Figure fragili di Violaine Bérot

13 Luglio 2026

La superstizione, per Ernesto De Martino, non andava interpretata come una fuga nell’irrazionale. Come una reazione bizzarra, lontana dagli schemi della ragione. Anzi, l’etnologo e antropologo napoletano interpretava il pensiero magico come un sistema concettuale elaborato per dare ordine e significato a un mondo i cui confini tra l’essere umano e la Natura risultavano decisamente incerti.

Strampalate credenze, fantasiosi rituali, gesti, pensieri, insomma, servivano a proteggere l’equilibrio delle persone da una serie di eventi avversi, spesso imprevedibili. Ma tanti gesti scaramantici, i cerimoniali ripetuti all’infinito, venivano e vengono inventati anche per provare a tenere a bada la società che giudica, detta le regole e, poi, condanna chi non si adegua. Quel pianeta lontanissimo, insomma, che stabilisce il Bene e il Male. E che risulta indecifrabile per chi, come contadini e montanari, si è sempre sentito sfruttato e emarginato dal più influente popolo delle città.

Violaine Bérot, quel pensiero magico, quel mondo fatto di meccanismi psicologici in rotta di collisione con la società dei forti e dei ricchi, lo conosce bene. Nata a Bagnères-de-Bigorte negli Alti Pirenei, laureata in Filosofia, un passato da informatica, ritornata in montagna per scelta in un piccolo paese nel dipartimento dell’Ariàge dove, tra l’altro, si è dedicata per anni all’allevamento delle capre, ha deciso da subito che il suo percorso di vita sarebbe rimasto legato in maniera indissolubile alla scrittura. E che a popolare i suoi libri avrebbe chiamato personaggi fragili, ai margini, lontani dai sofismi del mondo intellettuale, non integrati nell’ordine sociale, colpiti in maniera ingiusta da pregiudizi e sospetti.

Hanno preso forma, così, romanzi delicati e belli, capaci di urlare con una forza gentile tutto lo sconcerto e la rabbia che si portano dentro la bambina non amata dalla madre di Le parole mai dette (tradotto da Tommaso Gurrieri nel 2016 per Edizioni Clichy) e la Marion di Caduta dalle nuvole (tradotto da Fabrizio Di Majo nel 2018 per Edizioni Clichy), una donna troppo fragile e incapace di accettare il miracolo di una nascita non prevista nella gelida atmosfera del paese di montagne dove abita.

Ma quanto la superstizione e la diffidenza nei confronti dell’altro facciano fronte comune con il conformismo e l’intolleranza della società verso ogni storia che sfugga alle rigide gabbie del pensiero dominante, Violaine Bérot lo racconta nel suo nuovo romanzo. E ancora una volta, sul palcoscenico di Come animali (tradotto da Camilla Diez per La Nuova Frontiera, pagg. 122, euro 17) appaiono figure fragili, animate da un’innocenza e un’alterità che finisce per attirare la diffidenza di chi si considera perfettamente integrato.

k

Per raccontare la storia di Mariette e di suo figlio, Violaine Bérot crea una struttura narrativa originale. Sì, perché il lettore riesce a ricostruire i fatti, a separare le dicerie da quello che è accaduto realmente, dopo aver dato ascolto a un ronzio di voci che si materializza sulle pagine. Nello scorrere di Come animali, infatti, sono le testimonianze di chi abita a Ourdouch, il borgo incastonato nei Pirenei francesi, ma anche nelle case aggrappate ai ripidi declivi delle vallate circostanti, a mettere a fuoco quello che ha turbato una comunità così frastagliata. Spesso, i racconti procedono per approssimazioni, si concedono plateali contraddizioni, emettono giudizi ultimativi e, al tempo stesso, balbettano sconcerto, perplessità, dubbi.

