Schiavi dell’Adrenalina
Giunto al quarto romanzo (tutti pubblicati ancora una volta presso Baldini+Castoldi), Alberto Cassani con Adrenalina conferma l’impostazione fatta di riflessione e azione noir che aveva caratterizzato i precedenti. Fin dalla prima prova (L’uomo di Mosca, 2018), la peculiarità dello scrittore è infatti sempre stata quella di dosare con grande accortezza questa componente e quella dell’azione, entrambe presenti nel caleidoscopio del romanzo. Durante l’inchiesta – nella quale si trova per altro sempre coinvolto un po’ per caso senza una chiara funzione ufficiale –, vediamo infatti il protagonista regolarmente alle prese con dubbi di carattere filosofico sulla sua vita e sul mondo. Anzi, le sue riflessioni sono parte integrante della vicenda: l’accompagnano e ne costituiscono una sorta di prodromo e riflesso necessario. L’abilità di Cassani è proprio quella di intrecciare questi due aspetti, fonderli e renderli funzionali l’uno all’altro, senza soluzione di continuità. In Adrenalina questa omologia tocca il suo apogeo, portata da un ritmo molto più lento rispetto a quello degli altri romanzi, che ne rende la relativa esiguità (solo 193 pagine rispetto alle 300 e passa dei precedenti libri) perfettamente adeguata all’intento autoriale. In quelli, i protagonisti si trovavano coinvolti in una vicenda di carattere misterioso che esigeva una certa dose di prontezza, dinamismo e coraggio, di ‘adrenalina,’ parola che infatti tornava più volte in momenti di acuta tensione.
Qui, invece, a questo termine non è delegata la stessa funzione caratterizzante: a fronte della “distopia [che] prende forma giorno dopo giorno davanti ai nostri occhi” (p. 33), il solo possibile ricorso sarebbero “dosi smodate di adrenalina” (ib.) in quanto la “serotonina [...] è roba per tempi ordinari” (ib.). La parola “serotonina” è un palese riferimento al romanzo precedente, del 2023 (La bomba), in cui il protagonista, Carlo Fabbri, professore di liceo in una cittadina di provincia, è ritratto alle prese con la lettura di due romanzi di Michel Houellebecq, fra cui appunto Sérotonine (2019), autore con cui ritiene che non si possa fare a meno di fare i conti. Egli tenta così di riplasmarlo in provincia, correggendolo, appunto, con una dose di adrenalina, la cui comparsa non è affatto casuale. Allorché il protagonista è, nel primo capitolo, a cena con Lorenzo in una pizzeria romana (si scoprirà poi che Lorenzo occupa un ruolo fondamentale nella vicenda), la conversazione viene proprio a cadere sulla comunicazione e sul ruolo ipertrofico che ha assunto: “Ormai tutto è comunicazione: la politica è comunicazione, la felicità è comunicazione, la verità è comunicazione. Ma siamo sicuri [...] che la realtà, quella vera, non ci sorprenderà con qualche emergenza epocale lasciandoci senza parole per comunicare qualunque cosa?” (p. 24).

Adrenalina si rivela dunque, come i precedenti, un sottile romanzo a tesi, giocato abilmente sull’equilibrio fra la rivendicazione della propria posizione, e la costruzione di un personaggio che, da quello houellebecquiano, prende alcune caratteristiche distintive, riassumibili sotto la categoria esistenziale-politica del ‘disincanto’ e della, conseguente, indifferenza. Qui, però, il protagonista compie un passo ulteriore rispetto ai suoi predecessori: se quelli tematizzavano il proprio disincanto, e, senza poter davvero cambiare le carte in tavola, ne facevano la ragione principale per una reazione in extremis, tale da restituire, almeno temporaneamente, alla propria vita un po’ di quel senso che era venuto a latitare, ora il conclamato dominio della comunicazione ha reso perfino l’idea di un possibile disincanto (rispetto a cosa?) peregrina. E ha lasciato l’indifferenza padrona della situazione: i disastri che agitano il mondo non fanno che smuovere l’umore del protagonista, senza poter determinare una reazione più sostanziale. Il protagonista, infatti, non sembra mai poter uscire da una sorta di bozzolo in cui, senza sosta, rimugina sulle proprie debolezze e omissioni, del cui peso gli pare impossibile liberarsi. Rimuginare è, per l’appunto, “una delle mie attività più frequenti” (p. 88).
