Marjane Satrapi era ed è
Un mese fa moriva a Parigi Marjane Satrapi.
Cominciamo col dire che era (è, mi viene ancora da scrivere) una donna intelligentissima. Basta guardare uno dei numerosissimi video che circolano in rete, nei quali risponde con quel suo modo diretto e profondo insieme a un giornalista, oppure tiene, senza curarsi di etichette e buone maniere, una prolusione in qualche università in giro per il mondo. O basta leggere quel bellissimo intervento, pubblicato ormai vent’anni fa su Micromega, che Satrapi dedica al suo libro preferito: Se questo è un uomo di Primo Levi.
Intelligenza, ironia, anticonformismo e umanesimo risplendono sempre nelle sue parole e sul suo volto, mentre Satrapi ragiona del suo lavoro artistico, tra cinema e fumetto. O quando parla della complessità della sua storia personale: famiglia di origine nobile, la sua, regale addirittura – con un bisnonno Scià dell’Iran nella seconda metà dell’800 – che scelse invece di rinascere comunista e ribelle, pagandone il conto con povertà, prigione e lutti. O quando viene sollecitata a parlare delle donne iraniane e della libertà femminile, soffocata dalla violenza del regime degli ayatollah e dalla sollecitudine dei suoi ottusi uomini barbuti a guardia della Rivoluzione; e lei ogni volta a sottolineare che quella libertà negata non è mai, mai del tutto vinta, perché le iraniane sono sempre pronte a trovare nuovi spazi e gesti privati di ribellione, per esplodere poi pubblicamente e coraggiosamente in proteste e manifestazioni. O quando, più in generale, descrive la condizione di guerra e repressione permanente in cui vivono da decenni gli iraniani tutti, senza però mai lasciarsi schiacciare in una visione preconfezionata a una dimensione, ad uso e consumo del pubblico europeo, portando a galla sempre i contraddittori e reciproci rapporti, e reciproci stereotipi, che corrono tra Oriente e Occidente.
Del resto, di intelligenza ce ne vuole molta per riuscire a raccontare con grazia e leggerezza (nel senso di Italo Calvino) la propria storia e la storia del proprio paese come ha fatto Satrapi con il suo fumetto d'esordio. Stiamo naturalmente parlando di Persepolis, uscito in Francia tra il 2000 e il 2003 e poi trasposto in una felice versione animata nel 2007, che rimane il suo libro più noto e letto. Grazia e leggerezza che non rinunciano mai alla complessità del mondo, come pure non addolciscono il dolore e lo squallore del mondo e degli uomini, ma che riescono anzi a sublimare perfettamente l’una e gli altri in risultati efficacissimi, appoggiandosi ai pochi e semplici mezzi del fumetto (sinteticità e semplicità sono la forza della nona arte).

Persepolis è innanzitutto un racconto di formazione – situato, personale, eppure comprensibile a tutti e universale – che si snoda nei marasmi e nei tumulti che seguirono la rivoluzione iraniana del 1979. Satrapi aveva dieci anni quando il paese esplose, costringendo alla fuga lo Scià – che aveva orchestrato la destituzione coloniale di Mohammad Mossadeq nel 1953, reo di aver nazionalizzato il petrolio iraniano andando contro gli interessi occidentali – e portando al potere Khomeini e i suoi sgherri. Persepolis ci mostra la complessità di intenti, speranze e forze contrapposte che si attivarono in quei mesi del 1979: la teocrazia di Khomeini scaturì dalla rivoluzione, ma la rivoluzione popolare avrebbe potuto avere esiti anche diversi, come auspicavano i comunisti e gli altri militanti di sinistra che presero parte alla cacciata dello Scià, e che poi furono massacrati dagli ayatollah. E di anni Satrapi ne ha venticinque quando nel 1994 abbandona definitivamente la sua famiglia, gli amici e il paese – come mostra l’ultima struggente pagina del fumetto – per non farci più ritorno.