Tutto scorre in quell’angolo di mondo. Apparentemente, non crea turbamenti il fatto che, alcuni anni prima, Mariette sia venuta ad abitare in una delle case più isolate della zona, portandosi appresso i silenzi e le ombre di un passato di cui non vuole più parlare. Accanto a lei c’è soltanto un figlio che non è in grado di stabilire un contatto con i suoi coetanei, e tantomeno con gli adulti, forse bloccato dal disagio di trovarsi prigioniero di un corpo fuori misura. Tanto da essere crocifisso subito al soprannome di Orso.

Proprio lui, l’Orso, non ha niente da spartire con i ragazzi strani che brillano nelle pagine della letteratura. Non certo con il Giovane Holden di J.D Salinger, e nemmeno con il Barone Rampante di Italo Calvino, il Cosimo Piovasco di Rondò che un giorno decide di non scendere più dagli alberi. No, l’Orso di Violaine Bèrot è un essere dotato di una forza sovrumana, di una sensibilità che lo fa vivere in perfetta sintonia con la Natura. Riesce a comunicare con gli animali, trascorre le giornate ascoltando i fruscii del bosco, fiuta gli odori portati dai venti, interpreta i richiami delle creature che abitano le montagne. Soprattutto, riesce a diagnosticare e a guarire le malattie, spesso indecifrabili, che colpiscono mucche, capre, galline e altri esseri non dotati della parola.

E se quello strano ragazzo ha paura degli altri umani, come testimonia la sua insegnante delle elementari che non ricorda nemmeno il suo vero nome (“Ci avvicinavamo e lui ringhiava. Allora indietreggiavamo, così si calmava”), la comunità del villaggio disperso tra le montagne scruta l’Orso a distanza di sicurezza, come fosse una sorta di angelo caduto. Un essere da temere per la sua forza smisurata, per le reazioni imprevedibili dettate dalla paura di trovarsi a distanza ravvicinata con chi non conosce.

Ma, al tempo stesso, l’Orso sembra godere del rispetto di un dio minore, che fa fluire dal corpo energie capaci di ipnotizzare gli animali, di curarli, di guarirli. Qualcuno finisce per considerarlo un prezioso tramite tra l’ottusa realtà di un progresso fuori controllo, che crede di sapere tutto e poi fallisce miseramente, e la dimensione del mistero. Un guardiano della soglia brutto, trasandato, impossibile da irregimentare, eppure messaggero di qualcosa a cui il nostro mondo non sa più dare un nome né una spiegazione.

Da sempre, il microcosmo alpino di Ourdouch è abitato anche da altre voci. Quelle che spingono molte persone, nelle notti più buie, ad aggrapparsi a rituali dettati dalla superstizione, che hanno preso forma molto prima delle religioni, quando il caos sussurrava storie tenebrose. Sono le voci delle fate, degli esseri impalpabili che abitano le favole più consolatorie sotto forma di presenze angeliche. Ma che in realtà, ad ascoltarle bene, ripetono con malcelato orgoglio che le mamme e i papà mettono spesso in guardia i figli “di non fidarsi di noi fate”. Perché “loro dicono così, noi rubiamo i bambini”. E “mi raccomando mai nessuno deve tentare di riprendere i bambini rubati dalle fate”.

k

Così, quando un giorno dal bosco sbuca una bimbetta nuda, che nessuno ha mai visto prima, il coro dei superstiziosi punta subito il dito contro le fate. E, come riprendesse la struttura di una tragedia greca, Violaine Bérot intervalla alla voce dei testimoni la cantilena delle donnine alate. In uno scambio di rivelazioni e improbabili credenze che portano il romanzo a diventare un interessante esperimento di letteratura al confine tra realtà e immaginazione, proiettato in un contesto aspro, rurale eppure mitico.

Scriveva Albert Camus in La peste (la cui traduzione più recente e bella è quella di Yasmina Melaouah per Bompiani): “Il male che c’è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e le buone intenzioni possono fare altrettanto danno della cattiveria se mancano di comprensione”. E allora, quella piccola comunità di montagna mette da parte per un po’ il pensiero magico e lascia che si facciano strada il pregiudizio e la malvagità. Invece di accusare le fate, punta il dito contro l’Orso. Dev’essere stato lui a rubare la bambina, tenendola con sé come fosse il giocattolo più prezioso, coperto dalla connivenza e dal silenzio di mamma Mariette.