Ritorna così a rivangare la propria mancanza di coraggio, che lo porta a intrattenere una relazione d’affari con Benny, deputato della destra fascista al governo (p. 15), nonché con il succitato Lorenzo, dirigente delle cooperative di sinistra (p. 17), entrambi, fra l’altro, determinanti per lo svolgersi della vicenda. E dunque, a lamentarsi del proprio “penoso cinismo” (29), parola-chiave nei propri esami di coscienza, come vediamo quando, a seguito della scomparsa della propria amante, Vanessa, sceglie di fuggire (p. 45). O, quando, dopo aver accettato l’improvviso invito di Lorenzo a seguirlo in Namibia (dove questi partecipa ad una competizione di corsa estrema nel deserto), egli ripensa alle proprie incoerenze. Cinismo che, ovviamente, fa da pendant ad una “beata indifferenza” (p. 54) che appare essere il vero stato d’animo con cui i suoi sensi di colpa si dibattono, e a cui egli pertanto continuamente agogna. Per evitare possibili paturnie e salvaguardare l’immutabilità del proprio umore egli non ha infatti esitato a ignorare assilli di carattere morale, che avrebbero richiesto prese di posizioni e una coerenza nemiche dell’atarassia che lo caratterizza. Ma che colpa ne ha? Egli, stranamente innominato, forse per sottolinearne l’anonimità, la possibile identificazione con l’uomo medio odierno, non si stacca infatti dalla media. Le sue colpe sono quelle che hanno “tutte le persone ‘normali’ [...]. superficialità, inconcludenza, vigliaccheria, moderata propensione al tradimento. Tutte cose non commendevoli, ma [...] nessuna così eccessiva [...]” (p. 107). Ed effettivamente, a leggerne le disavventure, egli non ci pare inviso. Al contrario, il suo ininterrotto lavorio di introspezione ci appassiona e suscita nel lettore una certa dose di empatia. Egli, in fondo, ha ragione, la sua giustificazione non appare fondata su argomenti speciosi.
L’adattabilità che ha sempre dimostrato nella vita lo ha portato a “lavorare con tutti [...] senza vincoli o barriere ideologiche” (p. 89). Nonostante gli esempi familiari (un “nonno partigiano e [...] padre comunista,” ib.), ha dunque spesso preferito mirare al proprio vantaggio anche a scapito di “elementari discriminanti” (p. ib.). Ma, appunto, non gli si può imputare alcuna colpa: egli non è altro che un “classico prodotto della [...] [sua] generazione [...] già politicamente asettica, orfana di miti, la prima nata e cresciuta in piena società dei consumi” (ib.). Insomma, il colpo di coda che corrispondeva, per i protagonisti dei romanzi precedenti, al momentaneo ritrovamento di quella superiore dignità umana a cui il disincanto politico-esistenziale sembrava aver loro reso impossibile l’accesso, non è più che un lontano ricordo. Ed infatti, quando in Namibia è invitato dalla fantomatica Lena (di cui solo in seguito scopriremo il ruolo avuto nell’intera vicenda) e dall’amica di questa, Holly, a visitare la township di Mondesa, non lontana dalla località turistica di Swakopmund dove alloggia, egli assiste allo spettacolo miserevole di bambini che “giocano a pallone in mezzo alla polvere [...] che non hanno nient’altro con cui giocare; [...] che tra una manciata d’anni dovranno guadagnarsi da vivere come servi della gleba” (p. 84). Subito dopo, incontra il fratello di Holly, operaio nelle miniere di uranio, di cui la Namibia è ricca, che gli parla dei “turni massacranti, dell’assenza di misure di sicurezza, della paga miserrima”, ma della necessità, per lui, di mantenere quel lavoro, in mancanza del quale “lui e la sua famiglia farebbero la fame” (p. 85). Eppure, quello che prova di fronte a questa realtà è soltanto una “sostanziale indifferenza di uomo occidentale”, che nessun antidoto pare poter curare, nemmeno se, per un attimo, “ripensa [...] al giovane progressista che fui”.
