Garde à vue

Adesso che il 4 agosto ha ottenuto l'asilo, adesso che l'8 agosto, al mio ritorno dalla Svizzera, l'ho trovato ad aspettarmi alla Gare de Lyon, provo a raccontare di quella volta che non ce l'ho trovato.

 

Il 19 luglio sono arrivata a Gare de Lyon con il TGV delle 19:50 e una torta di compleanno per S., e in testa al binario S. non c'era. Mi sono innervosita, quella rabbia mista a paura che pervade gli abbandonici al minimo segnale di assenza. Ho passato in rassegna tutto quello che si muoveva con l'unico occhio buono mentre l'altro, ancora acciaccato dall’operazione, cercava il numero, anzi i numeri di S. in rubrica. Ho chiamato sul samsung ed era staccato, ho chiamato sul nokia, dove S. tiene la scheda lyca mobile per comunicare con tutto il Sudan, e suonava a vuoto. Ho lasciato un messaggio in segreteria:

– S., dove sei!, dai, cazzo, non si fa!

Ho chiamato Eléonore, che meno abbandonica di me, e quindi più spaventata, ha detto:

– Merda, – a bassa voce, stava facendo baby sitting, – merda, è strano. Non il ritardo, il fatto che non ti risponda.

Ho chiamato F., l'amico inseparabile di S.:

– He is in Gare de Lyon.

– No F., non è qui.

– Te lo assicuro, eravamo a République insieme, è andato via alle cinque dicendo che veniva a prenderti.

– Alle cinque? Tre ore in anticipo? Dev’essere andato da qualche altra parte, prima.

E di nuovo prevale la rabbia. Questo disgraziato non può fare a meno di andare alla Chapelle [non Porte de la Chapelle, quel posto ridente ai bordi del Périphérique dove hanno evacuato l'ultimo accampamento lo scorso venerdì, ma il QG parigino dei sudanesi, che dopo la campagna di denigrazione del quartiere indetta dalla destra alle ultime legislative – “spacciano, rubano, molestano le donne” – la polizia rastrella allo sfinimento].

– Could you try to call him? Leave him a message?

S. non risponde neanche a F., che gli lascia un messaggio.

 

E io, cosa faccio? Vago per la stazione, caso mai avesse confuso il binario (la rabbia riaccende quel che resta di pregiudizi) e stesse vagando nell'altra hall. Sono le 20:10.

Mi squilla il telefono:

– Allô, madame Balmelli? Connaissez-vous monsieur M. S. A.?

– Sì, certo, è il mio compagno.

– Et bien, il est en garde à vue chez nous.

– En garde à vue?

– Sì signora, era in possesso di un telefono rubato.

Penso al samsung staccato.

– Senta, – il mio tono è sorprendentemente autoritario, – sono la sua compagna e le assicuro che quel telefono gli è stato venduto, e l’ha pure pagato 200 euro.

– Signora, non sarei neanche tenuto a darle quest’informazione, vedremo domani mattina quando comparirà davanti al magistrato, sicuramente passerà la notte qui. Avrà sue notizie domani.

Riattacca e io immagino la scena: retata alla Chapelle, S. che spavaldo non batte ciglio ["in un anno ho visto portar via tanti amici e me non mi hanno mai fermato"] e se ne sta lì a farsi arrestare.

È passato un mese e non so più dire se a quel punto continuava a prevalere la rabbia, di sicuro ho maledetto il tempismo di quell’arresto [solo 24 ore prima S. aveva sostenuto l'interrogatorio all'OFPRA – Office français de protection des réfugies et apatrides, incaricato di accordare o negare l’asilo], ho puntato agguerrita verso l’uscita della stazione e battuto in lungo e in largo il piazzale esterno parlando al telefono con Maître Père, l'avvocato specializzato in diritto degli stranieri che ci ha consigliato quando si avvicinava la scadenza del periodo Dublino e si profilava lo spettro dell'espulsione. Maître Père mi dice che purtroppo ci vorrebbe un penalista e purtroppo quelli che conosce sono in vacanza, che però una garde à vue dura massimo 48 ore, che comunque a S. verrà regolarmente assegnato un avvocato d'ufficio e se ciò non avviene c'è irregolarità perseguibile, che magari domattina posso provare a richiamare il commissariato e chiedere semplicemente se mi dicono a che punto è la procedura.

 

Prendo un taxi. Il tassista, magrebino, sta insultando i colleghi; con un tono che non ammette repliche gli dico di tacere che se no scendo, devo fare una telefonata. Chiamo l'anziana militante del collettivo che ha preparato S. all’interrogatorio OFPRA, in vacanza da qualche parte in Francia, e il tassista mi ascolta parlare di cellulari rubati, avvocati, stati di fermo e processi mentre G. mi dice quella cosa:

– C'è da sperare che non sia uno di quei telefoni.

