Byung-Chul Han, Il regime dell'informazione

22 Maggio 2023

Dal panopticon agli Apple Store, dalla sorveglianza e dalla repressione inflessibilmente esercitate sui corpi all’affermazione della libertà e della creatività più assolute promesse, in un gioco illusorio, dal multiverso digitale. Un passaggio epocale dal sistema disciplinare, che segna il primo orizzonte della modernità, al regime dell’informazione, forma di dominio propria il capitalismo nei suoi esiti estremi, attuali. Passaggio i cui tratti Byung-Chul Han, filosofo sud coreano naturalizzato tedesco, si propone di analizzare nell’ultimo dei suoi libri tradotti in Italia, Infocrazia (Einaudi, 79 pagine, 12,50 euro). Una ricognizione che, utilizzando più gli strumenti degli studi culturali che quelli della filosofia, punta a legare la comprensione delle logiche che governano i nuovi modi della comunicazione agli effetti (per Han devastanti) che essi hanno sui principî generali e sulle pratiche della democrazia, sulla possibilità di mantenere attivi canali di comunicazione fra gli esseri umani, sulla sopravvivenza dell’idea di verità.

“Chiamiamo regime dell’informazione – scrive Han – quella forma di dominio nella quale l’informazione e la sua diffusione determinano in maniera specifica e decisiva, attraverso algoritmi e Intelligenza Artificiale, i processi sociali, economici e politici”. Sono le tecnologie digitali, quindi, a fare la differenza specifica rispetto al passato. “Nella società dell’informazione – argomenta Han – gli ambienti isolati e chiusi propri del regime disciplinare analizzato da Foucault si dissolvono in reti aperte. Nel regime dell’informazione valgono i seguenti princìpi topologici: le discontinuità sono abbattute in favore delle continuità; al posto delle chiusure compaiono le aperture; le celle di isolamento vengono sostituite dalle reti comunicative. Nel regime dell’informazione gli esseri umani non si sentono sorvegliati, ma liberi. Paradossalmente è proprio il senso di libertà a garantire il dominio. Il dominio si compie nel momento in cui libertà e sorveglianza coincidono”. Perché gli esseri umani possano essere asserviti è necessario che si sentano liberi, il più possibile liberi, assolutamente liberi. Ecco allora il passaggio dal panopticon foucaultiano ai cristalli trasparenti del flagship store della Apple a New York, “un cubo di vetro, un tempio della trasparenza”. Gli individui non sono più costretti ad alcuna visibilità panoptica. Sono essi stessi, invece a mostrarsi continuamente, incessantemente, compulsivamente, in un continuum in cui la navigazione on line produce dati, l’acquisizione di dati genera profitti, i profitti confermano un ordine economico e sociale segnato dal persistente dominio del capitale. Più i singoli si espongono in performance in cui sono indotti a sentirsi liberi e creativi, più diventano, al contrario, controllabili e sfruttabili. “Producono se stessi – incalza Han – vale e dire, inscenano se stessi. Si espongono volontariamente alla luce dei riflettori, la bramano, mentre i detenuti del panopticon cercano di sfuggirle”. Tutto è apparentemente in chiaro nel mondo nuovo, lo stesso che, già oltre un decennio fa, Han descriveva in uno dei suoi testi più noti: La società della trasparenza (Nottetempo, 2010). La prigione digitale è translucida: il cubo di vetro della Apple suggerisce libertà e comunicazione senza limiti. Ma è un gioco truccato: “La sala operativa della trasparenza – scrive Han – è oscura”. Sotto il piano terra sul quale si apre, indistintamente e paritariamente a tutti, il flagship newyorkese della company creata da Steve Job c’è uno store di strumenti digitali: paradossalmente invisibile per eccesso di luce, la blackbox algoritmica ha come fine coperto la circolazione della merce-dati.

Gli effetti di tutto ciò? Han vede conseguenze innanzitutto sul piano della tenuta delle democrazie liberali. Le pratiche, gli assetti istituzionali propri delle democrazie liberali hanno accompagnato e sostenuto (sia pure in un processo non lineare e anzi decisamente contraddittorio e per molti versi conflittuale) la nascita e lo sviluppo del capitalismo. Di quello stesso capitalismo che invece ora, nei suoi esiti ipermoderni, liquida in maniera brutale l’impalcatura che lo ha sorretto per sostituirla con un ordine persino più totalitario di tutti i totalitarismi novecenteschi, persino più opprimente degli universi concentrazionari immaginati da George Orwell in 1984 e da Aldous Huxley nel Mondo nuovo. Il passaggio decisivo in questo percorso degenerativo è la cancellazione della sfera pubblica borghese così come Jürgen Habermas l’ha analizzata in Storia e critica dell’opinione pubblica, testo capitale, ricorda Han, per intendere la natura del legame tra comunicazione e democrazie liberali.

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Agli albori della democrazia il medium fondamentale è il libro. “Con il formarsi – scrive Habermas – di un pubblico generale di lettori costituito soprattutto da borghesi e da cittadini, emerge dall’interno della sfera privata una rete relativamente fitta di comunicazione pubblica”. Il discorso razionale orienta l’agire di individui che reciprocamente si riconoscono come attori in un contesto di pratiche comuni (l’habermasiano “mondo della vita”). L’agire sociale è sempre un agire comunicativo. Discorso e azione (valutazione e decisione) trovano nelle procedure della democrazia la loro cornice istituzionale. A rompere questo equilibrio interviene, in una prima fase, la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, della televisione in primo luogo. Nel 1962, data di pubblicazione del suo testo, Habermas coglie il processo nella sua fase iniziale: “Il dibattito di un pubblico di lettori cede di fronte allo scambio di gusto e di preferenza dei consumatori”.