L’unica reazione è infatti un seccante turbamento dell’“umore”, a cui gioverebbe una “buona dormita o una [houellebecquiana, mia aggiunta] trasgressione”. In altre parole, questo soggiorno inaspettato in Namibia, che doveva aiutarlo a fuggire una situazione imbarazzante causata dalla misteriosa scomparsa della propria amante e dalle minacce che ne erano seguite (p. 36), si sta trasformando in una rogna, specialmente dal momento in cui un altro misterioso personaggio, Pietro Esposito, sedicente turista in vena di escursioni motorizzate nel deserto (p. 94), si è in realtà rivelato essere una sorta di faccendiere. Attraverso un velato ricatto, egli infatti lo ha incaricato di consegnare un oggetto misterioso al dirigente della società russa che sfrutta una delle miniere di uranio (p. 104), scena che costituirà il clou dell’azione del romanzo (pp. 132-140). Si scoprirà, alla fine, che tutto è stato, in realtà, una messa in scena e che nulla di ciò che egli ha vissuto è vero. Né la scomparsa di Vanessa, né l’identità di Lena o di Pietro Esposito, né la pericolosa missione di cui egli era stato incaricato. Adattamento del Truman Show, egli era stato infatti l’involontario protagonista di un nuovo reality show della RAI, chiamato, appunto, Adrenalina (p. 172), di cui egli viene a sapere durante una festa al Piper, una volta rientrato a Roma. Ivi, fra l’altro intravede anche i fantomatici personaggi con cui ha avuto a che fare durante il suo soggiorno (Lena e Pietro Esposito, più altre minori comparse), che si rivelano essere attori professionisti, oltre ad incontrare Vanessa, riapparsa magicamente dal nulla in cui sembrava essere stata inghiottita (pp. 176-77). Viene inoltre a sapere che Lorenzo, nonostante le riserve accampate durante una conversazione sull’opportunità di collaborare con personaggi della risma del deputato Benny (pp. 166-67), lo ha in realtà aiutato fungendo da esca per attirare il protagonista in Namibia (pp. 180-82). Insomma, nulla di quello che egli ha vissuto durante quella settimana è stato reale, così come nessuna delle emozioni e stati d’animo da lui a lungo analizzati hanno corrisposto a situazioni reali che potessero giustificarli. La sua reazione è a questo punto furibonda: egli si sente infatti “manipolato nei meccanismi più intimi della mia esistenza. Tradito, ingannato e sbeffeggiato come più volte in vita mia” (p. 177). E rifiuta di fare parte della messinscena, declinando dunque anche il congruo emolumento ad essa associato, nonostante le insistenze dello stesso Benny (pp. 178-80).

Alla notizia, di poco successiva, che il deputato è stato assassinato in circostanze misteriose e che “uno dei suoi scagnozzi” (p. 190) lo sta cercando, egli prende allora la sorprendente decisione di tornare a Swakopmund, forse per “rifar[si] una vita, ripartire da capo” (p. 193). Sorprende infatti che, diversamente dai precedenti questo romanzo si concluda senza che l’ambiguità che lo attraversa sia dissolta. Anzi, potremmo quasi dire che esso termina dal proprio inizio, in modo circolare. Com’è infatti possibile che la sua furibonda reazione alla manipolazione di cui era stato vittima sfoci (certo, è spinto da un possibile minaccia) nel desiderio di rivedere proprio quei luoghi che l’avevano provocata? Ci sembra che una possibile risposta sia da cercare nelle pagine precedenti quando, facendo il bilancio della sua disavventura, egli esprime il timore di non poter più “distinguere la realtà dalla finzione [...] [né] pensare che i fatti e le emozioni siano forme della realtà” (p. 184), e che tutto dunque si risolva in “narrazione” (ib.) o, nella peggiore delle ipotesi, nella manipolazione generale di “quei fatti e quelle emozioni” (ib.), a cui allude l’epigrafe di Jean Baudrillard, tratta da un famoso articolo sugli eventi dell’11 settembre 2001, pubblicato nel novembre di quell’anno su “Le Monde.” Se questo timore pare giustificato sulla base della propria disavventura, nel suo ritorno a Swakopmund si può invece leggere l’abbandono definitivo della sua fiducia nella possibile distinzione fra realtà e finzione. Quello per cui egli si “sorprend[e] a provare nostalgia” (p. 192) corrisponde infatti al luogo dove egli ha fatto piena esperienza dell’irrealtà, ed è come se ora, stranamente, compiangesse il fatto di esserne lontano.