– Quali telefoni, G.?

– Quelli che rimettono in circolo dopo che sono serviti a preparare azioni terroristiche.

Svaniscono la rabbia e il fantasma dell'abbandono, mi contraggo dalla testa ai piedi.

– No, dai G., non dire così… – percepisco il silenzio attento del tassista, mi sembra tutto grottescamente drammatico.

– In che commissariato è?

Mi accorgo di non saperlo.

– Cerca di scoprirlo e richiamali, – dice G. – Stasera. Se ti mandano a stendere, vacci. Voglio dire, vai al commissariato.

 

Arrivo a casa. Richiamo Eléonore, che sta ancora facendo baby sitting. Scarto la torta al cioccolato svizzero per la sorpresa di compleanno e mi metto a mangiare. Mangio seduta in poltrona. Prima di venire a prendermi alla stazione S. ha tirato a lucido la casa. Ha bagnato le piante, si è stirato i pantaloni. Mi assale una violenta nostalgia. Compongo il numero rimasto in memoria.

– Buonasera, sto chiamando il commissariato di... di... ? – mi stupisco di essere così convincente.

– De l'Évangile, madame.

– Due ore fa un suo collega mi ha telefonato per avvertirmi che M. S. A. è in stato di fermo da voi.

– Vous êtes qui? Sa mère? Sa tutrice?

– Sono la sua compagna.

– Un attimo per favore.

Si allontana. Torna.

– Spiacente, M. S. A. è maggiorenne, non sono tenuta a darle informazioni e non lo era neanche il mio collega, del resto. Devo interrompere questa comunicazione.

– Mais madame...

– Capisco che è la sua convivente e si preoccupa, ma ripeto, devo interrompere questa comunicazione.

– Ma almeno, mi dica: gli è stato assegnato un avvocato d’ufficio?

– In effetti devo dirle che sono rimasta stupita: il signore non ha chiesto niente.

– Forse non ha capito, forse non sa…

– Signora.

– E adesso?

– Adesso ci fermiamo qui. AU RE VOIR.

 

 

Con la scompostezza che mi caratterizza quando la paura fa piazza pulita scrivo messaggi urlanti a una serie di persone. Un'altra militante mi consiglia di contattare M., accademica e giurista, punto di riferimento del collettivo per le questioni legali. Passo un'ora al telefono con Alice, giovane avvocatessa alle prime ma affilatissime armi che mi illustra le varie possibilità procedurali, di cui la più probabile è la comparution immédiate, e mi istruisce: l'indomani mattina chiamare il palais de justice, chiedere se M. S. A. figura sulla lista degli imputati che compariranno davanti al giudice in giornata, recarsi al palais de justice munita di quanti più documenti a favore di S. possibile, farsi indicare le aule interessate, avvistare individui togati, avvicinarne uno, spiegare chi sono e chi cerco, e insomma scovare l'avvocato d'ufficio di S. cui rimettere il fascicolo delle prove di buona condotta redatto durante la notte. Mi viene da ridere.

– Ti assicuro che serve, – dice Alice.

Scendo allo Zorba dove mi raggiungono Eléonore, poi Benor e Kamel e mi prendo una sbronza giusta e necessaria.

 

Dormo profondamente. Al suono della sveglia mi viene da piangere, non voglio farlo, alzarmi e scrivere all'assistente sociale e andare a stampare il fascicolo della buona condotta e poi al tribunale; mi sembra surreale, mi sento inadeguata. Ma mi tiro su nel letto e con l'unico occhio sano scrivo una lunga mail bla bla all'assistente sociale, che proprio oggi aspettava S. nel suo ufficio per discutere la decisione dell'OFII – l’Office français de l’immigration et l’intégration, che intende sospendergli il sussidio e forse anche l'alloggio [altro giro, altra storia].

L'assistente sociale mi chiama. Mi legge un pezzo della lettera di presentazione ed elogi che ha scritto in sostegno di S., si è sempre presentato agli appuntamenti, conosce i codici sociali, ha un comportamento consono, dimostra volontà d'integrazione, parla perfettamente francese... lo fermo. No, non parla perfettamente francese, anzi, lo capisce poco – ché quelli sono capaci di dire che ieri sera l'avvocato l'ha rifiutato deliberatamente.

– Ah certo, ha ragione, le invio il tutto quanto prima.

– Senta, stavo pensando: magari potrebbe fare una chiamata al commissariato dell’Evangile? Come operatore sociale forse avrà qualche probabilità in più di non farsi riattaccare in faccia.

