Weizman: architettura del genocidio

6 Novembre 2026

Esistono libri che hanno il potere di mettere alla prova i sentimenti più fragili e profondi, oltre a farti comprendere come la società in cui siamo immersi ci abbia talmente anestetizzato da renderci refrattari a ogni esperienza dolorosa che abbia il potere di scavare dentro e portare in superficie quello che era stato accuratamente sepolto. Non si tratta della naturale indignazione che ci accompagna ogni volta che viviamo una presunta ingiustizia: quella ci è ancora concessa e viene facilmente risolta attraverso i social e con un paio di manifestazioni pubbliche. Quanto con la necessità di andare veramente a fondo delle cose e dei fatti, al di là della cucina mediatica che il nostro algoritmo di riferimento ci offre generosamente in ogni momento. Esistono libri che si presentano come pietre d’inciampo, sgambetti ben costruiti che ci fermano e obbligano a guardare negli occhi di chi ha deciso che era necessario non fermarsi a smuovere la superficie per fare parlare gli incubi del reale e i suoi fantasmi. Esistono libri che diventano coscienza scomoda e forzano i muscoli del corpo ad acquisire posture che sembravano dimenticate per guardare più lontano, interrogare le tracce emerse e costruirsi un punto di vista più solido e problematico.

Da molti anni seguo il lavoro di Eyal Weizman e dell’agenzia Forensic Architecture, il pool di studiosi e ricercatori che coordina presso la Goldsmith University of London. Da anni Weizman pubblica libri che hanno progressivamente sviluppato e spiegato un nuovo metodo di lavoro scientifico che si appoggia sulle metodologie forensi, ma con un fuoco inedito e specifico che guarda all’architettura, al suo corpo fisico e alla responsabilità di chi l’ha voluta e progettata, quasi come se fosse un’arma del delitto. Da anni Weizman concentra le sue ricerche sull’occupazione israeliana dei territori palestinesi, sulla violenza perpetrata e sulla sua sistematicità progettuale e ideologica con il puntiglio spiazzante dell’intellettuale ebreo che guarda con lucidità alla distinzione tra storia personale e critica politica e intellettuale al sionismo. Probabilmente questa condizione accentua il rigore radicale con cui lui affronta una questione che da specifica diventa universale, portando negli anni Forensic Architecture a essere chiamata per altri casi drammaticamente divisivi in Guatemala, Ucraina e Uganda.

Ma Ungrounding. Architettura del genocidio, pubblicato recentemente da Rizzoli, fa un ulteriore passo avanti rispetto alle pubblicazioni precedenti perché interroga in maniera puntuale ed estensiva quella che potremmo definire la fase finale e più radicale di un percorso storico-politico che ha preso avvio con la Nabka del 1947/48, ovvero la prima fase di espulsione delle popolazioni palestinesi dalla loro terra, e si sta drammaticamente completando a Gaza e nei suoi territori a partire dalle stragi del 7 ottobre 2024 sino a questi giorni. Voglio però fare una premessa personale che parte dalla netta condanna di quello che è avvenuto in quel giorno sciagurato che va però letto come il frutto dell’odio generato, alimentato e costruito contro generazioni di palestinesi negli ultimi ottant’anni che hanno subito violenze sistematiche, soprusi, indifferenza internazionale, reati mai puniti, devastazioni territoriali e ambientali che hanno generato e rafforzato una catena di odio e incomprensione cresciuta esponenzialmente in questi ultimi anni grazie all’azione sistematica, mostruosa e grottesca del governo Netanyahu.

Merito del volume di Weizman è quello di leggere il dramma di Gaza in una prospettiva storica che affronta il fenomeno in profondità, non appoggiandosi unicamente a un’attualità straziante che non sembra conoscere soluzione. I fatti di Gaza sono coerenti con una condizione storica e ideologica fortemente radicata nel principio del sionismo di cancellare ogni traccia della popolazione palestinese, della sua storia e cultura, che ha portato negli anni prima all’accusa di avere generato una forma diffusa e sistematica di apartheid e, oggi, di aver costruito una politica genocida verso un intero popolo. L’utilizzo di questo termine diventa sempre più evidente nella condizione attuale, soprattutto indirizzato verso un popolo che ne ha subito la minaccia reale nel secolo passato, ma le evidenze materiali, le parole utilizzate e le azioni perpetrate non fanno che confermare questa strategia politica oltre che essere confermate da una precisa accusa lanciata nel 2024 dal governo del Sud Africa presso la Corte Internazionale di Giustizia, per cui Forensic Architecture è stata chiamata a costruire l’analisi delle prove materiali a supporto di un’accusa così drammatica.

