La democrazia insostenibile

1 Settembre 2026

Che la democrazia moderna – là dove ancora esiste o resiste – non stia troppo bene in salute è cosa detta e ripetuta da tempo – ma in realtà, da sempre la democrazia riflette su se stessa. Libri e libri sono stati scritti per capire le cause di questa malattia che oggi si chiamano populismo, sovranismo, reazione, fascismo, neoliberalismo – con personaggi come Peter Thiel e Trump.

Significa che ci siamo forse stancati di nuovo di democrazia, di partecipazione, di responsabilità, cioè di libertà e di politica, tanto che sembra essere tornata dominante una nuova voglia di fuga dalla libertà (come il titolo del libro di Erich Fromm) o di paura della libertà (titolo del libro di Carlo Levi), noi cercando di nuovo qualcuno, autoritario che decida per noi, noi evitando la fatica di dover pensare? E questa ricerca di una personalità antipolitica e autoritaria a cui delegare il potere politico non è forse analoga a quella delega cognitiva che stiamo dando all’intelligenza artificiale (Intelligenza Autoritaria secondo Giuliano da Empoli, qui la recensione), per cui: "non pensare, chiedi alla macchina che ti darà subito una risposta che dovrai credere esatta e vera; non approfondire, non perdere tempo, non abbassare la tua produttività, chiedi alla i.a. di semplificare ogni cosa" – cioè una nostra resa cognitiva analoga alla nostra resa politica di cittadinanza quando cerchiamo appunto qualcuno che pensi e decida per noi, promettendo di semplificarci la complessità del mondo?

La democrazia vive di politica, se virtuosamente intesa come partecipazione, come costruzione libera e consapevole di un progetto comune da parte di un noi collettivo che non dimentica la libertà dell’individuo (dell’io) e delle minoranze, fondandosi (almeno in teoria) su libertà, uguaglianza e solidarietà/fraternità. Per curare la democrazia oggi di nuovo malata – perché quasi sempre solo formale e mai sostanziale – servirebbe (permetteteci qualche riflessione) eliminare il veleno nero che la sta corrodendo dall’interno (nero, appunto come il fascismo, ma su tutto ci sono capitalismo e tecnologia, antidemocratici per loro essenza) – veleno che ampia parte del demos ama tuttavia assumere in dosi sempre crescenti credendo che sia un farmaco, cioè confondendo i due significati del termine pharmakon. Servirebbe uscire dall’egoismo neoliberale a cui siamo formattati da mezzo secolo e per il quale la società non esiste, esistono solo gli individui (quindi, conseguentemente non esiste, non deve esistere neppure la democrazia, perché senza società nessuna democrazia è possibile); analogamente per i sistemi tecnici, sempre contro una democrazia considerata un intralcio al funzionamento efficiente del sistema delle macchine e degli algoritmi. Servirebbero cioè – sembra il rimedio migliore – più politica e meno delega, più cosmopolitismo e meno egoismi e nazionalismi e secessioni, più umanesimo e meno capitalismo e meno tecnologia. Perché la politica è una necessità, come scrive in un recente saggio Carlo Galli (Necessità della politica, Cortina Editore), perché siamo animali politici e sociali, anche se il sistema economico e tecnico ci vuole monadi isolate perché così meglio integrabili nel sistema; perché senza gli altri diventiamo nessuno; perché la politica (Galli) inerisce "alla convivenza umana ma è anche l’azione che dà ordine al caos e norma un potere altrimenti sregolato, permettendo però anche di sovvertire l’ordine e il dominio".

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Le cose stanno invece diversamente per il filosofo e sociologo francese, detto di sinistra, progressista e libertario, Geoffroy de Lagasnerie: per lui il ‘problema’ è l’ideale stesso di democrazia con le sue procedure (voto, principio di maggioranza, parlamentarismo) e il relativismo delle opinioni e l’assenza di verità assolute – e cerca di spiegare perché la democrazia non sarebbe il migliore dei sistemi politici nel suo ultimo libro dal titolo provocatorio di L’anima nera della democrazia. Manifesto per un altro ideale politico (L’orma Editore, 2026, pag. 138, traduzione di Eusebio Trabucchi).

Un libro spesso ingenuo, che concentra l’attenzione soprattutto (è il suo limite) sullo Stato e su governi e parlamenti senza vedere i poteri veri e anti-democratici che minacciano la democrazia, appunto, capitalismo e tecnica e la loro costruzione di un mondo apparentemente plurale e persino libertario, ma in realtà uniforme, integrato, che impedisce esso sì ogni ipotesi di mutamento sociale, producendo un mondo a una sola dimensione; e tuttavia è un libro intrigante per le domande che pone e che per questo (è la sua utilità) chiama ciascuno a un confronto con le proprie idee e con quelle comuni di democrazia. E però è anche un libro contraddittorio – lo ammette lo stesso Autore.