La fumettista e regista iraniana, esiliata a vita in Francia, ha più e più volte sottolineato di non essere né una sociologa né una storica, e neanche un’attivista politica, ma “solo” un’artista. Non c’è dubbio che sia così. Eppure, a me sembra che quello che rende Persepolis così unico e potente sia lo sguardo per così dire antropologico dell’autrice. Uno sguardo che si pone dentro, in mezzo alle situazioni umane e storiche che le capita di vivere – a partire dalle più difficili, tragiche e violente, con i costi personali che derivano da tutto questo – ma che nel contempo riesce ad assumere una prospettiva esterna, facendo cioè proprio un punto di vista Altro che permette di leggere le situazioni come da fuori, riportandole al loro nocciolo razionale ed emotivo, profondamente umano, e rendendole così intelligibili e universali. Uno sguardo antropologico, questo, che mi sembra in effetti molto vicino a quello di Primo Levi.
«Nella tua vita conoscerai parecchi imbecilli. Se ti daranno dei dispiaceri, pensa che è la loro stupidità che li induce a farti soffrire. Questo ti eviterà di ripagarli con la stessa moneta. Perché non c’è nulla di peggio a questo mondo del rancore e della vendetta. Cerca di mantenerti sempre onesta e degna di te stessa», dice a metà del libro il vero personaggio indelebile del fumetto: l’amatissima nonna della protagonista. Resistere alla ferocia senza essere consumati dall’odio e dalla sete senza fondo della vendetta, questa è la lezione morale, che dal punto di vista narrativo vuol dire svelare, come una perla che si forma nell’attrito con il mondo, le assurdità e le ingiustizie profonde della realtà, e quindi anche i suoi lati paradossali e comici.

In Persepolis questo sguardo antropologico, che ne è la cifra, cambia e muta nel corso dei capitoli. Nella prima parte – la più divertente – lo scarto di visione è nell’alterità dello sguardo di bambina che osserva il mondo degli adulti: la religione, la politica (i dialoghi con Dio e con Marx!), la scoperta della propria avventurosa storia familiare, i rapporti con la balia e la coscienza di classe, la lettura come apertura al mondo, la violenza della repressione e la solidità dei valori di libertà e giustizia (il personaggio dello zio Anush) e, soprattutto, il rovesciamento dei sogni e della gioia della rivoluzione nell’incubo feroce della Repubblica Islamica.
Nel secondo capitolo, che è in risonanza con l’ultimo, lo sguardo antropologico è quello che svela come il totalitarismo e lo sforzo bellico (la terribile guerra con l’Iraq, iniziata nel 1980 da Saddam Hussein, e durata per quasi un decennio, lasciando milioni di morti sul campo) siano profondamente intrecciati: si scivola nell’abisso un passo alla volta, grazie alla paura e all’abitudine alla morte, che nutrono la doppia testa del fanatismo e dell’indifferenza. Ma Satrapi ci mostra anche come si possa resistere all’idra totalitaria con gesti all’apparenza insignificanti, come comprare cassette illegali al mercato nero o appendere poster punk ai muri della propria cameretta.
Nel terzo capitolo, quello che si svolge a Vienna (dove Marjane è stata mandata dai genitori per sfuggire al clima ormai irrespirabile del regime), Satrapi mette in scena l’antropologia rovesciata di noi occidentali, delle nostre società ipocrite e sature di pregiudizi verso gli stranieri (persiani e arabi sono la stessa cosa, gli islamici sono tutti terroristi…) e verso la propria presunta e innata superiorità morale e politica. Ma lo fa senza furori ideologici, piuttosto con una passione e una pietà sempre accesa verso gli altri e verso sé stessa, quella sé stessa adolescente e sola, immigrata ed esule tra coetanei infantili e nichilisti che, a differenza di lei, non hanno conosciuto né guerre né rivoluzioni. A Vienna Marjane rischia di perdersi in un nuovo tipo di indifferenza – che ti lascia morire a 18 anni per le strade di una grande e civile capitale europea – ma alla fine, e per fortuna, riesce a superare la prova di questa difficile educazione sentimentale e sociale.