Le analisi, i dati e le narrazioni di questo volume sono, quindi, anche il risultato di questa azione giudiziaria internazionale oltre che della naturale azione d’indagine che il gruppo di ricercatori e analisti coordinati da Weizman ha attivato dopo il fatto dell’ottobre 2024 e delle azioni militari e strategiche portate avanti dal governo israeliano e dall’Idf nei territori della striscia di Gaza.

Ma a differenza di molti volumi di denuncia politica pubblicati in questi due anni Undergrounding. Architettura del genocidio mette a sistema una serie di elementi che ci permettono di leggere quello che sta avvenendo con una prospettiva differente e spiazzante.

Questo volume è innanzitutto una riflessione cruda e dettagliata sul concetto di “tabula rasa”, tecnica applicata nella Storia dell’uomo in molte, drammatiche occasioni per cancellare le tracce fisiche e immateriali di un avversario sconfitto. Ma questo concetto elementare è declinato e aumentato nei suoi caratteri grazie a una sofisticatezza tecnologica e militare che non ha paragoni nella nostra Storia e che ci sta traghettando in una fase nuova in cui la relazione tra uomo e macchina sta modificandosi nei suoi equilibri. Tabula rasa che si confronta, prima di tutto, con la geografia naturale e le cartografie che la raccontano, diventando strumenti politici specifici e consapevoli al pari di una qualsiasi arma d’offesa.

Questo volume è infatti costruito su un impianto concettuale che segue le linee invisibili e molto concrete della geografia reale e politica attraverso tre sezioni tematiche che s’intitolano “suolo”, “sotto suolo” e “tabula rasa” che accompagnano il lettore in un percorso che inizia nel 1948 e che si conclude con la data di pubblicazione del libro. La terra di Gaza è il centro simbolico di questa narrazione. Terra lavorata, contesa, colonizzata e violentata in una sequenza di eventi, minuti e su grande scala, che raccontano di un conflitto insanabile e di una convivenza apparentemente impossibile tra due popoli in un frammento di territorio che è progressivamente diventato il cuneo incancrenito di un male che sembra arrivato alla fase terminale. Ma, in questo caso, dietro la malattia persistono precise scelte politiche e ideologiche che si sono rinnovate dal 1948, malgrado i diversi tentativi di trovare soluzioni di pace e possibile convivenza che, ogni volta, si schiantano con risultati sempre più drammatici.

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Fotografia di Mohammed Ibrahim - Unsplash.

Il territorio di Gaza, che ai nostri occhi ignoranti sembra solo un arido cumulo di macerie senza storia, in realtà è terra antichissima, stratificata, da sempre strategica nelle relazioni tra Egitto, Medio Oriente e Levante, grazie alla via Maris, come aveva dimostrato la bellissima mostra “Gaza, il futuro ha un cuore antico” ospitata pochi mesi fa dalla Fondazione Merz a Torino. Una terra in cui la struttura geologica e idrica del Wadi ha generato un territorio agricolo diffuso, curato dalle popolazioni palestinese e beduine locali che avevano sviluppato sistemi produttivi ingegnosi e capillari, capaci di alimentare la sua popolazione. Tutto questo, storia, archeologia e agricoltura, è stato sistematicamente raso al suolo, cancellato, distrutto nella sua evidenza sia fisica che cartografica, a dimostrazione che ogni mappa disegnata è frutto di una precisa visione politica.

Ogni albero espiantato, pozzo avvelenato, casa azzerata, evidenza archeologica spianata, monumento distrutto è parte di una precisa azione politica portata avanti per decenni dai governi israeliani e, oggi, portata alla sua massima efficienza distruttiva, con il deliberato e dichiarato obiettivo di cancellare ogni traccia del popolo palestinese in questo territorio, definendo una verginità artificiale che possa consentire ai coloni israeliani e ai nuovi investitori globali di pensare e costruire un mondo nuovo.

