Virginio Baio e l’antenna dei bambini

8 Ottobre 2026

La prima volta che ho letto Virginio Baio, La violenza come domanda, è stato un paio d’anni fa: in quel periodo insegnavo attivamente nelle classi e mi trovavo quasi quotidianamente a confronto col tema della violenza adolescenziale. La violenza come domanda è un saggio di poche pagine scritto a partire proprio dall’esperienza di Baio come psicologo nelle scuole per aiutare a sbrogliare alcuni “casi” difficili – bambini che brandiscono coltelli, sfondano vetri, gridano nei corridoi. L’origine della sua scrittura è clinica, radicata nelle pratiche e nelle esperienze. La tesi principale di quel breve scritto – che ho usato in diverse formazioni e confronti tra colleghi – è in fondo molto semplice ma fondante: ogni forma di violenza è una domanda e richiede innanzitutto una qualche forma di interpretazione e comprensione. Un assunto in fondo pienamente psicoanalitico: l’umano, ogni umano, ha una sua logica. È questa la grande rivoluzione iniziata da Freud. 

Dalla prima scoperta di Baio ad oggi, ho continuato a cercare i suoi contributi, sparsi tra riviste di nicchia e atti di convegno mai tradotti, in attesa che qualcuno pubblicasse un vero e proprio testo per il pubblico italiano. È quanto ha fatto ora la casa editrice Quodlibet, raccogliendo il racconto e l’analisi che Virginio Baio fa dell’esperienza dell’Antenna 110 di Bruxelles, il centro di trattamento e di cura per bambini autistici nel quale ha lavorato per decenni. Il libro (postumo) si chiama Anche i bambini hanno un’antenna ed è una straordinaria antologia-strumentario di clinica dell’autismo. 

Il volume è uscito per la collana “Campi della psiche. Lacaniana” diretta da Antonio Di Ciaccia e non poteva essere altrimenti dato che proprio l’esperienza dell’Antenna 110 a Bruxelles deve ad Antonio Di Ciaccia la sua fondazione a metà degli anni ’70. E sempre a Di Ciaccia si deve l’ideazione della pratiques-à-plusieurs (la “pratica-a-più-persone”) quale tentativo di «risposta al lavoro impossibile con quei bambini che vengono chiamati autistici». Questa nuova uscita degli scritti di Virginio Baio è dunque da salutare con assoluto favore perché non solo arricchisce il panorama italiano delle riflessioni sulla “pratica in istituzione” a taglio psicoanalitico, ma affonda anche nel vivo dell’esperienza di Baio e dell’Antenna. 

L’originalità dell’Antenna di Bruxelles, se comparata ad analoghi centri, consiste nel prendere in carico dei bambini marcati da una patologia grave per mezzo di una pratica innovativa. Jacques-Alain Miller battezzerà nel 1992 questa pratica «pratique-à-plusieurs in istituzione». Il centro tratta e cura bambini autistici e psicotici, oltre a casi di grave nevrosi. Con quale teoria dell’autismo, ad orientare gli interventi? Consideriamo che nel 1968 il più autorevole Dizionario critico di psicoanalisi di Rycroft definisce l’autismo infantile come «una psicosi dell’infanzia, in cui il paziente manca di qualsiasi capacità di avere fiducia o di comunicare con chiunque, è muto o ha disturbi complessi del linguaggio, e sarebbe diagnosticato come un ritardato mentale se non fosse per la sua capacità di maneggiare oggetti inanimati». Dieci anni più tardi, nel 1978, Giovanni Jervis nel suo Manuale critico di psichiatria scrive: «l’autismo infantile è una condizione psicotica affine alla schizofrenia, che consiste essenzialmente nella perdita di rapporti umani da parte del bambino: questi si chiude in sé stesso intrattenendo rapporti solo con oggetti, e trattando le persone come oggetti inanimati». Dell’autismo si era capito ancora poco.

Nell’antenna di Bruxelles la questione è affrontata a partire da una convinzione: il bambino psicotico crede che l’altro voglia “godere” di lui e deve dunque difendersi. Da lì la chiusura all’esterno, la perdita del legame sociale, il rifiuto dell’altro. L’interesse clinico non è più tanto sull’eziologia (da dove viene l’autismo?) quanto, più laicamente, orientato a inventare una strategia di intervento. Non è più questione né di separare i figli dalle madri, né di trattare chimicamente il supposto disturbo organico. Si tratta, se mai, di aiutare il bambino a emergere come soggetto nonostante/attraverso la sua psicosi e il suo delirio. 

