Anna Kańtoch, stagioni nere
“Una storia è qualcosa che non si può controllare”: era il 1971 e Stanley Kubrick aveva le idee ben chiare, mentre si apprestava a girare il suo Arancia meccanica, ispirandosi al romanzo di Anthony Burgess. Così dicendo, il regista nato a New York non alludeva soltanto al fatto che, trasferendo la trama e i personaggi di un libro sul grande schermo, era necessario introdurre numerosi tradimenti all’originale. No, a quelle parole affidava, in più, tutta l’urgenza libertaria della creazione di un’opera d’arte, che non deve mai accettare confini di genere, di struttura, di ispirazione e di realizzazione.
Anna Kańtoch è, senza dubbio, una scrittrice che ha fatto dell’assoluta libertà d’invenzione il suo mantra. Polacca di Katowice, laureata all’Università Jagellonica in Studi orientali, ha vinto per cinque volte il Premio Janusz A. Zajdel per le migliori storie fantastiche. In Italia si è fatta conoscere prima con Buio, tradotto da Francesco Annichiarico per Carbonio editore nel 2021. Magmatico romanzo dove la ricerca dell’io profondo da parte della protagonista si intreccia con lo spiritismo, i tranelli della memoria e il ritorno alla casa dell’infanzia, capace di trasformarsi in una sofisticata macchina per viaggiare a ritroso nel tempo. Nel 2023 Moscabianca edizioni ha affidato sempre a Annichiarico la traduzione di Gli incompiuti. Un raffinato gioco dadaista dove la narrazione diventa sciarada, le storie e i personaggi mutano pelle in continuazione fino a trascinare il lettore dentro un vertiginoso maelstrom di orizzonti perduti e destini in continua evoluzione.
Da qualche anno, Anna Kańtoch sta accompagnando i lettori italiani in un nuovo viaggio letterario, che esplora i territori del poliziesco. Anche se ogni romanzo oscilla tra l’ammirazione e l’omaggio a Agatha Christie e un retroterra nutrito dalla lettura dei grandi capolavori narrativi dell’800 e del ‘900. Iniziata con La primavera degli scomparsi, e proseguita con L’estate dei perduti, tradotti entrambi da Raffaella Belletti per Voland (pagg. 427 e 383, euro 20 entrambi), quella che doveva essere una trilogia porta al centro di un fluviale magma narrativo un personaggio che non ha le stigmate del classico detective. Perché la poliziotta Krystyna Lesińska, quando appare sul palcoscenico delle storie, è una donna non più giovane, ormai in pensione, vedova del marito, piuttosto imbranata a gestire i rapporti con i figli. E, per di più, perseguitata dal fantasma del fratello Romek, scomparso durante una gita sui Monti Tatra nel 1963. Oscuro episodio, mai chiarito dall’unico sopravvissuto, l’ambiguo Jacek, che continua ad agitare il suo presente comparendo, sotto un’altra identità, in La primavera degli scomparsi.
Nata come una trilogia, si diceva, questo nuovo ciclo di romanzi alla fine farà posto a un quarto volume. Sorridendo, Anna Kańtoch, che è stata ospite di Pordenonelegge 2026, confessa di essersi condannata da sola a scrivere un libro in più. “Ho iniziato con La primavera degli scomparsi – spiega –, poi è arrivata L’estate dei perduti. Non potevo fermarmi all’autunno, perché i lettori sarebbero insorti: così ci sarà anche l’inverno. Il quarto romanzo, però, risulterà abbastanza autonomo rispetto agli altri tre. Tra l’altro, ho introdotto un nuovo personaggio, che poi farò rivivere in un futuro ciclo di storie”.
Il fascino della scrittura, dell’invenzione narrativa di Anna Kańtoch sta tutto nella sua conclamata libertà di non mettere mai le briglie alla fantasia. E allora, se La primavera degli scomparsi poteva essere definito un romanzo erede del giallo classico, della detection pura cara a molti scrittori della scuola anglosassone, primi tra tutti Agatha Christie e sir Arthur Conan Doyle, L’estate dei perduti fa un doppio salto mortale strutturale e temporale. Nel primo romanzo della quadrilogia, infatti, Krystyna Lesińska è già in pensione e si trova coinvolta, malgré elle, in un pasticciaccio di identità cambiate e di morti ammazzati; in L’estate dei perduti si ritorna indietro nel tempo e soffia gelido sulla trama il respiro della scuola americana del thriller. Dove l’assassino emerge dalle tenebre di un contesto sociale malato. Dove i morti grondano sangue e non sono mai del tutto innocenti, perché la mano che li ha colpiti brutalmente, forse, l’hanno armata loro stessi.
“Quando scrivo mi interessa soprattutto la forza della storia – spiega l’autrice di Katowice –. Posso spaziare tra il poliziesco, il noir, il fantasy e la fantascienza, generi che mi hanno portata dentro la letteratura. Adesso, quando inizio a scrivere un nuovo libro, mi chiedo sempre: che cosa si aspetta da me il lettore? E cerco di andare in quella direzione, senza mai rinunciare all’assoluta libertà di raccontare a modo mio”.
Niente è scontato nel divenire della tetralogia. A cominciare dal tempo storico in cui Anna Kańtoch colloca le sue storie. Se nel primo romanzo, infatti, Krystyna Lesińska era già una poliziotta in pensione, trascinata di forza sulla scena del crimine dall’urgenza di una complicata vicenda che coinvolgeva personalmente lei e il suo fratello scomparso, L’estate dei perduti, Come detto, va a ritroso nel tempo. Per mettere a fuoco un momento molto delicato nella vita della commissaria in servizio alla polizia di Katowice. In più, la scrittrice frammenta i registri linguistici della narrazione, alternando alla terza persona la prima persona. Meticcia la lingua del racconto con una serie di espressioni dialettali slesiane. Cambia in continuazione la messa a fuoco sulla vicenda, come in un film in cui la soggettiva si alterna ai piani sequenza e ai campi lunghi.

