Dalla Gallura a Durazzo: turismo predatorio
Il turismo è un problema. In questa estate rovente lo si vede bene un po’ dappertutto. In Sardegna, dopo un articolo di denuncia sul Corriere della sera firmato da Gian Antonio Stella, una forte mobilitazione di tutto il movimento ambientalista nazionale ha bloccato il tentativo di uno dei giganti mondiali del turismo di lusso, il gruppo brasiliano JHSF Participações, guidato dal miliardario José Auriemo Neto, di costruire a Cala Finanza, area naturalistica protetta su uno dei tratti di costa più belli del Mediterraneo nel Golfo di Olbia, un mega resort comprendente un hotel a cinque stelle con cinquanta camere, ventisei ville, un campo da golf da diciotto buche, un eliporto e un porto turistico. Il progetto aveva avuto il via libera dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, ma le proteste hanno costretto il governo a revocare i permessi. Una vittoria importante, tutt’altro che scontata. Fuori dell’Italia, in Albania, la canicola non ha fermato le proteste dei militanti ambientalisti che si battono contro la costruzione di un resort di lusso nell’area naturalistica protetta della laguna di Narta, un progetto finanziato dal fondo di investimenti del genero di Donald Trump, Jared Kushner. Anche a luglio e ad agosto, centinaia di persone hanno continuato a scendere in piazza, a Tirana e a Valona, per chiedere la revoca della legge che nel 2024 ha aperto agli investimenti turistici nelle zone tutelate da vincoli naturalistici e paesaggistici. La partita è ancora aperta. Ma Sardegna e Albania non sono gli unici punti caldi sul fronte del turismo. In Europa esiste, ormai da anni, una vasta rete di movimenti impegnati a denunciare e ad arginare gli effetti negativi del turismo. E qualche risultato arriva. A Santorini, in Grecia, si è fatto ricorso per la prima volta al numero chiuso per limitare gli ingressi. E in Spagna, mentre a Maiorca migliaia di persone sono scese in strada contro l’over tourism, la città di Malaga ha vietato per tre anni nuovi affitti turistici e il premier Pedro Sánchez ha abolito il “visto d’oro” che permetteva di ottenere la residenza acquistando proprietà per almeno 500.000 euro. Fuori dall’Europa, in Giappone si sta valutando di aumentare di dieci volte la tassa di soggiorno a Kyoto, mentre la tassa per scalare il Monte Fuji è già raddoppiata a 4000 yen.
Crea ricchezza, il turismo, ma anche molte criticità. Secondo il Worl Travel & Tourism Council, organismo internazionale non governativo che analizza sotto vari aspetti le dinamiche del turismo, il settore ha avuto nel 2025 un impatto economico di 11,7 trilioni di dollari, raggiungendo un livello pari a oltre un decimo del Pil mondiale. Ma fronte di questo il turismo genera anche consumo incontrollato del territorio, criticità nella gestione urbanistica e nella dinamica dei prezzi degli immobili e degli affitti, devastazione ambientale, acutizzazione della crisi climatica e tensioni sociali. Su come affrontare tutto questo il dibattito è aperto sia in sede politica sia nel campo, sempre più ampio, di chi studia il problema. Uno dei contributi critici recenti più utili è la ricerca di Matteo Lupoli “Ecologia politica del turismo balneare. Natura e lavoro a buon mercato a Rimini e a Durazzo”, appena pubblicata da Orthotes Editrice nella collana “Ecologia politica” curata da Gennaro Avallone, da Maura Benegiamo e da Emanuele Leonardi. Il saggio, dichiara l’autore, intende «mostrare come il turismo non sia soltanto un settore economico o un insieme di pratiche di consumo, ma un processo di trasformazione territoriale e ambientale che si inscrive in più ampie dinamiche di appropriazione della natura, di organizzazione del lavoro e di produzione di valore». Per raggiungere l’obiettivo Lupoli utilizza gli strumenti analitici dell’ecologia politica, settore di studi ormai ampiamente consolidato che mette al centro i rapporti tra ambiente da una parte ed economia, società e politica dall’altra. Dall’ecologia politica i problemi di equilibro dell’ecosfera sono spiegati in relazione a dinamiche che sono più generali rispetto all’ambito ecologico in senso stretto e che hanno il loro fondamento nelle logiche di sviluppo della formazione economico-sociale che da almeno tre secoli regge le sorti del pianeta, il capitalismo. Ecofemminismo, ecomarxismo e pensiero della decrescita sono i principali filoni in cui si è articolata questa corrente di pensiero. All’interno di ciascuno di questi ambiti e tra di essi esistono distinzioni anche piuttosto rilevanti; la base comune è il riconoscimento della centralità delle interconnessioni che, nella materialità e nella conflittualità dei processi storici, si realizza tra equilibri ecologici, dinamiche economiche e dislivelli di potere.