Un libro che vuole un progressismo che sia “sotto il segno di una strenua difesa e protezione dei diritti trascendenti e inalienabili, nonché di principi fondamentali”, un progressismo che “deve rivendicare la ricerca di perfezionamento attraverso lo Stato”, ma che poi legittima (per il solo fatto di richiamarlo come una delle alternative possibili, senza però criticarlo né vedendo la contraddizione) il pensiero del filosofo libertario americano Robert Nozick; e poi scrivendo di sedizione (“se fosse questo l’atto politico per eccellenza e non il voto?”), di de-coabitazione (“se alla logica della maggioranza e della minoranza si dovesse preferire una pratica della de-coabitazione”) e cioè del diritto di sottrarsi a una società. Ma se il diritto è frammentato, se vince la sedizione/secessione e il divorzio dagli altri (pratica neoliberale, non certo libertaria) allora non muoiono anche i diritti fondamentali e inalienabili e non muore la difesa della biosfera, che impone invece una risposta globale?

Robert Nozick nel suo Anarchia, Stato, utopia (del 1974, ripubblicato di recente da il Saggiatore), teorizza lo Stato minimo e all’idea dello Stato-nazione oppone “la prospettiva di un mondo articolato in comunità politiche molteplici, in cui ognuno potrebbe vivere secondo le proprie aspirazioni, nel quadro delle istituzioni che meglio gli si adattano” (oggi si chiama sovranismo), uscendo “da una coabitazione forzata” – forzata? – imposta dalle democrazie.

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Le prime righe del libro pongono una domanda forte: “Chi non ha mai provato la sensazione politica di soffocare? […] Di subire, o vedere altri subire, misure che accentuano la violenza economica e sociale, degradano le condizioni di vita, aggravano la crisi ecologica o condannano migranti alla morte, senza capire perché si dovrebbe accettare di sopportarlo, e forse, peggio ancora, senza avere una reale capacità, nemmeno con i migliori argomenti del mondo, di impedire che tali misure vengano messe in atto. Chi non si è mai chiesto, ascoltando un uomo politico di destra pronunciare discorsi menzogneri o pericolosi sull’immigrazione, l’ecologia, la polizia, la delinquenza, l’assistenzialismo, il valore del lavoro: ma con quale diritto questa persona esercita o pretende di esercitare – il suo potere? […]. E, questione forse ancora più importante: dobbiamo davvero rassegnarci a subire tutto questo: Trump, Netanyahu, Bolsonaro, Thatcher, Bush, Orban, Berlusconi, Blair, Sarkozy, Johnson, Meloni, Milei, Macron…? Siamo forse condannati ad accettare che, solo per avere vinto un’elezione, un gruppo di governanti possa imporre un potere reazionario, autoritario o neofascista, sopprimere i diritti delle minoranze o i diritti sociali, inasprire la logica della repressione penale, intraprendere o sostenere operazioni genocide a Gaza…?”

E de Lagasnerie inizia a rispondere così (e in parentesi quadra inseriamo qualche nostra osservazione e controdeduzione – è un altro modo per recensire un libro): “Credo che non sia possibile essere progressisti senza intrattenere un rapporto ambivalente con l’idea di democrazia. Sappiamo d’istinto che la democrazia produce regolarmente risultati catastrofici [meglio sarebbe dire: può produrre, se…], ma non abbiamo alcuna idea di quale forma potrebbe assumere una differente organizzazione della politica e del governo. Ci troviamo in una sorta di impasse, attraversati al tempo stesso dal desiderio che le cose cambino e da un’incapacità di immaginare le modalità di tale cambiamento [immaginazione che anche de Lagasnerie richiama e sollecita, ma come tornare a immaginare se tecnologia e capitale ci permettono solo di adeguarci alle loro esigenze e trasformazioni e immaginazioni, per un mondo appunto a una sola dimensione, con il neoliberale non ci sono alternative e il mercato è la forma più che perfetta di democrazia o il tecnologico l’innovazione non si può né si deve fermare – e non è questa, ci domandiamo, la vera anima nera imposta alla democrazia?]. Siamo intrappolati all’interno di una cultura politica” – continua l’Autore – “in cui la democrazia funziona come un significante che non può essere superato, in cui l’idea stessa di una critica della democrazia, o quella di proporre una forma politica alternativa, vengono considerate tabù. Nel nostro immaginario non esiste un fuori rispetto alla democrazia, non esiste qualcosa di pensabile altrimenti”. In realtà, sembra non esistere più neppure un fuori da capitalismo e sistemi tecnici. Semmai è l’ultimo capitalismo tecnologico, quello digitale – il nuovo totalitarismo tecnico, dopo quelli politici del ‘900 – che si propone esplicitamente di fare a meno della democrazia, portandoci fuori dalla democrazia, automatizzando e amministrando tutto e tutti con macchine e algoritmi.