Questo libro racconta di tutto questo. Ci porta passo per passo, testimonianza e documento per documento, attraverso la storia minuta di villaggi che oggi non esistono più perché i suoi abitanti sono stati eliminati o scacciati, le topografie cambiate e le tracce fisiche cancellate in un gioco di fughe, resistenze e violenze che passa le diverse generazioni e non sembra avere mai tregua.

Quello che cambia è la qualità sempre più chirurgica e spietata delle azioni, grazie a una tecnologia che si è fatta sempre più sofisticata e pervasiva da parte dello Stato israeliano che è uno dei player più avanzati sulla scena mondiale in un intreccio d’interessi e investimenti globali che vede la guerra nel territorio di Gaza come uno dei laboratori attivi in cui sperimentare e testare nuove armi e, soprattutto, la relazione tra strategie tradizionali e l’uso pervasivo dell’intelligenza artificiale.

Ma quello che mi preme approfondire è la centralità che Weizman dà al termine “architettura” in un contesto apparentemente alieno dalla tradizionale riflessione critica su questa disciplina.

Nel sottotitolo “architettura del genocidio” si affiancano due parole apparentemente contraddittorie: costruire/futuro e distruzione/assenza. Eppure se vogliamo allargare il termine architettura dalla sua elementare visione materiale possiamo assolutamente convenire che ogni azione politica è, anche, un progetto, perché si pone un obiettivo, analizza le condizioni materiali e immateriali, definisce i tempi di azione, le risorse a disposizione e i suoi utenti potenziali con una chiara idea di futuro. Sotto questo punto di vista “architettura del genocidio” presenta tutte le evidenze di una chiara progettualità, che è quella di pianificare l’eliminazione di un popolo (quello palestinese) da un territorio (Gaza) con un risultato di futuro chiaro e preciso (la tabula rasa e la ricostruzione). Nel caso specifico del territorio di Gaza l’autore dimostra che, a partire dagli anni Cinquanta e con un crescendo che arriva fino a oggi, questa terra è stata interessata da diversi atti di pianificazione portati avanti dai diversi governi insieme a uffici tecnici deputati al ridisegno di questi territori che è passato per nuove strade, nuovi villaggi di coloni, nuove tecniche agricole, nuovi muri di contenimento e difesa, nuovi insediamenti militari, nuove architetture che hanno dato forma a un territorio in cui la presenza della popolazione palestinese era sempre più contenuta, marginalizzata, segregata verso le aree più aride e inospitali con il chiaro tentativo di portarli ad abbandonare la loro terra natale.

Nessuna architettura è neutrale perché è il prodotto di chi l’ha commissionata, ideata, costruita e abitata. Insieme possiamo mutuare una famosa frase dell’architetto austriaco Hans Hollein che recita “tutto è architettura” perché un artefatto che è stato progettato e realizzato con un preciso obiettivo, al di là della sua natura estetica e formale.

Queste premesse ci fanno leggere le architetture difensive dei coloni israeliani, le masse di terra innalzate dall’Idf per ridefinire le forme di un territorio rasato al suolo, la pratica di demolizione sistematica di ospedali, scuole, scavi archeologici, abitazioni portata avanti da due anni a Gaza, ma anche i tunnel prodotti da Hamas o le abitazioni agricole difese e ricostruite dai contadini palestinesi, come un potentissimo paesaggio di simboli e manufatti che si prestano a una lettura critica e politica molto chiara e che ci permettono di materializzare con chiarezza le forme di un conflitto che sta raggiungendo livelli di violenza sistematica inaudita, vissuta da milioni di cittadini e cittadine palestinesi inermi. Ogni manufatto architettonico raccontato con minuzia scientifica in questo libro si presta a dimostrare con chiarezza il suo valore ideologico e il suo uso come arma di offesa e difesa.