Educazione che, un’altra volta, si scontra nel capitolo finale con il ritorno in Iran, dove Marjane, che all’estero era irrimediabilmente iraniana, si scopre troppo europea agli occhi dei suoi amici rimasti in patria, nella contraddizione dolorosa di ritrovarsi finalmente a casa ma in un paese sempre più soffocante e violento. Si sposa con un ragazzo che in fondo non ama, frequenta la scuola d’arte tra divieti parossistici (le lezioni di disegno libero di nudo… senza nudo) e feste clandestine, finché il peso della morte e della repressione, e di contro il bisogno di libertà e di vita, non la spingono di nuovo a ripartire; questa volta per sempre.

Come Satrapi mette in scena dal punto di vista narrativo e grafico tutto questo materiale biografico, storico, politico ed etico? Lo fa da vera fumettista – come, prima di lei, era riuscito ad Art Spiegelman con Maus – capace di sintesi estrema nel tratto, saturo di bianco e soprattutto di nero, che in pochissime linee riesce a tratteggiare il carattere dei personaggi, la loro espressività, senza perdere, anzi riuscendo sempre a colpire e affondare, in emozione e comunicazione. E con un controllo perfetto del ritmo della tavola e delle vignette, non come tanti autori che l’hanno seguita lungo le strade impervie del memoir e dell’autobiografia, graphic novelist spesso celebrati ma in realtà poveri di mezzi e consapevolezza del linguaggio fumettistico. In questo Satrapi è stata certamente una delle rappresentanti migliori di quel gruppo di autori che dalla metà degli anni ‘90 convergevano intorno all’Atelier des Vosges a Parigi (Christophe Blain, David B., Joann Sfar, tra gli altri) e che, grazie anche all’enorme successo di Persepolis, riuscì a rinnovare temi e stili della bande dessinée e della tradizione della linea chiara franco-belga.
Con gli iraniani ingabbiati nel nuovo disperante scenario che si è aperto a febbraio con l’aggressione criminale di Trump e Netanyahu, che ha rinforzato il regime islamico e sparso altri lutti e distruzioni tra la gente del Medio Oriente, rileggere Persepolis oggi ha un effetto devastante. Come devastante è stato apprendere la notizia della morte di Marjane Satrapi, sapere che la sua voce non avrebbe più potuto risuonare in questo tempo feroce, appesi come siamo al filo di esili cessate il fuoco segnati da bombe e morti, quotidiani come bollettini meteo, e da vecchi e nuovi autocrati che danzando su cadaveri e macerie si fanno ogni minuto boccacce e ammicchi osceni.
Satrapi è morta di tristezza – recita la nota della famiglia che ha accompagnato la notizia – a meno di un anno dalla scomparsa del suo compagno di vita e di creatività: lo sceneggiatore, produttore e attore svedese Mattias Ripa. Ci sono soglie di dolore e intimità oltre le quali non ci si può spingere. Quello che possiamo dire è che Marjane Satrapi era un’artista di una sensibilità davvero rara, capace di incamminarsi lungo le strade del cuore più difficili e ardue. Come quando in Pollo alle prugne racconta la voglia di farla finita di Nasser Ali Khan, musicista iraniano che decide di lasciarsi morire in soli sette giorni, descrivendo ora per ora l’affollarsi di ricordi, rimorsi, insoddisfazioni, bivi e strade percorse e poi abbandonate, sempre più in preda a quel demone sornione che lo ha lasciato senza più arte, senza più amore, senza più voglia di vivere.
Rimane solo un’immagine, alla fine, come un ricordo o un sogno. Una bambina mezzo addormentata osserva la silhouette di una donna che si veste nel buio del mattino. Una pioggia di petali di gelsomino scivola sul pavimento, dal suo reggiseno. Immagine dolcissima, potente e inafferrabile: dell’arte, dell’amore, della vita.
In copertina, Marjane Satrapi during a premiere of her film Persepolis, fotografia di Rama - Wikimedia Commons.