Lupoli mette alla base della sua ricerca l’elaborazione teorica di uno dei principali esponenti dell’ecologia politica, Jason W. Moore. Lo studioso americano costruisce il suo sistema partendo dalla critica della dualità tra uomo e natura. Un rapporto che nella storia delle società occidentali si è venuto definendo in termini fortemente asimmetrici, per cui una delle due parti – l’uomo – domina, e l’altra – la natura – è dominata. Cristallizzatosi in un assioma metafisico, questo dislivello di potere viene invece ridefinito, nell’analisi di Moore, come storicamente determinato secondo modalità differenti riferibili alle diverse fasi che hanno segnato lo sviluppo storico dell’Occidente. Nel mondo contemporaneo l’asimmetria uomo-natura è funzionale, per Moore, al mantenimento e al potenziamento dei processi di valorizzazione del capitale. È lo squilibrio tra uomo e natura che rende possibile, giustificandolo, da un lato l’accaparramento di spazi e di risorse naturali a costi bassissimi e dall’altro lo sfruttamento e l’invisibilizzazione del lavoro, a cominciare da quello delle donne e dei popoli colonizzati, associati alla sfera della natura e dunque privati non solo di valore in termini economici ma anche di riconoscimento: esseri subalterni, inferiori (qui la radice profonda delle discriminazioni di genere, razziali ed etniche contemporanee). A questa chiave di lettura Lupoli ne affianca altre due. La prima proviene dal pensiero di Michel Foucault e sottolinea come agli aspetti legati alla razionalità economica capitalistica si associno dinamiche di potere più larghe e pervasive di quelle riconducibili alla contraddizione tra capitale e lavoro. «Se Moore – scrive Lupoli – consente di leggere la struttura profonda del sistema e le sue logiche storiche, la prospettiva foucaultiana aiuta a cogliere le forme specifiche che il potere assume nel presente, i dispositivi attraverso cui si costruiscono le soggettività, si orientano i comportamenti e si producono nuove modalità di rapporto con la natura». La terza chiave di lettura di Lupoli proviene, infine, dal pensiero post operaista, e in particolare dalle analisi che in quel campo hanno messo in luce le radicali trasformazioni qualitative del lavoro prodottesi nel capitalismo contemporaneo, facendo emergere la rilevanza di contesti in cui il lavoro va oltre una prestazione misurabile in termini di ore lavorate per coinvolgere l’intera vita delle persone. Con la conseguenza che sempre di più a valorizzare il capitale è l’impiego di una serie di attitudini cognitive e relazionali che eccedono ciò che viene riconosciuto all’interno del rapporto di lavoro in senso stretto.
Questa griglia teorica viene da Lupoli messa alla prova nel settore dell’industria turistica attraverso una ricognizione empirica condotta sui casi specifici di Rimini e di Durazzo, centri nevralgici del turismo balneare di massa nel Mediterraneo. L’analisi si muove seguendo due direttrici: la gestione degli spazi urbani e naturali e la gestione della forza lavoro. «Da un lato – specifica Lupoli – la costa come frontiera di accumulazione e come territorio da rendere produttivo tramite processi intrecciati di svalutazione simbolica, di riorganizzazione materiale e di regolazione istituzionale. Dall’altro, la forza lavoro, la manodopera stagionale che sostiene la macchina turistica e che diventa oggetto di pratiche di sfruttamento peculiari e di forme ben definite di normalizzazione della precarietà».
Sul primo di questi due piani lo sviluppo del turismo a Rimini e Durazzo è segnato da un processo di privatizzazione degli spazi costieri che è identico nei suoi esisti ma che si è realizzato storicamente secondo modalità differenti. Sulla Riviera romagnola sono la “chiusura” delle spiagge attraverso il regime bloccato delle concessioni balneari e la centralità accordata dalle politiche pubbliche alla difesa della rendita immobiliare a caratterizzare un modello in cui un patrimonio naturale comune viene messo al servizio, a costi bassissimi, delle logiche di valorizzazione del capitale. A Durazzo il meccanismo è sostanzialmente lo stesso, ma più informale. L’iniziativa economica privata si appropria delle spiagge non attraverso le concessioni, ma secondo pratiche informali rese possibili dalla flessibilità normativa e dalla corruzione diffusa che hanno segnato tutto il periodo successivo al crollo, tra la fine del 1990 e la primavera del 1992, del regime comunista, con una presenza molto forte, a gestire il tutto, della malavita organizzata. Sia a Rimini che a Durazzo, alla prima fase di appropriazione massiccia e generalizzata degli spazi naturali (nella quale con evidenza estrema si vedono all’opera le logiche predatorie messe in luce da Moore) segue, a partire dalla prima decade del nuovo secolo, una fase di riequilibrio, che risponde alla necessità di adeguare il modello di sfruttamento privatistico alle esigenze, nel frattempo maturate, di salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio. A Rimini la linea è quella della green economy, ovvero una serie di aggiustamenti puntuali (costruzione di un depuratore all’avanguardia, Parco del mare con servizi ricreativi, razionalizzazione della viabilità) che, sostenuti dalle retoriche della sostenibilità, puntano a “riformare” il sistema lasciandone intatte le basi strutturali. A Durazzo è invece il mercato a orientare prevalentemente il tentativo di cambiare passo. La scelta è quella di favorire in maniera sistematica progetti privati di investimento nel turismo di lusso, come quello di Jared Kushner a Narta che ha scatenato la mobilitazione popolare. Opzione che viene giustificata da una presunta riduzione dell’impatto ambientale che il turismo di fascia alta porterebbe rispetto agli spiaggioni pieni di ombrelloni delle vacanze di massa. In entrambi i casi ci troviamo di fronte a un evidente falso movimento: cambiare perché tutto resti sostanzialmente uguale. Scelte conservatrici sostenute da modelli di governance e da dispositivi di creazione del consenso a spiegare i quali tornano utili, in particolare, le analisi foucaultiane.