L'assistente sociale la trova una buona idea, esegue, mi richiama:

– L’hanno liberato stamattina alle undici.

Sono le undici e mezzo, chiamo sul nokia con la scheda lyca. Suona e non risponde. Richiamo e non risponde. Ricordo l'istruzione numero uno di Alice: mai credere alla polizia.

Salvo il fascicolo di buona condotta su una chiavetta, prendo da bere e da mangiare (altra istruzione di Alice) e mi incammino verso il tribunale. Sulle scale riprovo e S. risponde.

– Dove sei?

– Dans le métro. Sto andando a casa.

– E non mi chiami? È da ieri che mobilito il mondo.

– Non ho credito. E ho appuntamento con J. [l'assistente sociale], sono in ritardo.

– Ci ho parlato, a J., vieni qui.

Tolgo le scarpe, mi metto a letto.

 

Apro la porta. Sul pianerottolo, a una certa distanza, S. mi guarda con la faccia di tre quarti e un'espressione che mi pare di sfida. Esco sul pianerottolo e lo abbraccio. Mi stringe fortissimo e lo sento ansimare, ha il cuore che batte veloce. Gli dico:

– Vieni, raccontami tutto.

Torno a letto e lo sento lavarsi in bagno, poi arriva. Si stende molto vicino a me. Adesso la sua faccia mi sembra più ampia, non saprei dirlo diversamente, i tratti dilatati in una specie di stupore, bellissimi; avrà questa faccia per il resto del pomeriggio e la sera. Racconta:

– Alle cinque e mezzo ho lasciato F. a République e sono venuto a Gare de Lyon [le mie illazioni stronze, mi sento in colpa]. Siccome ero molto in anticipo ho pensato: esco a fumare una sigaretta. Mi sono seduto sur un… tu sais? un… 

– Un gradino?

– Oui, fuori dalla stazione, mi sono fatto una sigaretta, tu sais, tranquille, c'era anche un altro ragazzo. Sono arrivati da dietro, due uomini e una donna, ci hanno detto "in piedi".

– Di che colore era l’altro ragazzo?

– Nero. La donna mi ha chiesto "vous êtes dangereux?" Mi sono alzato con la sigaretta, ho detto "pericoloso come?". Mi hanno chiesto i documenti, gli ho dato il récépissé [un foglio A4 che riporta i dati anagrafici e attesta la richiesta d’asilo o lo statuto di rifugiato].

La storia potrebbe finire qui: controllo d'identità immotivato, o motivato dal colore della pelle (espressione logora ma a tutt’oggi ineludibile), il soggetto fornisce i documenti richiesti, fine. E invece:

– Un uomo mi ha controllato dappertutto [si tasta il corpo] mentre la donna fruga nella borsa. La donna ha detto “dov’è il fumo?”; “il fumo?” ho detto; “sì, il fumo”; “non capisco” ho detto. La donna ha detto "si svuoti le tasche"; ha indicato il samsung "mettere il codice"; ha preso il samsung e ha cercato il numéro… numéro… comment on dit?

– Numero di serie?

– Oui. L’altro uomo ha telefonato, ha detto "Oui. Oui." e il suo collega mi ha me... me... comment on dit?

– Menotté.

– Voilà. Mi hanno portato alla stazione di polizia dentro la Gare et puis en voiture, loin, très loin [il commissariato dell'Evangile sta sul margine esterno del 18° arrondissement, all'altro capo di Parigi. Specializzato nel trattamento dei migranti?].

Quando siamo arrivati in quell'altro commissariato erano quasi le otto e ho detto che ho appuntamento con te alla stazione; il poliziotto mi ha detto "appelez-la" e io ho detto "mais je n'ai pas de crédit", allora ti chiama lui. Ho chiesto perché mi hanno portato lì e ha cominciato a parlare ma ho detto "je ne comprends pas, je veux un traducteur". È arrivato un ragazzo che mi ha spiegato in arabo che sono in garde à vue perché il mio telefono era un telefono rubato, gli ho detto "mais non, je vous ixplique", gli ho detto che conosco il nome e il numero di telefono della persona che me l'ha venduto, che se vogliono andiamo insieme da lui; il poliziotto mi ha detto no, che devo dormire lì et puis on va voir, ho detto ma perché devo dormire qui se non ho fatto niente, il poliziotto mi ha detto "perché lo dice la legge, monsieur". 

Nonostante lo sforzo e le esitazioni sintattiche, il racconto di S. è pacato e preciso. Gli chiedo (non so perché ho voluto dar credito all'ingenuità):

– E hai dormito in un letto?

– Letto? – ride. – Il poliziotto mi ha detto prendi matirasso da lì e coperta da lì. Mais très très fin, le matelas, tu sais?

