Arance palestinesi
La sera di sabato 6 giugno un senso di attesa si avverte nel cortile di “Sa Manifattura”, storico ex tabacchificio di Cagliari nella zona della Marina che ospita parte delle “Giornate del respiro”, festival di arti performative contemporanee organizzato da Sardegna Teatro, curato da Giulia Muroni, alla sua sesta edizione. Nato in pandemia, nei primi anni si è svolto a Flumini Maggiore, borgo minerario nell’Iglesiente dove ci si ammalava di silicosi: qui si è intessuto un dialogo tra comunità residente e artisti con processi creativi legati alle ecologie, con uno sguardo sulla crisi delle risorse. “Il respiro nei luoghi è un diritto asimmetrico, ci ricorda la vulnerabilità dei nostri territori, non si respira allo stesso modo in periferia, nei centri città: il respiro ci conduce a un dato politico”, spiega Muroni: “A Cagliari”, dove il festival si è di recente spostato, “abbiamo gli effluvi del petrolchimico della Saras. Non è un vezzo curatoriale, ma un chiavistello epistemico che aiuta ad aprire varchi di realtà. Il respiro inoltre porta con sé un dato squisitamente performativo di tecniche corporee, discipline che costruiscono la relazione con l’alterità, il respiro tra dentro e fuori è metafora di un’attitudine politica, relazionale”. Mentre quest’ultima prende parola per accogliere il nutrito pubblico sopraggiunto per Gathering, unica data in Italia dell’ultimo lavoro della compagnia palestinese Yaa Samar! Dance Theatre, organizzato in collaborazione con l’associazione Sardegna Palestina, uno stormo di fenicotteri in volo attraversa il pezzo di cielo sopra le nostre teste: un segno, un saluto, una premonizione. Radunati all’ingresso di un ex capannone, perfomer di diverse nazionalità ci offrono tè e biscotti: siamo invitati a un matrimonio palestinese, gathering collettivo di parenti, amici, avventori, giunti per festeggiare il lieto evento. Una volta dentro, veniamo fatti accomodare ai lati di un quadrato di linoleum bianco su cui spicca il colore intenso di decine di arance, unica splendida scenografia di quest’opera multisensoriale e multi disciplinare che dilata generi, canoni, categorie e arriva dritta al cuore con un dispositivo che solo in parte potremmo definire di teatro danza nella sua forma più alta, bauschiana del termine.

L’inizio è un canto sussurrato, lento, straziante. A intonarlo una donna afroamericana (cui sono affidati gran parte dei brani a cappella, misti ai canti tradizionali palestinesi affidati agli altri) che tiene in grembo “Israa”, promessa sposa, vestita con una gonna color terra e una camicia bianca finemente ricamata. Dimentichiamo il tono solenne dell’inizio, rapiti dal segmento successivo, la preparazione della festa: danze, canti corali, l’invito diretto al pubblico – rinnovato per tutta la messa in scena – a entrare nel cerchio collettivo, partecipando direttamente alla co creazione della storia. In scena tredici performer, uomini e donne, diversi l’una dall’altro per corporatura, indole, provenienza. Ognuno si muove, in singolo e in sincrono, in coreografie scandite a ritmo di danze come la dabkeh, ballo tradizionale palestinese che ritroviamo in occasioni come matrimoni, proteste, celebrazione del raccolto. Mani che battono, urla collettive alternate a precise partiture la cui fluidità e morbidezza fa librare i corpi come in acqua. L’allegria generale viene bruscamente interrotta. L’attacco de Le Quattro Stagioni di Vivaldi riarrangiate da Max Richter segna un cambio di registro. Comprendiamo ciò che accade attraverso i monologhi della protagonista tradotti su alcuni schermi ai lati della scena, la storia è semplice quanto feroce: la guerra irrompe nel villaggio, gli occupanti distruggono tutto ciò che trovano, incendiano, invadono case; la madre della sposa la esorta a fuggire, Israa deve cercare il suo amato. Lo trova soffocato nel fumo. Gettandosi da una finestra per salvarlo, perde la vita. Seguono cortei funebri, lotte, danze che scandiscono i passaggi di traumi e vicende drammaticamente note.

“Ho cercato di raccontare una storia molto semplice, chiunque condivide la lotta per il diritto di vivere, esistere, resistere”, mi dice Samar Haddad King in una chiacchierata post visione. Nata in Alabama in diaspora nell’84, cresciuta tra New York e la Palestina, danzatrice, coreografa, regista, drammaturga, vent’anni fa ha fondato la compagnia internazionale Yaa Samar! Dance Theatre che riunisce performer da Stati Uniti, Taiwan, New Caledonia, Turchia, Giappone, Marocco, Libano e ovviamente Palestina. “Ci consideriamo una compagnia palestinese fatta di tanti non palestinesi, la Palestina dev’essere dei palestinesi, ma per me è sempre stata un luogo dove le differenti culture si uniscono. Come artisti ci dedichiamo alla liberazione delle persone, non solo palestinesi, è il nostro modo di sentire comune. Questo lavoro richiede di capire che l’aspetto umano è importante quanto il lato artistico”. Samar spiega di essersi ispirata all’Hikaye, tipico story telling palestinese che si tramada oralmente: “Ci sono due versioni: la breve narrata in inverno dalle donne anziane, dette Hakawati, e la lunga con più persone radunate ad ascoltare, raccontata dagli uomini: ho voluto innovare la versione lunga, facendola raccontare da una giovane donna. Invitare le persone sul palco richiama la forma più antica del nostro story telling”. La vicenda non ha una collocazione temporale precisa, molti erroneamente pensano racconti l’immediato presente, come se tutto questo fosse cominciato nel 2023 e non ottant’anni fa: “Ho iniziato a lavorarci nel 2018, ha debuttato due anni fa, nel tempo il lavoro è cambiato”. Quanto alla musica, molti si chiedono perché un’araba palestinese scelga Vivaldi: “Siamo stati influenzati dalla vostra musica classica perché colonizzati, è diventata parte della nostra cultura; per me è un principio organizzatore, se penso al genocidio in corso ho capito che la guerra cambia in base alle stagioni”. Nell’effluvio di movimenti, parole, musica, corpi che si muovono insieme, librandosi come uccelli, pesci, animali, su note soavi e acute, la storia di Israa segue un cerchio concentrico di vita, morte, speranza, resistenza, salite e cadute. Ogni volta che si raggiunge l’apice del pathos tutto si ferma, i ricordi vanno a ritroso, dentro monologhi in versi, invettive, confessioni che la giovane sposa ci consegna come una testimonianza. Certe immagini sono crepe: la bellezza di una famiglia sulla spiaggia di Gaza libera, il dato di fatto che gran parte delle sue amiche non sono sopravvissute all’adolescenza.