Sul secondo dei due piani che orientano la verifica empirica di Lupoli, quello della gestione della forza lavoro, gli esiti riscontrati sono quelli di una precarizzazione selvaggia che svaluta il lavoro sia in termini strettamente economici (bassi salari e regime di sfruttamento spinto a limiti estremi attraverso la deregulation degli orari dei turni) sia in termini simbolici (invece che prestazioni lavorative supportate da adeguati livelli di formazione, impiego stagionale di una manodopera prevalentemente giovanile che non ha alcuna specifica preparazione e rispetto alla quale si dà per scontato che se vorrà trovare un’occupazione “vera” dovrà andare a cercarla in altri settori). Ciò che da questo lato differenzia Rimini e Durazzo è la prevalenza di pratiche informali che caratterizza il modello albanese, dove la prestazione in nero è la regola; anche se poi il fatto che chi lavora nella Riviera romagnola possa contare, nella maggior parte dei casi, su contratti regolari è vanificato, nella sostanza, dal frequente mancato rispetto delle norme contrattuali evidenziato da molte delle testimonianze raccolte da Lupoli. Anche qui, a dare rilevanza teorica ai dati empirici intervengono sia la svalutazione economica del lavoro vivo evidenziata da Moore sia i dispositivi di controllo foucaultiani; questi ultimi, in particolare, utili a comprendere i meccanismi di elaborazione del senso da attribuire al rapporto di lavoro tra le ragazze e i ragazzi impiegati nel turismo: accettazione della flessibilità e dell’informalità come fattori di libertà e di auto realizzazione. Dal canto loro, le analisi post operaiste centrate sul carattere immateriale e affettivo del lavoro (molto rilevante nel settore del turismo che richiede particolare attenzione per il “benessere” dell’ospite) intervengono a spiegare l’utilizzo, per lo più gratuito, di attitudini cognitive e di cura sul quale si fonda sempre di più, non solo nel turismo ma in tutti i settori economici, l’estrazione di valore.
In definitiva, la ricerca di Lupoli mostra come il turismo sia un potente dispositivo di trasformazione dello spazio e delle relazioni che non può essere lasciato alle logiche di mercato e alle retoriche della sostenibilità senza scontare pesanti effetti negativi. Servono davvero a poco, se si vogliono superare i limiti attuali del turismo e le sue molteplici criticità, i tentativi di cambiare il sistema senza toccarne i cardini. «Per produrre un’alternativa reale – rileva in conclusione Lupoli – il capitalismo predatorio deve essere affrontato in maniera diretta». Sono necessarie «non solo politiche settoriali, ma una sfida alla logica dell’accumulazione capitalistica nella quale il turismo è profondamente incorporato». Sfida che non può limitarsi alla semplice denuncia dei meccanismi predatori e che richiede invece studio dei processi e capacità di elaborazione di concrete proposte alternative. «Non c’è niente di più falso – scrive Lupoli – del ritornello secondo cui non esistono alternative ai modelli di sviluppo attuali fondati unicamente su logiche di mercato. E nel contempo non è sufficiente affermare l’esistenza di queste alternative: occorre studiarle, costruirle laddove possibile e infine difenderle politicamente». Bisogna insomma «riaprire il campo delle possibilità, pensare un turismo meno estrattivo e più equo e riconoscere che una simile trasformazione non riguarda solo il settore turistico, ma il modo in cui organizziamo la vita, il lavoro, le relazioni e il rapporto con il territorio». Impossibile cambiare davvero, per Lupoli, se non si riesce a immaginare che un mondo altro (rispetto alle logiche di valorizzazione del capitale) è possibile.
In copertina, fotografia di Nick Page - Unsplash.