Barthes: il desiderio di scrivere

Barthes sarà passato di moda infinite volte. E altrettante ricomparso. Sia mentre è all’opera, andirivieni continuo di ismi e logie, sia dopo la sua scomparsa, avvicendarsi scompigliato di eredi illegittimi. Dall’esistenzialismo sartiano in poi (brechtismo, critica della mitologia di massa, strutturalismo, semiologia, nouvelle critique, narratologia, Tel Quel, testualismo, edonismo estetico, autobiografia creativa, cure sensuali, scoperta delle immagini…), è tutto un avvicendamento di rivelazioni e abbandoni, entusiasmi e delusioni, dove l’idea – e la relativa prassi – del tempo mal perduto e ciclicamente ritrovato è senz’altro ben presente a questo autore che aveva profetizzato la morte dell’Autore, salvo poi recuperarlo amichevolmente in firme antitetiche come Sade e Loyola, Racine e Michelet, Saussure e Nietzsche, Benveniste e – appunto – Proust. A pochi mesi dalla Condizione postmoderna di Lyotard e dall’Invenzione del quotidiano di De Certeau, però, Barthes viene meno: è il marzo 1980. Dando di fatto la stura, nelle ondate successive dei post e dei neo, degli studies e delle neuro, a traballanti definizioni e accigliati distacchi, in un carosello, diciamoci la verità, tanto ridicolo quanto noioso da entrambi i lati dell’Atlantico. Barthes fondatore della semiologia o suo atroce nemico? strutturalista o poststrutturalista? critico della società dei consumi o suo cantore? ostinato testualista o decostruzionista felice? marxista duro e puro o svenevole amante di corporeità ambivalenti? vate della scrittura iperletteraria o antesignano della rete?

 

Eccoci così, sulle soglie di un centenario della nascita (1915-2015) che rischia di partorire aride celebrazioni e rapaci desideri di annessione disciplinare, a rifare i conti con Roland Barthes, la cui fortuna altalenante è la sua sfortuna perenne. Ma forse anche il suo fascino, e soprattutto il suo essere fonte inesauribile di insegnamenti che, ben rintanato dietro di noi, può dispensarci per un futuro tutt’altro che evidente. Ci aiuta parecchio, in questo, la densissima Introduzione a Barthes di Isabella Pezzini (Laterza), che già a una prima lettura si rivela molto più di un testo didattico e illustrativo: semmai un gesto d’amore che è voglia di comprensione, una sintesi problematica che tende ad aprire ulteriori percorsi di lettura e ipotesi di ricerca. La stupidità è voler concludere, diceva Flaubert: cosa che Barthes aveva ben presente, e che Pezzini, nelle sue glosse lucidamente inventive, non dimentica neanche per un istante.

 


La cosa che più colpisce in questa presentazione di Roland Barthes è il richiamo insistente, volta per volta comprovato, fra vita e opera, biografia e grafia. A lungo s’è pensato a questo scrivente/scrittore come a un critico (letterario, teatrale, di pittura, cinema etc.) oggettivo, volutamente rinchiuso nei confini di un’opera d’arte senza fonti o contesti. Ma si tratta, come indirettamente indica Isabella Pezzini, di un’immagine caricaturale, la quale non rende ragione del fatto che lo strutturalismo barthesiano è già da subito un’avventura al tempo stesso intellettuale e affettiva, un sapere senza scientismo che esclude per convinzione ogni forma di oggettività e ogni sostanzialismo. L’opposizione fra testo e contesto, opera e autore è perciò infondata: entrambi sono esiti transitori di comunicazione, effetti di linguaggio. Non a caso, per comprendere a fondo l’opera dello stesso Barthes è dalle sue vicende biografiche – per quanto immaginarie, simboliche, allucinatorie – che occorre partire, senza per questo inficiare né il suo lascito metodologico né lo sguardo successivo di chi intende catturarlo.

 

Barthes, come è noto, si vantava di non aver mai scritto nulla se non per commissione (a esclusione del Michelet, non a caso mai concluso). Peraltro, nell’ultima parte della sua ‘vita attiva’ (dal Piacere del testo alla Camera chiara) l’elemento della soggettività viene esplicitamente risucchiato entro il lavoro teorico e critico (è la pensosa mathesis singularis). Ma in effetti è l’intera sua esistenza a essere inficiata di teoria, e viceversa: ogni suo gesto teorico è investimento affettivo. Di modo che perfino i suoi scritti più seriosi e accademici – dagli Elementi di semiologia al Sistema della Moda – si rivelano essere, a conti fatti, un “piccolo delirio scientifico” (l’espressione sta nel RB di RB), dunque un momento molto preciso di un più vasto lavorio psichico e conoscitivo, tanto più importante (se rivisto nella lunga durata) quanto più rimosso (se inteso nella breve). Per non parlare di tutta la fase, poi a lungo denegata, del lavoro sul teatro, in cui Barthes, critico brechtiano convinto, insegue con un qual esagerato cipiglio il principio etico di una responsabilità delle forme, dispensando dure bacchettate alla drammaturgia borghese e da vaudeville. Anche qui, dietro l’apparente ruolo del censore ultramarxista è facile intravedere l’intellettuale polemico ancora in cerca di una sua pacata cifra linguistica, di quello suo celebre stile frammentario e sofferto che sarà schernito, dieci o quindici anni dopo, come vuota posa snobistica.


Il desiderio di scrivere, ben più pertinente e sensato dello scrivere come tale, è insomma la cifra – al tempo stesso filosofica e biografica, antropologica dunque – che contraddistingue l’intera avventura barthesiana, unico serio destino che il nostro tempo riserva a chi ancora si preoccupa di cercare saperi carichi di sapore, testualità senza stereotipi. Sta qui, in quest’interstizio euforico ed esiziale fra il voler dire e il non ancora detto, fra lo scrivibile e lo scritto, che si incunea l’utopia del grado zero del linguaggio, la sua vagheggiata neutralità: non l’annullamento del senso ma l’ostinata ricerca che lo costituisce. Il senso c’è a condizione di incalzarlo. E, una volta trovato, di saperlo depauperare.

 

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