Tutto sul polpo

13 Settembre 2026

Otto braccia che pensano e assaggiano servendosi di ventose, bocca sotto le ascelle o meglio in mezzo alle gambe, becco tagliente, lingua cosparsa di dentini affilatissimi, veleno paralizzante e in grado di dissolvere la carne, inchiostro dotato di melanina e di dopamina, tre cuori, cervello espanso su più parti del corpo con tre quinti dei neuroni posti nelle braccia, sangue verdeazzurro, assenza di ossa, fulminei mutamenti di forma e colore. Tutte caratteristiche del polpo, tra le forme viventi quella così distante dalla nostra – batte pure gli insetti - da rappresentare “il grande mistero dell’Altro”. Nulla sembra avvicinarci. Sulla linea evolutiva ci siamo separati circa mezzo miliardo di anni fa, il comune antenato era un verme piatto. Lo classifichiamo tra gli invertebrati, è un mollusco cefalopode strettamente imparentato con seppie e calamari, ma anche con lumache e vongole. Un predatore, con una vita brevissima, non più di due anni. Per noi esseri umani, un vero e proprio alieno. Il suo aspetto suscita interrogativi e incertezze, perfino ripugnanza. Diffidiamo dei suoi movimenti, che abbinano nuoto a propulsione a camminate sui fondali. Anche i suoi occhi ci inquietano, forse perché sono l’unico elemento che abbiamo in comune, e proprio per questo danno l’impressione di appartenere a una creatura prigioniera di una forma incoerente. E poi il polpo vive nel mare, dalle zone costiere alle acque più profonde dell’oceano, dove si trovano specie il cui corpo può raggiungere il peso di un uomo. E siccome il mare rimane per noi un territorio ostile, ignoto e insidioso, è stato inevitabile che il terrore per il polpo – soprattutto se denominato piovra, il polpo gigante - avvicini le leggende islandesi del XIII secolo ai film americani del Novecento. 

L’immagine che entra nella memoria collettiva, compendiando tutti i terrori ancestrali, è il disegno a penna e acquerello con cui, nel 1801, Pierre Denys de Montfort raffigura un polpo gigante che affiora dall’oceano e avvolge le braccia attorno ai tre alberi di una goletta: è l’emblema del polpo come il più tremendo pericolo degli abissi, idea riproposta anche da Jules Verne in “Ventimila leghe sotto i mari”. Con queste premesse, è inevitabile che quanto sta accadendo da qualche decennio risulti perlomeno spiazzante. Di che si tratta? Della scoperta che il polpo, l’alieno, è intelligente, dotato di coscienza, capace di provare sentimenti, emozioni e dolore. Un animale perfettamente in grado di riconoscere gli esseri umani, di interagire con loro, di provare simpatie e antipatie profonde, di giocare, di ingannare e di amare. Non è solo del polpo che lo si dice: capacità cognitive e reazioni emotive sono individuabili nei primati, nei cani, nei gatti, nei corvi. Il problema con i polpi è che il loro corpo pare suggerirci tutt’altro: nascosto tra le rocce dei fondali sembra un minerale, in movimento le parti che lo compongono appaiono incongrue, la vita acquatica lo separa dalla possibilità di comunicare. Eppure la scienza lo ha affermato ufficialmente, prima nella Dichiarazione di Cambridge (2012) e poi in quella di New York (2024): il polpo possiede i substrati neurologici necessari per generare la coscienza. Prendendo spunto da questa acquisizione, nel 2025, la scrittrice danese Ann Cathrine Bomann ha pubblicato un romanzo, “La stagione dell’acquario” (appena proposto da Iperborea nella traduzione di Eva Valvo), che ha messo a tema la relazione tra un essere umano, Vigga, e un polpo, Rosa. 