Questo volume alza chiaramente la nostra attenzione al ruolo dei progettisti, oltre che dei politici, e alla loro consapevole responsabilità nel conflitto in corso. Si tratta di azioni progettanti al servizio di un fine politico e ideologico, che sia il pianificatore Shmuel Mestechkin, formatosi alla Bauhaus sotto la direzione del marxista Hannes Meier, che progetta nel 1949 un piano per sessanta nuovi kibbutz pensati come avamposti difensivi nei territori palestinesi appena “liberati”, o Arieh Sharon, incaricato da Ben-Gurion di dirigere il Dipartimento di Stato per la Pianificazione territoriale, anche lui allievo della Bauhaus e di Walter Gropius, che immagina una specifica pianificazione dei territori israeliani basata sulla realizzazione di nuovi insediamenti semi-rurali per i profughi ebrei in un sistema progressivo che portava fino ai centri maggiori secondo una logica pianificatoria modernista tipica del secondo dopo-guerra. Entrambe le visioni sono sempre sottointese alla radicale scomparsa della popolazione preesistente e alla sua costruzione di una narrativa che contrappone il palestinese arretrato e semi-primitivo a una forma israeliana di modernità tecnica evoluta che riscatta terre apparentemente abbandonate. Nessuna forma è innocente, dalle forme a porcospino e a stella di Davide realizzate per i nuovi insediamenti passando per i tunnel, sempre più sofisticati, organizzati e progettati dai palestinesi per superare i confini israeliani che spaccavano comunità e territori preesistenti. Di queste opere conosciamo gli ideatori e i progettisti, da Muhammad al-Aswad, di formazione architetto che per primo immagina i tunnel come strumento per la guerriglia palestinese, fino alla intricata rete di tunnel progettata dai tecnici di Hamas che si è moltiplicata nel territorio di Gaza in questo ultimo decennio. La pianificazione, la progettazione e l’azione di distruzione sono tutte arme politiche di offesa e i loro autori sono al servizio di un preciso disegno politico e ideologico. Questa condizione sale di quota dopo i fatti dell’ottobre del 2024, quando la parabola di distruzione e annientamento spropositato conosce livelli e obiettivi che prima sembravano impossibili. Da quel momento in poi la pianificazione distruttrice è assoluta e sistematica, dalla distruzione di ogni edificio pubblico palestinese alla definizione dei moti di fuga dei rifugiati verso la cosiddetta “zona umanitaria” che divide l’area nord di Gaza City, quella politica, commerciale e culturale da cui è espulsa la popolazione a quella a sud del Wadi, ovvero dell’area di dune che ha sempre caratterizzato questo territorio. L’architettura diventa piena rappresentazione del conflitto in essere dove l’ungrounding è la principale azione dell’esercito che segue alla distruzione di scuole, ospedali, forni, coltivazione, abitazioni per cancellare ogni traccia e memoria a chiunque cercasse di tornare indietro perché non avrebbe più riconosciuto la sua terra d’origine. Togliere l’evidenza materiale per cancellare la memoria, questa è la tabula rasa, progettando insieme una strategia legata all’assenza di risorse alimentari, acqua ed energia.

L’architettura è strumento di offesa ma anche rappresentazione simbolica e mediatica che lavora sull’amnesia e la rimozione collettiva. Questo il ruolo raccapricciante dei diversi piani di ricostruzione presentati dall’alleato-complice Donald Trump, insieme a investitori del mondo arabo in una sorta di capitalismo cinico in cui Tony Blair, ex primo ministro laburista inglese, e diversi fondi immobiliari nord americani e dai paesi del Golfo vendono la speculazione immobiliare sulla spianata rasata e immacolata di Gaza come una opportunità di rinascita. I tanti render e modelli presentati senza pudore in questi ultimi anni dimostrano uno dei livelli più bassi e immorali della professione dell’architetto ma, insieme, dicono molto delle responsabilità morali e politiche che ha l’atto del progettare in questo momento storico. L’architettura sin dai primi giorni della Storia dell’umanità costruisce futuro e ambienti per coloro che verranno e questo spiega la delicatezza di questa azione e la sua rilevanza collettiva. L’architettura produce case in cui abitare bene, piazze in cui stare insieme ma, insieme, campi di concentramento e i palazzi del potere, ma sta a chi esercita questa professione capire da che parte stare e che scelte fare perché non esiste un incarico che non si possa decidere di rifiutare. Insieme a questo il libro inevitabilmente si ferma alla sua data di pubblicazione mentre non si è fermato il numero crescente di vittime, rifugiati e distruzioni che, nel silenzio assordante che ci avvolge, stanno continuando nella Striscia di Gaza e che chiamano nel prossimo futuro forme di progettualità resistenti, attive e solidali da contrapporre a quegli immaginari che vorrebbero rivestire tutto d’oro e palme in un delirio di narcisismo opportunista che punta alla cancellazione di una storia millenaria che dobbiamo rigenerare e rispettare.

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