Nel libro Virginio Baio ci fa entrare poco alla volta in questo mondo difficile e singolare che è l’autismo, facendoci capire pazientemente che nessuno cura nessuno. I bambini autistici non sono degli oggetti da aggiustare. Al contrario, sono i bambini stessi che realizzano il proprio trattamento, e per questo debbono essere loro stessi ad “autorizzare” gli operatori del centro ad associarsi al trattamento. Prendiamo ad esempio le stereotipie, i battiti, i gesti ripetuti: essi vengono interpretati non come qualcosa da correggere ma come tentativi di elaborazione compiuti dal soggetto. Il bambino è sempre al lavoro, e non è quindi questione di fare una psicoanalisi o un trattamento particolare. Si tratta, tutt’al più di aiutare il lavoro che il bambino compie, poiché spesso questo lavoro non riesce ad iscriversi. A questo servono i partner: “i partner devono sapere che, sotto i ‘battiti’ che il bambino applica a un oggetto, c'è un soggetto che è già al lavoro. Ma devono anche saper ‘non sapere al posto del bambino’. Devono sapere che solamente il bambino autistico sa di quale elaborazione ha bisogno e che cosa vuole realizzare. Più il bambino elabora e più prende ‘un posto’, prende posizione, si impone nel legame sociale. Il gusto per l'apprendimento sorge. Se manca questo primo tempo, si può curare, addirittura educare un bambino, ma il rischio è quello di una sorta di rivestimento, di una ‘robotizzazione’”.

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Bounce castele, 2023 © Larry Madrigal.

L’idea della pratica à plusieurs, in cui più operatori si associano a un bambino, è allora quella di non prendersi come unici partner e fare ricorso ad altri, associandosi ai bambini affinché costruiscano la loro particolarità. Nessun operatore può pensare di sapere tutto sul bambino autistico ma ciascuno è anzi chiamato ad aprire uno spazio per un’invenzione singolare che è il bambino stesso a dover compiere. Ciò significa costruire un campo nel quale ogni bambino vada al passo della sua particolarità, al passo della sua questione e della sua risposta particolare che solo lui può trovare e inventare. Essere in molti richiama allora all’idea della “costellazione transferenziale” di cui ci parla spesso Pierre Delion riprendendo Jean Oury. La moltitudine, la trasversalità, il coro, la pratica à plusieurs, c’è un’idea nella pratique institutionnelle secondo la quale il numero e gli scambi, proprio perché mettono il soggetto in contatto con una pluralità, offrono degli ancoraggi per l’iscrizione della soggettività e sono quindi “curativi”. 

Ogni soggetto (anche il soggetto autistico) è infatti in cerca di un posto. Come darglielo? L’équipe o il singolo operatore deve rivolgere un’offerta “obliqua” al bambino per invitarlo ad uscire dal suo isolamento, consentendo ai partener di associarsi al suo lavoro di elaborazione. A questo fine sono organizzati svariati atelier tematici legati ai desideri di operatori e bambini: ogni educatore propone laboratori a partire dai propri interessi o intercettando i punti di fissazione del bambino. Nel testo viene citata un'ampia varietà di offerte: laboratori “pizza”, “fuoco”, “musica”, “ritmo”, “danza”, “mattoni”, “pane”. E man mano che l'elaborazione del bambino si stabilizza, le offerte si estendono alla vita sociale e alla scuola con laboratori come "treno", "fare la spesa", "cinema", "mostre", fino a "computer", "dizionario", "fumetti" e "scritti”. Queste attività sono un’occasione di scambio e di iscrizione. 

Ma le costruzioni che i bambini compiono produrranno un effetto di iscrizione, solo ad una condizione precisa: che esse siano recepite da qualcun altro. Per fare ciò è necessario che gli operatori si pongano come «segretari», come «scribi», come le figure presso cui questi bambini possono realizzare, depositare e fissare le proprie costruzioni (alle volte basta un gesto o un suono per segnalare la registrazione dell'atto del bambino). In questo modo l'operatore sostiene contemporaneamente la posizione da cui il bambino parla e ciò che, parlando, il bambino dice. 