La giovane Vigga è una ragazza complicata, solitaria, incapace di stabilire relazioni. Non ha un lavoro stabile, va dove la manda l’Ufficio di collocamento, così anche l’incarico presso l’Acquario di Copenhagen, in cui deve fare le pulizie e dare da mangiare ai pesci, le sembra inizialmente soltanto una delle tante fallimentari tappe di una vita senza direzione. L’unica sua consolazione è la profonda amicizia con Maiken, con cui ama trascorrere ogni momento libero dai tempi della scuola superiore. Solo con lei riesce a rilassarsi e a non fingere di essere quello che non è, mettendosi alle spalle la sua “penosa cerchia famigliare”. Le cose cambiano quando, parallelamente, Vigga conosce Rosa, la femmina di polpo che se ne sta nascosta in una delle vasche dell’acquario, e Maiken rimane incinta. Si viene a creare un doppio movimento: la scoperta della impensabile possibilità di allacciare una relazione con il polpo si affianca ai vuoti (i “buchi”) che produce la progressiva uscita di Maiken dalla vita della protagonista. Con Rosa, Vigga scopre di avere soprattutto un punto di contatto: sono entrambe asociali, difficili, introverse. Il loro incontro ha qualcosa di miracoloso. È stata Rosa ad avvicinarsi per prima, sfiorandole il dorso della mano con la punta del tentacolo. La ragazza è stata colpita dagli occhi del polpo, si è chiesta quali “paesaggi vastissimi” nascondesse. Da quel primo approccio, Rosa “smette di essere qualcosa di estraneo e perfino ripugnante” e ricorda a Vigga il suo cocker spaniel, Mina, costringendola a porsi domande su cosa possa provare quel misterioso animale, facendole immaginare come potesse essere la sua precedente vita nell’oceano. Ecco un altro elemento che le accomuna: Rosa e Vigga sono due prigioniere. Forse anche il polpo, nelle sue incessanti perlustrazioni delle pareti dell’acquario, vorrebbe scappare da tutto quanto lo circonda, ma probabilmente non può far altro che sognarlo. Il punto di svolta arriva con la deposizione delle uova: come è nella natura dei polpi, per riprodursi Rosa sacrifica la propria vita e smette di mangiare, consumandosi nell’inedia. 

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La nascita della discendenza – in questo caso impossibile, nessun maschio ha fecondato le uova – coincide con la lunga agonia e la fine di Rosa. Vigga non può far nulla per salvarla. Ma, nel piano narrativo strutturato da Bomann, la morte del polpo coincide con la nascita della figlia di Maiken e con la riconciliazione tra le due amiche. In qualche modo, Rosa ha cambiato Vigga. “La stagione dell’acquario” è un romanzo che fino a qualche anno fa sarebbe stato impensabile. Il suo presupposto è che il polpo possieda un sé, abbia coscienza di quanto gli accade, un’attività di pensiero. Lo percorre una domanda: “Come facciamo a immaginarci l’eventuale coscienza di un essere con cui non abbiamo in comune né la struttura cerebrale né la forma fisica?”. Ovvero: è possibile intuire cosa si prova ad essere un polpo? Bomann sa che è difficile dare una risposta, ogni coscienza, come scrive Vigga rivolgendosi a Rosa, “è plasmata dal modo in cui il tuo corpo sta al mondo, esattamente come la mia. Dal modo in cui io piego le mani, o la lingua per pronunciare le parole. Dal fatto che tu capti segnali nell’acqua tramite la pelle e riesci a vedere nel buio pesto”. Tutto impossibile quindi? Non è detto. “In qualche modo tu sei più di un semplice corpo”, afferma Vigga. E anche se Rosa vive “al di fuori della normale distinzione tra anima e corpo” ed è “come un denso fluido intelligente”, la giovane protagonista ha la sensazione di percepire qualcosa di quanto passa nella testa dell’animale: “Eppure. Tu dietro quel vetro che è sempre stato il mio. Il tuo sguardo dentro il mio”. 