Dietro questo desiderio appare tuttavia ciò che, fin dall’inizio (come ho già indicato) coincide con il vero desiderio del protagonista, con l’obiettivo della sua ricerca interiore: l’indifferenza, la salvaguardia a tutti i costi del proprio umore, la “trance pre-vacanziera” (p. 191) coincidente con la più genuina condizione esistenziale dell’uomo occidentale, che egli dunque pienamente rappresenta. La fuga verso l’irrealtà, abbozzata nella prima fuga dopo la scomparsa di Vanessa, diventa di conseguenza l’unico movimento possibile, dato che la realtà non può, al contrario, che fornire cause di dissesto al geloso custode della propria stabilità psichica. Finale che, curiosamente, rovescia quello dei Promessi sposi, dove, come tutti ricordiamo, il grande scrittore istruiva il lettore sull’impossibilità di fuggire i “guai,” in quanto “son loro che sono venuti a cercare me,” concludendo cioè sulla vanità del tenersi al riparo dalla realtà e dal proprio disordine, per quanto si cerchi di fare. D’altronde, nella continuazione di un passo già citato, sembrava di sentire Lorenzo Tramaglino allorquando tirava le file della sua storia (il “sugo”). Come il personaggio manzoniano, infatti, anch’egli riconosceva che il male è casuale, è insito nella realtà, come l’esempio più estremo che si possa fare, quello della morte, dimostra: “Come se davvero il male che ti arriva addosso corrispondesse matematicamente al male che hai sparso in giro. Basti pensare alle malattie e alla causalità del loro colpire. Per non parlare degli eventi fatali, di chi muore giovane o addirittura bambino... (pp. 107-08)”. Quell’adrenalina sperperata nel vuoto assume così la veste di una sensazione generata artificialmente a cui il protagonista non intende rinunciare, una sorta di droga, frangente che rivela, come ho già sottolineato, l’importanza che personaggi come quelli di Houellebecq hanno potuto giocare nell’ispirazione di Cassani.
Infatti, pur rifiutando di stare al gioco del reality show, nonostante le promesse di fama e denaro, questa scelta non dipende, a ben vedere, da un colpo di coda etico, da un salvataggio in extremis della propria umanità, come avveniva nei romanzi precedenti, dove i protagonisti riuscivano in qualche modo a risalire la china del disincanto. Al contrario, egli, da vero esperto della comunicazione, non può che continuare a gingillarsi con la realtà, fare un passo ancora più in là verso la dissoluzione delle verità del mondo. In questo senso, con la sua ultima prova, Cassani intende lanciare un monito ai lettori, costruendo ancora una volta una storia esemplare, un romanzo a tesi, questa volta in difesa della realtà tout court, la cui scomparsa appare ancora più minacciosa di quella della politica paventata nei romanzi precedenti (anche se forse l’accompagna, la segue). La conclusione di Adrenalina finisce allora per ribaltare le fondamenta del personaggio houellebecquiano, ma non attraverso la sua alternativa, bensì dal suo interno stesso, in negativo, mostrandone cioè il fallimento a partire dai meccanismi che ne caratterizzano intimamente il funzionamento. È lui che sceglie l’irrealtà perché, in fondo, non può farne a meno, essa corrisponde all’indifferenza che lo contraddistingue e al cinismo con cui guarda al mondo: “Mi sorprendo a provare nostalgia per i quad e le architetture coloniali. Poco male se nei dintorni ci sono anche le miniere di uranio e gli slum” (pp. 192-93).