Ma procediamo: “E se dunque fosse giunto il momento di rompere il tabù della critica della democrazia?” – a cui è facile ribattere che la critica alla democrazia occidentale ha una lunga storia. Ma poi continua: “E se dovessimo finalmente considerare che le storture del nostro mondo siano dovute anche alla democrazia o all’ideale democratico?” – dietro cui esisterebbe appunto “un’anima nera della democrazia?” Certo, “questo non significa che tutte le difficoltà nascano dalla democrazia, ma alcune di certo sì”. E dunque occorre “un pensiero che vada oltre la democrazia”, con altri valori “per costruire un clima politico più libero, più giusto, più razionale, in una parola, più respirabile”. Valori come la giustizia, “che deve venire prima di tutto”, perché “non esiste alcuna relazione necessaria tra una procedura [democratica] e il suo esito e nulla garantisce che le forme democratiche conducano in sé a risultati giusti”. Vero.

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Ma come mettere la giustizia e l’etica davanti a tutto? E soprattutto, come generare una idea di giustizia se il tecno-capitalismo è sempre meno un regime economico e sempre più un regime ontologico e teleologico, cinico e violento e soprattutto ingiusto per sua essenza – e ne siamo formattati incessantemente – capace di produrre infiniti processi di veridizione favorevoli a sé (far credere vero ciò che il potere vuol far credere vero, così legittimandolo; insieme negare ciò che potrebbe delegittimarlo, come il vero del cambiamento climatico), posto che la menzogna non è solo dei partiti politici, ma è nella essenza del capitalismo?

Ed è quindi davvero immaginabile, come sostiene ancora de Lagasnerie, “una regolazione scientifica del discorso politico […] erigendo a valore fondamentale la veridizione piuttosto che opinione ed espressione”, se prima non si chiarisce cosa è scientifico e come contrastare la veridizione da parte del potere tecnico e capitalistico e scientifico, oltre a quella, come pure ammette de Lagasnerie, “determinata dal potere del denaro, dalla vicinanza ai grandi media, dalla semplificazione retorica, dall’adesione ai pregiudizi o dalla facilità oratoria”? E perché, continua, “non potremmo attribuire agli scienziati il potere di bloccare, in nome della ricerca, leggi e progetti di legge i cui presupposti contraddicono incontrovertibilmente le nostre conoscenze. […] Il progressismo avrebbe tutto da guadagnare”, continua de Lagasnerie, “nell’affermare il proprio legame costitutivo con la veridizione”, decentrando il potere e “facendone uno spazio vincolato e sottoposto ad altre razionalità” – giusto, ma quali? E come “sostituire una cultura di tipo scientifico a una cultura di tipo democratico” e “sottoporre almeno in parte la politica a controlli autonomi di carattere scientifico, ampliando la libertà accademica”, se la scienza da tempo non è più autonoma e libera e se cultura scientifica e soprattutto tecnica sembrano già egemoni? E perché non rendere invece possibile la proposta di Bakunin – citata ma ritenuta impossibile – cioè non un governo della scienza ma far circolare il sapere nella società attraverso l’educazione, così che tutti possano essere informati e consapevoli prima di prendere una decisione che alla fine sarà condivisa, consapevole e giusta? Ci definiamo società della conoscenza ma il sapere è sempre più nelle mani degli specialisti (e del capitale) e il potere ci illude di sapere chiedendo le risposte all’intelligenza artificiale.
de Lagasnerie guarda con interesse alla democrazia deliberativa (che tuttavia è “una definizione inadeguata se non fuorviante”); a quelle esperienze che si basano, ad esempio, sull’estrazione a sorte di gruppi ristretti di individui “incaricati di deliberare su una questione precisa, con l’obiettivo di formulare proposte dopo avere ascoltato scienziati, esperti, giuristi, militanti e specialisti che hanno lavorato sul tema”. Il problema (con cui de Lagasnerie non si confronta) è che oggi, ma non da oggi, se esistono le leggi cui si potrebbero applicare i principi suggeriti, esiste un mondo di norme e di normazione/normalizzazione/domesticazione sociale (il taylorismo, il dover essere trasparenti per il Big Data e per l’alimentazione delle macchine, il dover consumare sempre di più e il dover accettare, ultima, l’intelligenza artificiale), oltre che di regimi regolatori ultra-statali e per l’applicazione di standard globali, che si impongono come dati di fatto producendo di fatto un colossale deficit di democrazia. E di deliberazione.

E dunque, più che un fuori della democrazia e una fine della politica – come auspica de Lagasnerie, ma come realizzano già di fatto capitalismo e tecnologia – non servirebbe ridare un senso autentico, razionale e radicale-libertario alla democrazia rovesciando i rapporti di forza tra tecno-capitalismo e democrazia?

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