Kiran Desai in ogni dove
Sono passati vent’anni da quando Kiran Desai pubblicò Eredi di una sconfitta, il romanzo che la consacrò come una delle scrittrici più interessanti della sua generazione e le valse il Booker Prize 2006. Vent’anni sono un lungo e corposo intervallo di tempo. Un lungo e corposo vuoto? Tutt’altro. Leggendo La solitudine di Sonia e Sunny (traduzione di Giuseppina Oneto, Adelphi 2026, pp. 762) ho avuto la costante sensazione di un pieno impossibile da contenere, non poteva che richiedere tempo per trovare forma, misura, compimento. E leggendo continuavo a chiedermi, di cosa parla questo romanzo? Di amore e desiderio? Di crudeltà? Di arte e di scrittura? Di viaggi scelti e subiti? Di arrivi e partenze? Di madri e padri? Di figlie e figli? Di case? Di incubi? Di fantasmi? Di reiterati tentativi di dimenticare. Di ricordi impossibili da cancellare? Di fughe? Di tutto questo ed altro, ma non riuscivo a trovare un bandolo, poi un dettaglio si è imposto alla mia attenzione, con l’insistenza propria dei dettagli, ovvero il libro che Sonia Shah sta leggendo – la prima volta in treno e poi sulla veranda della casa del nonno ad Allahabad, temporanea e sofferta destinazione al suo ritorno in India dagli Stati Uniti. Un libro «il cui mistero non veniva mai svelato ma si manifestava in ogni suo aspetto, e in questo modo unificava la narrazione e al tempo stesso la frammentava». Proprio questo libro portentoso incuriosisce l’ancora sconosciuto Sunny Batya, che al loro primo incontro riesce a dirle soltanto, «Ti ho vista in treno, leggevi un libro». E Sonia risponde, «A dire il vero non lo leggo. Tento, ma non ci riesco perché mi piace troppo. Lo prendo e lo lascio. Lo prendo e lo lascio».

Il libro che Sonia non riesce a leggere perché le piace troppo è Il paese delle nevi. Perché proprio questo libro? Sempre in cerca del bandolo di cui sopra ho ripreso il romanzo di Yasunari Kawabata e ne ho rilette delle pagine. Un paese di cieli ora ingombri di nubi, ora perfettamente limpidi, più che un luogo un’atmosfera in cui i due protagonisti quasi non compiono gesti, attendono, lontani l’uno dall’altra e in buona misura anche da se stessi. Difficile definire il loro legame. S’incontrano, forse si amano, si guardano, scambiano rade parole. Lo stesso sembra accadere a Sonia e Sunny, che anziché muoversi in un remoto paesaggio giapponese innevato e silenzioso, si muovono nel mondo, negli anni cruciali alla svolta del millennio, letteralmente in ogni dove: l’India delle loro diverse infanzie, il Vermont e New York dove studiano e iniziano una carriera professionale, l’Italia, il Cile, il Messico, poi di nuovo il loro paese. L’India contemporanea coi suoi colori contraddittori, spesso un nero assoluto. Dovunque si trovino, Sonia e Sunny sembrano essere altrove. Sono personaggi sfuggenti, in primis a se stessi. Colti, sensibili, di famiglie assai benestanti e non sempre irreprensibili, sperimentano negli Stati Uniti non il tipo di solitudine sociale e culturale dei migranti che Kiran Desai aveva raccontato magistralmente nel romanzo precedente, bensì la solitudine sottile e profonda delle relazioni amorose con la persona sbagliata. Nel caso di Sonia una relazione tossica con un pittore tanto seduttivo quanto violento e manipolatore. Leggendone le tele, il pensiero corre ai corpi lividi e scavati di Lucien Freud (e al magnifico memoir di Celia Paul, Self-portrait). Nel biancore evocativo di un inverno in Vermont, Sonia vive con lui una storia crudele che condizionerà la sua esistenza. Quanto a Sunny, grazie alla relazione con la coetanea Ulla sperimenta con curiosità un Labor Day in Kansas, «un’America che da solo non avrebbe mai visto. Una terra mitica, intrisa di ricordi: la miseria al tempo degli uragani di sabbia, i campi coltivati dagli immigrati, i balli studenteschi, gli eroi sportivi e le cheerleader... i veri cowboy che imprecavano e bestemmiavano negli allevamenti; uno zio coperto di tatuaggi che viveva in una roulotte, pecora nera della famiglia». Kiran Desai riesce a raccontare in modo tangibile i contesti dei quasi-incontri dei due protagonisti: le verande delle case indiane coi loro immancabili sussurri umani e animali, le gallerie d’arte glamour nei quartieri degradati di New York dove «i topi conoscevano ogni fessura e interstizio delle pareti e dei marciapiedi», le biblioteche, a est e a ovest, gli aereoporti, le calli veneziane, i villaggi messicani (nei quali filtrano l’atmosfera e il susseguirsi di luci dei racconti di Anita Desai, e per chi conosce entrambe le scrittrici è affascinante vedere in che modo madre e figlia condividano i paesaggi mentali), altrettanti palcoscenici di quel tipo di solitudine che ha a che vedere col bisogno di trovare se stessi, non importa dove, e con l’ostinato desiderio di scrivere, che dopotutto significa «distaccarsi dalla vita, isolarsi». Possibilmente al riparo dalle ingerenze e dalle aspettative famigliari. Possibilmente oltreoceano, dunque? Ma quale oceano? A Sonia e a Sunny un oceano pare non bastare. Né nella vita né nella scrittura. Del resto Sonia, accingendosi a scrivere un breve saggio, ci avverte, «Si può anche provare a scrivere una storia minima, ma non si può mai contenerne il senso, e impedire che si espanda in qualcosa di smisurato».