A nessuno importa che la piccola goda di buona salute, che sorrida e rida felice, che non sia stata maltrattata né trattenuta con la forza. Perché l’apparizione di quella cucciola d’uomo dà scandalo. Infrange le ferree leggi dei benpensanti. Insinua pensieri malevoli che si ritorcono rapidamente contro l’Orso: la bimba potrebbe essere figlia di una ragazza madre, che provava terrore all’idea di essere giudicata, emarginata dalla comunità. Per questo l’ha abbandonata lì. Oppure, chissà, è stata rapita, sottratta alla sua famiglia e poi nascosta lassù, perché nessuno la potesse trovare.

Violaine Bérot costruisce il suo romanzo in un continuo altalenarsi di testimonianze contraddittorie, frammentate, imprecise, che contengono in sé il seme del pregiudizio, ma anche il desiderio dell’umana comprensione. Che insinuano i sospetti più meschini, però provano a dire che “non c’è niente di anomalo a vedere un padre e una figlia da soli”. Perché, ammette una delle voci, “li vedevo felici di stare insieme. Tutto qui”.

Ma, lo sappiamo bene, non si contravviene alle regole sperando di restare impuniti. Nemmeno se vivi ai margini del mondo, in una casa arroccata sui Pirenei dove soltanto le bestie, e pochissimi umani, possono arrivare. Sull’Orso e Mariette si abbatterà, così, la punizione inappellabile di chi nei secoli ha sempre preteso di ristabilire l’ordine costituito: dai tempi di Socrate, di Galileo e Giordano Bruno, delle streghe bruciate vive, della caccia al diverso e di chi non la pensa come la maggioranza.

E, allora, la storia di Come animali porta Violaine Bérot a valicare i confini dei generi letterari. Perché mentre inocula nel suo magma narrativo uno sguardo lucido sulla realtà, che si trasfigura in dolente poesia a contatto con i ritmi della Natura, la scrittrice, che per anni ha accantonato le storie per diventare pastora di capre, costruisce una polifonia di voci talmente dissonanti da consentire al lettore di seguire la deriva che più lo convince. In questo libro, infatti, non c’è spazio per una tesi predefinita. Ogni testimone, ogni interlocutorio personaggio che si accomoda per un tempo breve sotto le luci della ribalta, esprime soltanto il suo punto di vista. Che non ha niente a che fare con lo sfuggente concetto di verità.

Quando parla del suo percorso di scrittura, Violaine Bérot sottolinea la “scelta anche politica” di costruire storie “che non parlino solo della città e delle élite urbane, ma anche delle persone che esistono e vivono in modo diverso”. E questo viaggio letterario, filtrato dagli occhi di chi osserva le dinamiche sociali da un punto di vista totalmente laterale, permette alla scrittrice dei Pirenei di mettere a fuoco, con feroce lucidità, le contraddizioni e la violenza del pensiero dominante. Perché la marginalità, diceva bell hooks, l’autrice statunitense di Insegnare a trasgredire, morta nel 2021, “è un luogo radicale di possibilità”. Uno spazio di resistenza a chi crede che figure fuori rotta come l’Orso non vanno accettate per quello che sono, ma rieducate e riportate a una tranquillizzante normalità.

Mentre il brusio di voci si spegne tra le pagine, risulta evidente che il titolo Comme de bètes-Come animali non si riferisce mai in maniera spregiativa agli esseri senza parola. Violaine Bérot preferisce mettere in evidenza il lato bestiale, nel senso più negativo, degli umani, che impongono le loro traballanti certezze dando ascolto a profeti del nulla. Governando il pianeta Terra come fossero i depositari di una verità rivelata.

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
TAGGED: Violaine Bérot