– S., togliti i vestiti.

– Perché?

Un nuovo residuo di pregiudizi?

– Perché così, perché sei stato in quel posto e hai dormito con questi vestiti; qui non siamo lì. Questi vestiti poi li laviamo.

No, non è un pregiudizio sugli occupanti delle celle dei commissariati, è un giudizio su quei luoghi, è un gesto di allontanamento simbolico di quel vissuto. S. torna a sdraiarsi in mutande.

– La mattina mi hanno fatto andare in una chambre pitiiite dove mi hanno fatto delle foto, comme ça et comme ça [si mette di fronte e di profilo], mi hanno preso impronte, mi hanno fatto firmare dei fogli.

– Che fogli?

– Non lo so.

Ripenso all'espressione che aveva sul pianerottolo, con la faccia di tre quarti; non era sfida, era l'espressione di chi ha paura di essere considerato colpevole.

– E il magistrato, non l'hai visto?

– No. Quando sono tornato nella cella sul mio matirasso c'era sdraiato un tipo. Un arabo. Mi ha chiesto in arabo cosa ci faccio lì, gli ho detto che quello è il mio matirasso, si è alzato e mi ha chiesto perché mi hanno arrestato. Gli ho raccontato. Poi mi hanno fatto uscire.

 

In serata, mentre bevevamo una birra a un bar sul canale con Eléonore e F., e S. aveva ancora quell'espressione vasta e attonita ed eravamo tutti inspiegabilmente leggeri, ha chiamato G. e ha chiesto a S.:

– Ti hanno grattato il palato con uno strumento?

– Sì, – ha detto S.

Mi dicono che la schedatura del DNA è prevista solo in caso di presunti crimini sessuali, terroristici o se prescritta da un certo giudice che ora non ricordo.

Siamo tornati a casa in bici, S. libero e schedato.

 

La sera, a letto, S. ha fermato la mia mano che accarezzava il dorso della sua e mi ha detto:

– Je ne sens rien.

Ho detto:

– In che senso, non senti niente?

Ha detto:

– Non sento che mi tocchi.

Abbiamo fatto la prova con l'altra mano.

– No, solo la destra, – ha detto. – Tu sais, mi hanno stretto le manette forte, mais très très fort. Nemmeno quando mi hanno preso in Sudan le hanno strette così.

La mia ingenuità, di nuovo:

– Ma perché non l'hai detto, perché non hai detto al poliziotto “excusez-moi monsieur, les menottes me font mal?”

– Perché erano cattivi, Mau.

Non ho più detto niente. Gli hanno leso un nervo, ho pensato.

– Se domani è ancora così devi andare dal medico.

Ha taciuto, poi mi ha guardata:

– Ti ricordi quando ti ho chiesto perché gli arabi a Parigi sono sempre arrabbiati?

– Sì...

– Adesso ho capito.

 

Il giorno dopo è successo di nuovo.

S. aspettava il métro sul binario a Bobigny, capolinea della linea 5 a nord di Parigi, quando una pattuglia si è avvicinata a un sudanese, l'ha interpellato e portato via in manette. S., che aveva seguito la scena da lontano e conosceva il ragazzo di vista, li ha raggiunti fuori dalla stazione e ha chiesto alla poliziotta "qu'est-ce qui se passe?"

– S., ma veramente fai? Non ti è bastato quel che ti è successo due giorni fa?

– Non, mais lui soudanais, moi je sais qu'il parle pas français, ho chiesto alla donna "est-ce que je peux traduire?"

La poliziotta l'ha lasciato intercedere. Il sudanese di fatto non aveva con sé il récépissé, ma stava andando a ritirare quello nuovo [devono rinnovarlo ogni tot mesi] alla prefettura di Bobigny. S. l’ha spiegato alla poliziotta, le ha detto che garantiva lui: quel ragazzo i documenti li aveva. "In tal caso ce lo accompagnamo noi, alla prefettura", ha detto la poliziotta. S., i cui riflessi non sono i miei, ha chiesto se poteva farsi dare il numero di telefono dal compaesano. Mezz’ora dopo l’ha chiamato: non era alla prefettura, ma in commissariato.

 

Due mattine dopo, a colazione, S. mi abbraccia e mi dice: stanotte ho fatto un sogno.

– Cos’hai sognato?

– J'ai rêvé que j'avais un... un... comment s'appelle... – si infila l'indice nel bordo dei boxer, il pollice teso a squadra, – un pistic.

– Un pistolet?

– Voilà! Un pistolet!

Con nonchalance gli chiedo:

– E la usavi, questa pistola?

Ride di gusto:

– Ma no! La uso come?

 

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