È il Kathasaritsagara, l’Oceano dei fiumi dei racconti della grande tradizione letteraria del subcontinente, non un semplice contenitore, bensì un archivio infinito e mobile di storie. Epiche talvolta, qualche volta magiche, tormentate da mostri e fantasmi, da esili e tradimenti, da piccinerie, malizie e piccoli eroismi quotidiani. Andando avanti nella lettura, ho avuto sempre più l’impressione che Kiran Desai, come l’antico poeta Somadeva, abbia voluto raccontarci il presente in tutte le sue sfaccettature. Non un mondo postcoloniale, bensì un universo svuotato di divinità, affaticato e disilluso. Zeppo di storie che si ripetono a prescindere dai punti cardinali. «Per imparare le cose del pino, vai dal pino», Kiran Desai fa suo il verso del poeta Basho e lo rimaneggia, «Per dipingere il bambù, vai dal bambù» e per raccontare il nostro pianeta tra XX e XXI secolo lo ha percorso in lungo e in largo, è tornata sui suoi passi, ha indugiato, scrivere richiede tempo, «bisogna studiare la storia e usare l’immaginazione». Del resto, quando il padre della protagonista era giovane, ancora «si vedevano in giro quei poeti leggendari che poi si sono stabiliti in Pakistan, e se sapevi rispondere verso con verso, ti accettavano nella loro cerchia, re o pezzente che fossi».
I poeti – altro paesaggio mentale che Kiran e Anita Desai condividono, la musica salvifica dei versi della grande tradizione islamica del subcontinente prima della Partizione – «avevano molto da dire sullo sradicamento, la migrazione, la perdita dell’amore». Sembra di udirne le voci, canto e controcanto, e Sunny, seppur di passaggio su quella veranda, vorrebbe «restare lì, accanto a Sonia... il crepuscolo in India dava sempre un senso di permanenza, di antico, di civiltà compiuta». Non ci resterà, inseguendo le proprie fragili aspirazioni riattraverserà l’Atlantico e approfitterà dell’inattesa green card per andare in Messico in cerca di una storia che continua a sfuggirgli. Non è un caso, forse, che il suo mentore sulle rive del Pacifico sia un coetaneo di nome Ulises. Ha un piccolo chiosco, odia gli expat e i turisti, «vengono qui, cazzo, e si comprano le case più belle sulla spiaggia, quando andiamo noi lì, ci trattano di merda». Ulises ha simpatia per Sunny perché non è un gringo, conversa con lui sorridendo del suo spagnolo incerto e lo rassicura sui coccodrilli del villaggio, che «si inoltrano tra le mangrovie in cerca di amore, passeggiano per la strada principale, ma non attaccano mai le persone» perché la gente dà loro da mangiare. Al contrario dei gringos, i quali sembrano non vedere le tante persone di pelle scura «che tengono a galla nazioni intere, i paesi dove sgobbavano e quelli in cui erano nati»; sembrano non sapere che «la storia di un immigrato è anche una storia di alieni, di come diventi un estraneo per gli altri e per te stesso». I racconti di Ulises, le sue circostanziate imprecazioni, scuotono Sunny. Le onde burrascose del Pacifico fanno riaffiorare il ricordo del Mar Arabico «che sciabordava tiepido e impacciato. Lì aveva imparato a nuotare». Non è un gringo, Sunny, ed è un buon nuotatore. Decide finalmente quale sarà il suo oceano.
Lo stesso dove Sonia sta rileggendo quello che ha scritto, chiedendosi se la forma funzioni, se abbia senso «un testo balbettante che custodiva storie e segreti secolari, di sirene e animali marini, di colonizzatori e spie, di mercanti e soldati, di pescatori e ciarlatani». La risposta, affermativa, è questo romanzo frammentario, con il suo fitto intersecarsi di storie, di personaggi, di dettagli talora incredibili. Specchio peraltro di cieli e oceani in cui ogni giorno si spostano moltitudini di esseri umani, ognuno deciso a plasmare la propria storia.