CSI reunion tour

27 Settembre 2026

Chi ha avuto la fortuna di seguire uno dei concerti del “reunion tour” dei CSI tra la fine di agosto e inizio settembre si è reso conto di alcune cose. La prima è che il gruppo – a più di 25 anni di distanza dall’ultima esibizione – gode di ottima salute. Come direbbero gli Who, “the kids are alright”. La seconda è che c’è un pubblico che è stato letteralmente orfano dei CSI per tutto questo tempo. Come mi ha detto uno spettatore, “per un quarto di secolo non c’è stato nessuno che sia stato in grado di rimpiazzarne il ruolo”, solo loro potevano prendere il posto di sé stessi. Ma, soprattutto, il fatto più rilevante è che il tempo consente di dare alla loro storia la dimensione di una vera avventura intellettuale e culturale. Al di là degli aspetti più esteriori del “cult” di cui godono Ferretti & Co., riascoltare le loro canzoni oggi rivela quanto esse abbiano poco a che fare con la nostalgia sentimentale e decisamente di più con la riscoperta di qualcosa destinato a restare e a entrare a far parte di un canone. Durante una delle prime prove che hanno preceduto il tour, a Giovanni Ferretti è sfuggita una battuta assolutamente spontanea e rivelatrice: “Ma davvero abbiamo scritto queste cose?”. C’è in effetti una specie di meraviglia nel rendersi conto di quello che i CSI hanno rappresentato non solo per la musica italiana, ma per la cultura in senso lato: non come fenomeno sociale o di costume, ma proprio come autori. Ecco perché la scelta di Michele Rossi è quanto mai indovinata. Non ha scritto né un’agiografia né una biografia dei CSI, anche se il libro è pieno di fatti, testimonianze e aneddoti che faranno la gioia dei fan. Ho visto un’alba blu (Baldini e Castoldi, 2026) è, come da sottotitolo, “un racconto letterario dei CSI”, racconto che Rossi dipana intrecciando tre cose che lo contraddistinguono. È un letterato, direttore del Gabinetto Scientifico Letterario Viessieux di Firenze. È un fan sfegatato dei CSI. E da qualche anno è diventato vicino di casa di Ferretti, il che gli ha consentito di raccogliere molto materiale di prima mano. I tre livelli si sovrappongono fluidamente dentro un racconto che non ha paura dei rischi della narrazione in prima persona, ma mantiene sempre una distanza oggettiva che cerca di spiegare e argomentare anche i passaggi più dolorosi di una storia che è fatta di successi ma anche di dure separazioni. Per i tempi di scrittura, infatti, il libro non integra la reunion e la nuova storia che forse si apre ai CSI oggi. Ma è meglio così. È una vicenda che non ha bisogno di un lieto fine.

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A proposito di “lieto fine”, mi sia consentita una testimonianza personale su un aspetto che caratterizza la postura artistica e morale dei CSI: l’onestà. Anch’io ero presente in Bosnia nell’estate del 1998, quella dei due concerti a Mostar, che per unanime consenso degli interessati segnarono l’inizio della fine del gruppo. A Mostar ci erano andati sulla spinta di quello che si rivelerà un atto fatale di hybris. Testimoni del loro tempo, avevano composto sull’assedio di Sarajevo una delle loro canzoni più belle, Cupe vampe, inserita in Linea gotica, il secondo album (1995). Anche se l’ultima cosa che viene in mente a proposito del gruppo è di definirli “impegnati”, è evidente che cantare certi temi apre un debito nei confronti di quel che si canta. Così, quando si palesò l’occasione di suonare in quella città, ancora divisa in due da un dopoguerra che non è finito nemmeno oggi, Ferretti spinse gli altri ad andarci, con l’idea che suonare la loro musica lì avrebbe chiuso un cerchio. Andò diversamente, molto peggio del previsto. Chi vuole può vedere la cronaca di quei giorni in Linea di confine, il film che girai allora. Piuttosto che riunificare qualcosa con la musica furono gli stessi CSI (e non solo) a essere colpiti dalla maledizione di Mostar. Qualcosa si ruppe. Oggi, chiacchierandone, ci rendiamo conto di due cose. La prima che andare là fu un atto insieme di coraggio e di sconsideratezza, pagato da tutti a caro prezzo. La seconda che però resta Cupe vampe, una canzone che oggi risuona ancora più forte, perché il tempo l’ha slegata dalla cronaca e l’ha fatta entrare in una qualche forma di classicità. Detto semplicemente: ognuno dei CSI è tornato dalla Bosnia facendo i conti con sé stesso come persona e artista per quasi trent’anni, ma quello che hanno scritto è rimasto intatto. Anzi, il tempo gli ha dato ancora più valore. Ars longa, vita brevis. Anche di questo dà cronaca puntuale il libro di Rossi.

“Scrivere un libro sui CSI significa parlare non solo di canzoni, ma di un’altra dimensione, che ha a che fare con la vita umana. Perché i CSI hanno deciso di esprimersi attraverso la musica, ma raccontano, con una lingua diversa dalla canzone d’autore, il loro percorso umano prima che artistico, costellato da inquietudini e conflitti interiori: è insomma la storia minima del vivere, la cronaca degli affetti e delle stagioni che si rincorrono”: così scrive l’autore nel prologo. Seguendo questa ispirazione, struttura Ho visto un’alba blu come una playlist. Sedici canzoni sono lo scheletro lungo cui Rossi articola la cronologia di una storia relativamente breve per un gruppo così importante, dal 1993 al 2000. È una playlist che è anche la trama di una sceneggiatura, dove ogni canzone rappresenta un momento particolare di un plot dal classico intreccio: prologo, ascesa, caduta. Laddove la caduta non è da intendersi come catastrofe ma come quasi necessaria catarsi per qualcosa che sembra oggi rinascere uguale e insieme diverso. Non a caso una delle più belle canzoni degli album incisi da solo da Massimo Zamboni si intitola Sorella sconfitta. E questo è un altro aspetto importante del libro. Nonostante la centralità di Giovanni Lindo Ferretti nell’essere non solo il frontman ma anche il portavoce dei CSI, non bisogna dimenticare il ruolo essenziale di ciascuno degli altri nel creare la loro irripetibile alchimia. Musica a parte, in questi anni di sospensione hanno scritto libri sia Ferretti che Zamboni che Maroccolo; Ginevra di Marco e Francesco Magnelli, compagni anche di vita, hanno creato progetti multimediali coinvolgendo un personaggio come Margherita Hack; Giorgio Canali, a cui pure è stata dedicata una biografia, ha creato con il suo gruppo Rossofuoco una delle band più incendiarie in circolazione (con delle lyrics, come si dice adesso, di assoluta rilevanza letteraria), oltre ad aver scoperto un talento come Vasco Brondi. Insomma, la storia dei CSI deve essere riletta non solo come quella di un gruppo rock, ma come quella di un modello artistico comunitario, fluidamente libero nell’autonomia personale dei suoi membri ma fortemente coerente nel rappresentare un pezzo significativo di società italiana. “Non fare di me un megafono, m’incepperò”, cantava Ferretti fin dal primo disco. Il paradosso è che, pur non avendolo mai voluto, lo è diventato – e nel modo migliore – per migliaia e migliaia di persone.

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