I mass media sostituiscono agli attori della comunicazione razionale, all’opinione pubblica borghese, una compagine spersonalizzata composta di ascoltatori e di spettatori passivi. L’informazione assume i tratti della spettacolarizzazione, dell’intrattenimento; diventa infotainment, come già aveva rilevato a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, a processo ormai concluso, Neil Postman in un altro classico della letteratura sulla comunicazione di massa richiamato da Han, Divertirsi da morire (Luiss University Press, 2021). 

Oggi però, secondo Han, siamo ben oltre tutto questo. E sia l’analisi di Habermas sia quella di Postman necessitano di una radicale revisione. Nell’era dei media digitali la dimensione dialogica della comunicazione viene sostituita da un processo di diffusione virale dell’informazione (che Han chiama infodemia) che non solo cancella, come già avveniva nell’era della televisione, le procedure razionali di valutazione e di scelta attraverso le quali si produceva l’opinione pubblica borghese, ma, molto più radicalmente, annulla i rapporti dell’informazione con la realtà dei fatti. “Argomentazioni e giustificazioni – scrive Han – non possono essere veicolate da tweet o da meme. La coerenza logica che contrassegna il discorso è estranea ai media virali. Le informazioni hanno una propria verità al di là di verità e menzogna. Anche le fake news sono soprattutto informazioni. Esse hanno esercitato il loro pieno effetto già prima che abbia inizio un processo di verifica.

Le informazioni sfrecciano davanti alla verità e non vengono più raggiunte da questa. Il tentativo di combattere l’infodemia con la verità è perciò condannato al fallimento: l’infodemia è resistente alla verità”. Sparisce così non solo lo spazio pubblico di confronto, ma anche la possibilità di legare il discorso razionale all’effettività dei fatti. L’infodemia uccide l’idea di verità. Cadono i fondamenti illuministici delle democrazie liberali e si afferma una forma estrema di nichilismo, che va oltre la rottura nietzschiana. Han cita il Nietzsche dei Frammenti postumi (Adelphi, 2005) per dire che “malgrado il suo radicalismo, Nietzsche non mira alla distruzione della verità, poiché non nega la verità stessa. Ne mette a nudo solo l’origine morale”. “Quando si osserva intensamente – annota Nietzsche nel testo citato da Han – quanto siano contrapposti il mondo della realtà e quello della menzogna e quanto insicura sia ogni forma di vita umana una volta venuto meno il valore della verità posto per convenzione, allora ha inizio l’impulso alla verità: esso è una convinzione morale della necessità di una salda convenzione perché possa esistere una società umana. Perché cessi lo stato di guerra, l’uomo deve iniziare a fissare la verità, a trovare cioè una definizione valida e vincolante delle cose”.

Secondo Han, i media digitali cancellano l’impulso alla verità, presupposto “perché possa esistere una società umana”. E lo fanno attraverso un procedimento di de-fattualizzazione dell’informazione che espelle dalla comunicazione qualsiasi riferimento alla realtà dei fatti. Verità e menzogna stanno sullo stesso piano. Sono, entrambe, informazione, hanno, entrambe, la stessa dignità di informazione. Nel mondo della comunicazione digitale il fine non è, come nella sfera dell’opinione pubblica borghese, l’attivazione di una procedura condivisa di valutazione dei fatti; e nemmeno è, come nell’universo dei mezzi di comunicazione di massa segnato dal predominio della televisione, l’orientamento unidirezionale di masse passive da parte delle élites del potere. Il fine è, invece, la messa al lavoro di individui isolati in un processo in cui profitto e, insieme, controllo sociale sono garantiti dalla continua, virale, circolazione di dati attraverso la continua produzione di sé cui i fruitori dei social sono condannati. 

Nella capacità di cogliere con lucidità i nessi effettivamente esistenti fra i tratti ipermoderni del capitalismo, i modi digitali della comunicazione di massa e le nuove forme di asservimento e di dominio sta il punto di forza dell’analisi di Han. Il punto debole sta nell’assenza di conflitto che sembra caratterizzare i processi descritti. Il capitalismo digitale appare come un mostro che tutto uniforma a sé, un Moloch cui ogni cosa viene sacrificata, un’entità priva di sfaldature che riproduce se stessa senza contraddizioni. Un quadro analitico che Han ha sviluppato in maniera molto più sistematica in un altro suo libro: Perché oggi non è possibile una rivoluzione (Nottetempo, 2022). Un testo in cui la passivizzazione performativa di massa indotta dall’infocrazia si lega in maniera sistematica alla scomparsa di qualsiasi orizzonte di superamento dell’ordine dato delle cose. È una chiusura dello spettro critico che impedisce a Han, in primo luogo, di vedere le tensioni che all’interno del capitalismo permangono, sia pure in un contesto radicalmente mutato, fra capitale e lavoro; e in secondo luogo espelle dal campo della ricognizione critica anche le contraddizioni che agiscono al di fuori del rapporto stretto fra capitale e lavoro: conflitti, ben vivi nella contemporaneità, che hanno al centro la condizione femminile, l’ambiente, gli squilibri di potere neocoloniali, le appartenenze di genere, etniche, razziali, linguistiche e culturali. La realtà appare molto più conflittuale di quanto emerga dalle pagine di Han. La fine di vecchi mondi non significa la fine del mondo. L’orizzonte del cambiamento resta aperto.

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