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Che mostro sei?
Viviamo i mostri come scandalo e patologia, non li comprendiamo al modo degli antichi. I mostri invece, come i viaggi, i miti e le fiabe, possono essere un modo di camminare per vie oscure e tortuose verso una verità.
Ma non tutti i mostri sono mostri nello stesso modo e quelli moderni sembrano differenti: siamo immersi in una società dove il mostruoso sembra essere di casa, dove i mostri sono dis-animati, sono oltre l’umano e immersi in un mondo virtuale oltre la vita e la morte, in cui tutto si ripete sempre e non si muore mai. Sono come bloccati, non sono più natura e non sono più capaci di metamorfosi, hanno più a che fare con qualcosa che cancella la coscienza, che con qualcosa che la sollecita, e – come il Nulla che avanza e mangia il regno di Fantàsia nella Storia Infinita – sono senza corpo. Da portatori di senso ad apparati per distruggere il senso.
In ogni caso il mostro chiama a una riflessione, reclama una soluzione, come delle Sfingi ci interrogano e si trovano nei luoghi di passaggio della vita umana, abitano le soglie. Questo significa che li incontriamo nei momenti di crisi, quando tutti i punti di riferimento sono crollati, ed emergono sotto forma di domande che ci paiono spaventose, di alternative impensabili perché buttano all’aria gli equilibri della nostra vita precedente.
E allora che atteggiamento tenere? La risposta intelligente e frettolosa di Edipo? La Sfinge, lo sappiamo, vola via gridando e ne seguono disgrazie. Forse è più importante che certe domande ci accompagnino tutta la vita, invece che soffocarle con pacificanti risposte. Sappiamo anche che ci sono domande che non vanno fatte, ce lo insegna la fiaba di Vassilissa: è non chiedendo nulla sulle mani a Baba Yaga che avrà salva la vita. I mostri sono degli interrogativi, sollecitano la coscienza, è necessario interrogarli per capire che domanda ci pongono con la loro esistenza senza liquidarli con accomodanti risposte. Rilke, nelle Lettere a un giovane poeta, ci ha invitato a trovare le risposte vivendo.
Una domanda ben posta è già una strada e i mostri dobbiamo allora pensarli al di là dell’affermazione e della negazione, come l’interrogazione che ci permette di scoprire parti di noi non ancora note, parti in Ombra. Il mostro ci è alleato se lo ascoltiamo e lo accettiamo, se abbiamo il coraggio di guardarlo in faccia; ci è nemico se lo rifiutiamo, se ne abbiamo paura e fuggiamo quando si presenta. Infatti, le potenze mitiche cacciate dalla porta rientrano sfigurate dalla finestra, rimosse dalla coscienza subiscono una metamorfosi negativa e si manifestano – come ha detto Jung – in un modo distruttivo e disumano e finiscono per orientare il nostro vivere, e sono maestre delle nostre azioni.

Un contenuto psichico che si presenta come mostruoso chiede di essere accolto e, come un parto prematuro, incubato per completare lo sviluppo, per poter tenere insieme gli opposti in modo armonico. Sono un po’ come le vestigia di qualcosa che, per motivi ignoti, ha dovuto nascere troppo in fretta. Ciò che appare come mostruoso è allora, sempre per usare le parole di Jung un tentativo del divenire, di portare alla coscienza qualcosa, di divenire consci; è richiesto tempo e cura per venire alla luce, accoglienza e sguardo lungo, largo, e paziente.
Questo erano i mostri e le creature ibride che popolavano le chiese medioevali.
A volte questi contenuti mostruosi, in Ombra, per attirare la nostra attenzione ci fanno prigionieri – pensiamo a Bestia e Bella – devono essere un po' violenti con noi, gridare. Soltanto così prestiamo loro attenzione. Fanno così anche i bambini quando stanno male e vogliono essere ascoltati. Necessitano di uno sguardo che tenga insieme, veda, e ami: mostri come Bestia infatti hanno bisogno dell’amore di Bella per diventare Principi, o come Madama Raganella hanno bisogno del bacio di un Galvano. Per essere redenti hanno bisogno che noi si scelga di stare liberamente con loro, hanno bisogno che li guardiamo negli occhi, che li baciamo, che entriamo con loro in una relazione d’amore.
L’essere umano invece ha da sempre sentito il bisogno di proiettare i suoi mostri altrove. Il mostro è l’altro, lo sconosciuto. Proiettiamo sugli altri quello che temiamo. Ciò che appare come mostruoso e portatore di male chiede di essere chiamato con il nostro nome, come fa Ged, il protagonista della Saga di Earthsea di Ursula Le Guinn quando alla fine della sua vita deve affrontare il male. Non sa cosa farà quando lo incontrerà o cosa dirà. Alla fine lo chiamerà con il suo nome. Ciò che era mostruoso e tremendo non lo sarà più, perché Ged se lo è assunto: avrà così un volto famigliare e diventerà affrontabile.
Non dimentichiamoci che nelle fiabe i mostri sono guardiani di tesori e che, dove c’è un drago, può esserci una principessa da liberare.
Qual è la cosa che mi fa più paura?
Che nome posso darle per temerla di meno, per avvicinarmi?
In copertina, illustrazione di Arthur Rackham.
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