È l’estate del 1999, il marito di Krystyna è morto da poco, ma lei non fa in tempo a lasciarsi cullare dal dolore e dall’assenza. Perché nella casa forestale di Pogański Mlin, vicino a Rudnik nell’Alta Slesia, viene trovata massacrata un’intera famiglia: un uomo, una donna e due bambine. Lui, Krystian, assomigliava a Robert Redford ed era assai quotato nel mondo degli affari. Lei, Kalina, sembrava uscita da una serie televisiva e avrebbe potuto fare la modella. Le figlie, Basia e Tereska, avevano l’aura dei personaggi delle fiabe. Tutti e quattro sono morti in maniera atroce, colpiti ripetutamente da un coltellaccio simile a una baionetta.
C’è solo un sopravvissuto sul prato accanto alla casa forestale, coperto di sangue e in fin di vita: è il figlio di Krystian, nato da un precedente matrimonio. Si chiama Jakub, detto Kuba, e porta con sé una storia che affonda le radici nelle tenebre. Quando aveva cinque anni è scomparso durante una gita con i genitori sui Monti Tatra, non lontano da dove si sono perse le tracce del fratello di Krystyna. Per lungo tempo, il bambino è vissuto sepolto nella cantina della sua rapitrice, che l’aveva convinto a chiamarla mamma, ribattezzandolo Piotrek. Poi, un giorno, lui l’ha ammazzata facendola precipitare dalle scale ed è scappato.
“La mia Krystyna Lesińska nasce un po’ come un omaggio alla Miss Jane Marple di Agatha Christie – dice Anna Kańtoch –. Lo so bene che la scrittrice inglese di Tirquay è, ancora oggi, amatissima. Io stessa sono una sua instancabile lettrice e la adoro. Però volevo uscire dallo schema della signora anziana seduta nella poltrona di casa che, con il ragionamento raffinato, riesce a risolvere enigmi. Preferivo portare in scena un’ex poliziotta non più giovane che è capace di usare la forza fisica, oltre al ragionamento. Mi sembrava mancasse nel mondo del thriller una figura di donna così, pronta a pensare e ad agire, a reagire quando serve”.
L’indagine, serratissima e assai difficile, interseca il proprio percorso non soltanto con il vissuto della commissaria, ma anche con tutto il teatro di personaggi che le ruotano attorno. A partire da Róza Jaworska, la sorella di Kalina, una donna timorata di Dio, succube della madre, forse pure ossessionata dalla bellezza prorompente della sorella, a cui invidiava il matrimonio con l’hollywoodiano Krystian. Per poi continuare con Leszek Kuleva, l’automobilista che carica in macchina Róza e le dà un passaggio fino alla casa del massacro, illudendosi di poter intessere con lei un rapporto più intimo. Senza accorgersi del baratro di imbarazzanti segreti che si porta appresso la giovane donna.
“Non si assassina la gente per mancanza di originalità”: sembra una frase buttata là, tra due colleghi di indagini, mentre l’affannato scandagliare il luogo degli omicidi non accenna a dare soddisfacenti risultati. E, invece, in queste poche parole è racchiuso tutto il percorso di scrittura e di ideazione delle trame di Anna Kańtoch. Nei suoi romanzi, infatti, e in questa quadrilogia in modo particolare, non è mai solo la storia più appassionante, più coinvolgente, che nutre la struttura del libro. A ben guardare, infatti, scorrono sotterranee, come fiumi carsici pronti e riemergere quando meno te lo aspetti, molte altre derive narrative. Il ruolo della memoria, ad esempio, diventa stimolo di inquietudini e di tormenti mai sopiti. E i rapporti all’interno delle famiglie rivelano sempre un doppio fondo segreto, come il baule dei maghi, dove sta acquattato tutto quello che non è bene far vedere, rivelare, spiegare. Ma che finisce sempre per intorbidire i rapporti tra le persone, soprattutto quando genitori e figlie sono costretti a recitare le parte dei borghesi felici, realizzati, mai stonati.
Come Cornell Woolrich, come Raymond Chandler, i maestri americani dell’Hard Boiled, anche Anna Kańtoch non regala storie consolatorie ai suoi lettori. Non abbassa lo sguardo davanti alla brutale normalità della realtà. L’estate dei perduti contiene in sé tutto il fascino di una vita costruita, giorno dopo giorno, per avvicinarsi alla perfezione. Per apparire agli occhi degli altri invidiabile, piena di amore e di gioia, che in pochi istanti la lama di un coltello può fare a pezzi. Lasciando intravedere, dietro la facciata nutrita dalla ricerca della felicità, la maschera e il volto di un’esistenza segnata anche dalla meschinità.
Diceva il regista Ingmar Bergman: “Tutte le volte che ho messo Dio a confronto con la realtà, l’ho visto diventare feroce, distante e crudele”. Davanti alla morte violenta, alla brutalità dell’essere umano, Krystyna Lesińska non alza mai lo sguardo verso il cielo. Non si interroga sul perché un’entità superiore permetta l’esistenza di così tanta ferocia. Piuttosto, storia dopo storia, si costringe a fare i conti con quel mistero mutaforma che è la realtà. Dato che, vivendo, ha capito che “la menzogna migliore è quella che non si discosta troppo dalla verità”. E Dio, anche se ci fosse, in questo guazzabuglio di luce e ombra non potrebbe fare niente per cambiare il corso delle cose.