romanzo, è stato costruito cucendo assieme pezzi slegati tra loro, solo vagamente connessi al tema generale del vampirismo. Il filo conduttore è la trama principale illustrata da Adonis con ironia e lucidità, in costante dialogo con un finto software di IA, in cui la patetica messinscena di uno spettacolo per turisti a tema Dracula è così coinvolgente da spingere i partecipanti a tirare fuori la loro brutalità come se i vampiri fossero reali. L’azione però viene frequentemente interrotta da svariate divagazioni, introdotte sempre da Adonis, che rendono questo Dracula un film a episodi di durata e generi vari, tutti introdotti dallo stesso narratore e ispirati dalla finta IA. Le citazioni e le fonti sono innumerevoli, alcune molto note, altre scovate all’interno della storia minore della letteratura rumena; anziché attingere a tutto lo scibile umano come farebbe una IA, Jude prende spunto da ciò che conosce direttamente. Da un bacino di conoscenza minore compone collegamenti e trovate che attribuisce alla finta IA usata da Adonis proprio per deriderla, e al contempo rappresentare la superiorità della selezione qualitativa (o comunque motivata) sulla mera ricchezza quantitativa.
Se di riappropriazione culturale si tratta, è opportuno ricordare che Stoker ha rielaborato la storia di un personaggio storico rumeno, ma il suo successo è stato una spinta a replicarlo anche nella stessa Romania, fino ai giorni nostri che Jude ricorda citando la truffa di un Dracula Park per turisti mai aperto. Le divagazioni dalla trama principale introdotte da Jude, che però occupano la maggior parte del tempo quindi sono la vera colonna portante di Dracula, possono essere divise in due categorie parzialmente sovrapponibili: storie che riguardano il vampirismo e adattamenti di opere della letteratura rumena. Appartiene a entrambe la riduzione di circa 50 minuti di Vampirul, il primo romanzo rumeno sui vampiri, scritto Bilciurescu & Amza, nel 1938, cioè quarant’anni dopo quello di Stoker; altre chicche sono un poema di Mihail Eminescu trasformato in un delirio politico stile Tiktok, un racconto erotico politicamente scorretto scritto da Ion Creangă nel 1877, un racconto romantico semi sconosciuto scritto da Nicolae Velea. Jude ha affermato di avere messo assieme episodi così eterogenei come si concepisce il menu di un ristorante, con pietanze che possano accontentare clienti con ogni tipo di esigenze: il film però impone la dieta variegata a tutti gli spettatori, e solo gli onnivori possono apprezzare tutte le portate dell’irriverente chef.

Jude non si è mai contenuto, in termini di prese di posizione politiche forti. Il suo strumento principale di analisi della società è la satira, che spesso è così azzeccata da non sembrare neppure tale alle categorie stesse che vuole sbeffeggiare. Nel suo Dracula, gli obiettivi della sua caustica visione del mondo producono un elenco molto lungo che parte dal misto di paura e ammirazione per le nuove tecnologie generative ma poi include molte altre categorie: le produzioni cinematografiche troppo influenzate dai giudizi preventivi dei focus group, e danneggiate da regole rigide sulla protezione dei diritti d’autore; il cinema commerciale, ma anche gli spettatori acculturati per cui Murnau, Dreyer e Coppola sono totem intoccabili della storia del cinema; i rumeni che sfruttano a fini commerciali (o addirittura politici) il mito di Dracula, e i turisti che si lasciano abbindolare da invenzioni storiche aggiustate secondo i loro desideri; i soldati russi, e ogni altro strumento politico dei fascismi; marxismo, capitalismo e religione, interconnessi in modo malsano nella società rumena.
Il lavoro di ricerca e rielaborazione di fonti eterogenee fatto da Jude è ragionato e selettivo, ponendosi in antitesi con il funzionamento delle IA che hanno bisogno di accedere a cataloghi informativi preesistenti molto ampi ed eterogenei. Ne viene fuori, implicitamente, anche un aspetto positivo: le IA possono imparare dal passato, perché di esso si nutrono. È ciò che dovrebbero saper fare gli esseri umani, con l’accortezza però di imparare dai propri errori per non ripeterli. Non è così, la storia è ciclica nei suoi aspetti peggiori, come se la memoria collettiva non potesse trasferirsi per più di qualche generazione.
Così accade che l’IA venga alimentata da una storia umana di violenze, sopraffazioni, furbizie, inganni, raggiri, e quello che impara dal passato lo rielabora e riporta al presente con gli stessi difetti di partenza. Le immagini generative usate da Jude, che ha voluto sperimentare i limiti della bruttezza estetica e del cattivo gusto delle tecnologie non particolarmente sofisticate a sua disposizione, sono sgradevoli (sebbene divertenti) non perché siano una sconfitta della tecnologia dozzinale, quanto del pensiero umano sottostante. Per rendere migliori i prodotti dell’IA, insomma, bisognerebbe prima rendere migliore l’umanità e ciò che essa produce. Il software che aiuta lo sceneggiatore Adonis, ad esempio, gli propone una vicenda che mette in relazione vampirismo e capitalismo ispirata a un massacro di operai del 1933. Portata nella contemporaneità, con Dracula nel ruolo del simbolo del capitalismo che attacca la classe lavoratrice, la storia funziona bene perché l’IA non può trovare differenze tra passato e presente, se prima non sono gli umani che la alimentano ad avere imparato dagli errori del passato.

L’unico vero momento di dolcezza giunge in prossimità della fine, in un segmento prima dei titoli di coda che sembra l’ultima appendice completamente slegata dal resto del film; invece, quando un padre, che di mestiere è operatore ecologico, corre a vedere ancora in divisa uno spettacolo scolastico con la figlia, si sentono recitare poesie inquietanti che omaggiano Vlad l’Impalatore come personaggio di cui si auspica il ritorno, con un testo che suonerebbe altrettanto bene se al suo posto ci fosse il nome di un qualsiasi “uomo forte”, come quel Ceaușescu che secondo alcuni sondaggi è rimpianto dalla maggioranza dei rumeni. La poesia che recita la figlia dell’uomo è delicata ma anche ambigua; probabilmente, una IA che la analizzasse ne apprezzerebbe la malinconia e l’introspezione, senza ricollegare i temi trattati alle leggende del vampirismo, e quindi della perdizione dell’anima, che essa richiama. Il padre comunque si commuove perché per lui conta il primo livello di lettura (la figlia recita una poesia emozionante) mancando il secondo, cioè il possibile significato retrostante, per capire il quale sarebbe necessario un supplemento di ragionamento.
Dopo quasi tre ore di visione molto densa, non ci sarebbe nulla di male a voler evitare i titoli di coda, che pure contengono molte preziose informazioni su fonti e ispirazioni di Jude. Se però l’occhio dovesse restare attento, noterebbe che nei testi bianchi su sfondo nero ci sono alcune lettere sparse colorate di rosso. Nulla è casuale nei film di Radu Jude, perciò viene naturale provare a capire cosa significhino le lettere scarlatte; la soluzione è piuttosto semplice perché basta individuarle e poi leggerle in ordine per decodificare dei piccoli messaggi. Niente di inatteso: sono gli ultimi insulti a Dracula, ai vampiri, all’IA e ovviamente agli odiati fascisti. I messaggi nascosti sono l’ultima arma che Jude usa nel suo confronto con l’IA: un codice personale e facile da decodificare, per mantenere sveglia e attiva l’intelligenza umana resa sempre più pigra dai sistemi di ausilio artificiali.
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