E perciò a bambini che sembrano sordi, muti e ciechi si sceglie di «dare la parola»: le giornate all’antenna iniziano con una riunione di parola, dove nessuno è obbligato a cedere la parola, e nessuno può impedire a chi ha la parola, anche se si zittisce, di «parlare tacendo». Occorre farsi partner della «presa di parola del soggetto», creando un luogo in cui gli educatori garantiscano uno spazio in cui ciascun bambino possa avere il proprio posto, il proprio momento: “e anche se sembra che questi bambini non dicano niente, gli operatori rispettano e fanno rispettare agli altri bambini la parola o il silenzio di chi ha la parola, perché anche il silenzio è preso per una parola. Tutto (rumori, occhiate furtive, il voltarci le spalle, un rumore di sedia) è considerato parola. […] È questa una manovra non per mirare ad un simboleggiare, ma per restituire al soggetto psicotico la sua enunciazione”. 

La questione, posta nei termini generali, è allora quella di essere presenti all’appuntamento con il soggetto. Tutta la pratica clinica à plusieurs, organizzata intorno alle ipotesi della psicoanalisi ma senza applicare il dispositivo analitico, si fonda sul dare a ciascuno il suo posto, affinché ognuno sia inteso, sia preso in conto. Farsi partner del bambino significa convergere su una strategia per la quale si rispetta l’elaborazione del bambino, facendosi destinatari di quanto il bambino porterà all’appuntamento. Non è questione di avere una verità sul soggetto preso nella relazione di cura, quanto piuttosto di accompagnare il bambino nella rettifica dell’Altro malato, ovverosia la sua psicosi. Quando si fa la riunione di parola, è perché si fa l'ipotesi che là sotto, sotto quel mutismo del bambino, c'è un soggetto che prende posizione: “è compito degli operatori scoprire tutto questo. Il pericolo è che gli operatori, in modo debile, arrivino con il loro sapere, con il loro materiale terapeutico, per applicarlo, senza interrogarsi prima di tutto su che posizione soggettiva c'è in quelle manovre del bambino. Ciò che conta è fare prima di tutto un posto al soggetto, domandandosi non cosa debbano fare gli operatori, ma cosa stiano già facendo questi bambini”.

Tutto ciò è reso possibile da una strategia comune all’équipe, che funziona in un moto continuo di offerta dell’équipe, risposta del bambino, interpretazione di una logica, rilancio dell’offerta. Dalle ipotesi teoriche al lavoro clinico la circolarità è continua. Ogni volta si tratta di verificare se il bambino “morde” l’offerta che gli viene fatta. Nell’abbandonare il furor sanandi, si riesce a ricavare il tempo necessario a ciascuno per l’iscrizione del proprio lavorio su di sé. 

Ecco questa pratica in istituzione s’inscrive in una tradizione molto ricca, che ha dei padri teorici citati anche nell’introduzione al libro: Tosquelles, Oury, Mannoni. Una genealogia chiara, nata nel solco del magistero teorico della psicoanalisi di Sigmund Freud e Jacques Lacan. Grazie a quella corrente è ancora oggi possibile opporsi a tutti i manuali diagnostici deficitari e affermare che l'obiettivo non è mai la normalizzazione, ma far emergere il bambino o l'allievo come soggetto e attivare il motore del suo desiderio. Perché tutto ciò che viene dal soggetto ha una logica, è questa l’ipotesi fondamentale di Freud: ogni rifiuto può essere spiegato. 

Il libro di Virginio Baio e l’esperienza dell’Antenna sono un’ottima occasione per continuare a riflettere sul trattamento delle psicosi e delle nevrosi infantili (ma anche più in generale sul rapporto del soggetto con il proprio desiderio e con l’Altro), facendo appello a un’antropologia psicoanalitica che fa del rispetto del soggetto e della sua singolarità la vera condizione di possibilità per la sua evoluzione. L’assenza di un sapere precostituito apre infatti a possibilità di elaborazione insperate. Nel rifiuto della robotizzazione e di ogni forma di “adattamento superiore” o meccanico, si apre uno spiraglio affinché ciascun soggetto costruisca una trama singolare.

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