Questa possibilità di entrare in relazione con una specie profondamente dissimile – un elogio all’empatia, qualità umana per eccellenza – sta al centro di un altro libro da poco pubblicato in italiano, “L’anima del polpo”, un saggio con marcato andamento narrativo scritto dalla naturalista americana Sy Montgomery (pubblicato ora da Aboca, nella traduzione di Teresa Albanese), che, quando è apparso, ha contribuito ad accendere l’attenzione sui polpi. Si tratta infatti di uno dei primi lavori di divulgazione sul tema, pubblicato negli Stati Uniti nel 2015, e seguito, l’anno successivo, da “Altre menti” (pubblicato in Italia da Adelphi), scritto dal filosofo australiano Peter Godfrey-Smith, uno tra i testi fondativi degli studi sulla coscienza animale, e, nel 2020, da “My Octopus Teacher”, il documentario di Craig Foster (il titolo italiano è “Il mio amico in fondo al mare”), vincitore dell’Oscar, in cui si descrive la struggente amicizia tra un uomo in crisi e una energica femmina di polpo. “L’anima del polpo” è ambientato nel New England Aquarium di Boston, dove l’autrice si reca per studiare i polpi, animata come Bomann, dal desiderio di “esplorare un tipo diverso di coscienza”. Athena, un polpo gigante del Pacifico, è il primo animale con cui Sy stabilisce un contatto. Ha due anni e mezzo e pesa diciotto chili. È un polpo “più volitivo della media: molto attivo e incline all’eccitazione”, come evidenzia facendo diventare la sua pelle rossa e bitorzoluta. Non c’è bisogno di lunghi preliminari, Sy e Athena si piacciono immediatamente. La donna le accarezza la testa trovandola “liscia come seta e più soffice della crema pasticcera” e il polpo, forse capendo di essere davanti a una donna, la tocca con le braccia, assaporando e riconoscendo quegli estrogeni che lei stessa possiede. Per Sy, Athena è “un portale” che la introduce a “un nuovo modo di pensare al pensiero” e la spinge - altro effetto da non sottovalutare – a guardare diversamente il nostro pianeta, “un mondo prevalentemente d’acqua”. Cosa scopre dalla lunga serie di incontri? La forza straordinaria di ognuna delle milleseicento ventose di Athena, la noia che l’assale se non ha niente da fare, l’istinto di fuga, il modo attraverso cui fa arrivare il cibo alla bocca, trasferendolo di ventosa in ventosa, il movimento degli occhi indagatori, dotati di palpebre. L’impressione, ammette Montgomery, è che Athena sia “più che umana, un essere che non ha bisogno di noi per essere completo”. Il “miracolo” è che il polpo abbia concesso ad un uomo di entrare a far parte del suo mondo. Sy avverte che, “accarezzandola nell’acqua”, ha superato una barriera: è entrata “nell’esperienza del tempo di Athena: liquida, scivolosa e antica, capace di fluire a un ritmo diverso da qualsiasi orologio”. Octavia, arrivata all’acquario dopo la morte di Athena, è molto diversa da chi l’ha preceduta. 

I polpi hanno personalità diverse. Octavia, cresciuta allo stato brado, è poco abituata alla compagnia umana. Quando Sy allunga il braccio nell’acqua, il polpo l’afferra con forza sorprendente: “La suzione era così forte che la sentivo attirarmi il sangue verso la superficie della pelle”. La caratteristica di Octavia è quella di mimetizzarsi, una vera e propria specialità dei polpi che “padroneggiano da trenta a cinquanta motivi diversi per singolo animale”. Octavia, avendo vissuto più a lungo nell’Oceano rispetto ai suoi predecessori, ne fa abbondante ricorso, a dimostrazione che si tratta di facoltà apprese e quindi segno della sua attività cognitiva. Quando depone le uova, Octavia smette di interagire con Sy e gli altri addetti dell’acquario. Lavorando senza essere vista – i polpi sono animali notturni – ha fatto uscire dal sifone centinaia di uova a forma di lacrima che intesse con cura in filamenti che poi incolla alle volte della tana, simili a grappoli d’uva. Probabilmente sono uova feconde, Octavia ha immagazzinato lo sperma quando ancora era libera nell’oceano. La cura delle uova, che distrugge il corpo del polpo, esprime devozione, forse ispirata da ormoni come l’ossitocina, che i polpi possiedono come gli esseri umani: proteggere le uova è il primo impulso dell’amore. Anche Kali è una femmina, ma rispetto ad Athena e Octavia, “è una raffinata miniatura”. Quando osserva gli esseri umani cambia continuamente colore della pelle. Perché lo fa? Per confondersi con l’ambiente o per “assomigliare a qualcosa di diverso da un polpo”? Oppure è una manifestazione dei cambiamenti d’umore? Kali vive in un barile di sottaceti, anche lei ha attraversato una vita ricca di incontri e di pericoli prima di arrivare all’acquario, per molti aspetti, rispetto agli umani, è “una sofisticata cosmopolita”. Non rifugge dai contatti con Sy, anche se, come tutti i polpi, è un animale asociale con i propri simili. 

Dopo la sua morte improvvisa, è sostituita da Karma, un altro polpo femmina, che, superata l’aggressività iniziale, diventa estremamente tranquilla. Rivela un’altra prodigiosa capacità dei polpi: Il suo braccio mozzato progressivamente comincia a ricrescere. Non disdegna la compagnia umana: è solita tirare la testa fuori dall’acqua per guardare Sy. Completamente bianca, ha una passione per un giochino di gomma con cui talvolta trascorre intere giornate. Anche con lei ritornano le domande che attraversano tutto il libro: cosa pensa? Come funziona la sua mente? Cosa significa, come scrive Godfrey-Smith, avere il cervello anche sulle braccia? Se è impossibile saperlo, è meno difficile ammettere cosa ci sia dietro il desiderio di chi cerca di scoprirlo: come riconosce Sy Montgomery, ogni interazione nasce dal tentativo di comprendere l’anima. Cosa sia l’anima è un altro problema.

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