“Sapete qual è la cosa peggiore della guerra? Che ruba i sogni”, dice a un certo punto Israa nello spettacolo. “Quando non ci sono orizzonti i sogni diventano pericolosi, sopravvivere è l’unica cosa che conta”, continua Samar. “Conosco la resilienza del mio popolo, odio dover essere così. Fa parte della visione orientalista razzista colonialista che hanno di noi. C’è un orgoglio nella nostra resilienza, ma non auguro a nessuno niente del genere”. L’odore agrodolce di arance lanciate, spostate prima in alcuni grandi cesti di vimini, poi fatte rotolare di nuovo in terra a disegnare macchie di colore sul blank della scena, ci conduce in una sinestesia di sensi e visioni. “Durante la Nakba del 1948, l’arancia divenne un simbolo potente: racchiude ricordi, il duro lavoro, la forza della terra. La mia famiglia aveva molti alberi, abbiamo perso tutto. Come frutto rappresenta l’individuo e la collettività. Non serve un coltello per dividerla, eppure conserva la sua essenza: è come il nostro popolo disperso e frammentato”. Attraversiamo il racconto – singola e corale – di questo popolo fino a sentirci, ancor più per chi nel pubblico decide di partecipare ogni volta che si viene invitati “dentro”, in comunione con questo lavoro: non spettacolo ma intersezione, apertura di un varco, costruzione sistematica e sistemica di un dispositivo di “compassione”, nell’accezione più alta del termine, da “cum patior” latino, e la συμπἀθεια greca, l’atto di provare emozioni insieme che in questi giorni, ore, mesi, anni appare rivoluzionario, tanto più se lo si pratica attraverso la più radicale bellezza. Bellezza totale, nell’espressione di corpi liberi, al contempo rigorosi nel praticare la scena con pochissimi, forti segni – le arance, una lunga scala su cui Israa e il compagno si arrampicano continuamente cadendo, metafora di unione, separazione, distanza, e poi giaciglio di morte su cui riposare mentre la comunità piange la perdita; la figura dello struzzo, evocato nelle coreografie: “Un uccello che non può volare, come Israa che si getta dalla finestra, animale spesso incompreso, lo struzzo arabo si è estinto nel diciannovesimo secolo, mi sembrava una metafora appropriata di ciò che sta accadendo”, spiega ancora la regista. L’alternarsi di frammenti lirici e corali, movimento vigorosi e pause con riprese se possibile ancora più intense, è il fuoco centrale di quest’opera stratificata, rara nel suo produrre barthesianamente tanti significati quanto lo spettatore e la spettatrice vogliono – dentro o fuori il sacro cerchio della scena – coglierne. La trama procede nel respiro, nei gesti, nella carne, negli sguardi accesi, negli umori di questi danzatori attori attivisti che in questo raffinatissimo ordito d’arte rivendicano la necessità non negoziabile di schierarsi.
“Siamo una persona collettiva, siamo sopravvissuti per questo: eliminare questa collettività è il punto di tutta la questione». Su questo insiste Gathering: magnifica adunata di persone, idee, storie, riti, lotte, lutti, rabbia, amore. Un teatro politico, immersivo, che prende posizione, si schiera, costruisce senso, resistenza: comunità. Una fortunata occasione poter vedere questo lavoro, importante averlo portato in Italia, dove speriamo che questi artisti partigiani tornino presto.
Gathering: Ideazione, testo e regia_ Samar Haddad King (Yaa Samar! Dance Theatre) In scena_ Samaa Wakim, Mehdi Dahkan, Adan Azzam, Nadim Bahsoun, Charles Brecard, Dounia Dolbec, Yukari Osaka, Zoe Rabinowitz, Arzu Salman, Natalie Salsa, Yousef Sbieh, Enrico Dau Yang Wey, Ash Winkfield Coreografie_ Samar Haddad King, in collaborazione con gli interpreti Drammaturgia_ Enrico Dau Yang Wey Assistente alla regia_ Stephanie Sutherland Direzione delle prove_ Zoe Rabinowitz Disegno luci_ Muaz Aljubeh Musiche_ Le Quattro Stagioni di Vivaldi riarrangiate da Max Richter e Those Were the Days di Gene Raskin Canzoni originali e arrangiamenti_ Samar Haddad King Costumi e scenografie_ Nancy Mkaabal Produzione_ Au Contraire Productions
Le foto sono di Laura Farneti.