Petros Markaris e la tavolozza del giallo
I confini del genere ‘giallo’ un tempo erano considerati netti e rigidi, legati ad una precisa epoca storica, sorti sulla scia dei feuilleton ottocenteschi, imperniati sul delitto e sulle indagini per rivelarne l’autore. La fede positivistica nella scienza del resto confortava nel non avere dubbi sullo smascheramento del colpevole, nella convinzione che gli indizi dovessero portare al successo dell’inchiesta. L’esigenza di sicurezza nel debellare la devianza, la vittoria dei buoni sui cattivi, la celebrazione di una società ferita momentaneamente ma sana erano le ragioni, tra le molte, del successo di quel genere i cui confini però lentamente si slabbrano e diventano vischiosi. Alle tracce classiche, e cioè la ricerca della verità, il diletto enigmistico, il tributo alla genialità, il gioco di destrezza, il bisogno di ristabilire l’ordine violato se ne aggiungono altre. Filtrano i problemi della società, la crisi della città come generatrice di devianza, il dramma anche del colpevole oltre che della vittima, l’insufficienza di percepire l’accaduto con i soli strumenti della logica, l’incrinarsi della fiducia fideistica nella scienza anche se la tensione è destinata a terminare con la vittoria di un tribunale terrestre, perché l’uomo ce la può fare, laicamente (V. Spinazzola “Perché leggiamo i gialli”, Tirature 2007, Il Saggiatore). Il giallo si scolora, assume altre venature, ad esempio il nero, e alla capacità delle “cellule grigie” vantate da Poirot subentra l’enfasi per l’energia anche muscolare. Si afferma il realismo alimentato dai problemi sociali (E. Mandel, Delitto per diletto, Interno giallo, 1990) e le storie da decifrare si mostrano legate a doppio filo con i problemi della collettività, così passando dal salotto alle strade, come fu notato. L’omicidio diviene un mezzo per affrontare e scardinare i problemi, l’enigma diviene meno rilevante perché contano sempre più i problemi sottostanti. Compaiono scenografie nelle quali il protagonista, divenuto individuo postmoderno, si muove come abitante dello spazio urbano, ormai vagante, sballottato, privo di punti sicuri di riferimento. In questo quadro si colloca Petros Markaris, nato a Istanbul nel 1937, dalla carriera eclettica essendo passato dalla drammaturgia alla sceneggiatura e alla traduzione di autori come Bertolt Brecht e Goethe. Autore anche di opere teatrali, ha collaborato con cineasti come Theo Angelopoulos per il quale ha scritto diverse sceneggiature quali Alessandro il Grande (1980) e L’eternità e un giorno (1998). La fama internazionale è tuttavia legata principalmente alla serie di romanzi gialli con protagonista il commissario Kostas Charitos. Si notava in precedenza del rapporto, variamente declinato, del giallo con l’ambiente e la città, del sorgere del crimine ad opera di frange sbandate prodotte proprio da quel clima, come la malavita urbana nel noir o quella mafiosa, e non solo, nel nostro meridione. Mentre però sono spesso quegli ambiti ad aver alimentato la malavita, in altre occasioni la società ha originato una criminalità generalizzata, non divisa in bande ma sorretta da bisogni. È il caso dell’opera di Markaris per il quale il giallo è sempre innestato nella cornice ambientale, ma con più dense sfumature. Scompare il nero lugubre delle città americane per lasciare spazio a una sorta di identità mediterranea in cui gli investigatori sono diversi dai colleghi oltreoceano, da quelli nordici o europei forse per la qualità della luce, per i colori, per il profumo dell’aria, per il clima, per la natura dei luoghi, per l’atmosfera meno sinistra. Molti di loro si presentano felicemente sposati senza sbandamenti sentimentali o anche divorziati serenamente. Il clima familiare in cui sono a vario titolo inseriti ha nel cibo un ruolo non secondario (cfr. Crimini di gola, a cura di Manetti e Sorbini, Zefiro, 1994), e i piatti cucinati dalle mogli-fidanzate sono apprezzati. Non si tratta di una alimentazione banale e rutinaria, ma gustosa e gustata come per Maigret di fronte ai piatti della signora Maigret (Courtine, Le ricette della signora Maigret, Mondadori 1977) da cui si possono trarre dense osservazioni (indimenticabili quelle del noto antropologo Lombardi Satriani, “Il cibo di Maigret”, in Crimini di gola citato), o per il Pepe Carvalho di Vasquez Montalban (Le ricette di Pepe Carvalho, Feltrinelli, 1994). Il palato è un mezzo eclettico di comunicazione in quanto collega all’ambiente e all’uomo comune che lo considera un atto identitario, dove tutto si mescola dando vita a ricette, cioè a risultati vari e talora inaspettati. E il nostro Charitos è ben nutrito dalla moglie Adriana.

Ma vi è altro. l’opera Markaris può essere letta come un’analisi sociologica della Atene contemporanea, còlta nel suo sviluppo dal 1995 a oggi (Patrizio Nissirio, Atene, cannella e cemento armato. Percorsi e riflessioni con Màrkaris e gli altri di Giulio Perrone editore, 2017). La crisi economica greca diviene protagonista e si sviluppa nei numerosi romanzi. Si inizia con Ultime della notte (Bompiani 2007) dove il commissario deve affrontare una serie di delitti quali la morte di una coppia di albanesi e di una nota giornalista, risultati collegati tra loro nel contrabbando e nel traffico illegale. In Prestiti scaduti poi (Bompiani, 2011) compare l’omicidio di un ex direttore di banca decapitato nel giardino della sua villa, seguito da altri due omicidi di banchieri stranieri compiuti con lo stesso metodo, mentre sui muri di Atene e in alcuni quotidiani compaiono annunci che invitano la cittadinanza a una «disubbidienza finanziaria». In L’università del crimine (La nave di Teseo, 2018) affiora un enigmatico omicidio nell’università di Atene, quello dell’ex professore e attuale ministro delle Riforme, seguito da altri nel contesto accademico in cui la corruzione e i giochi di potere affliggono e indeboliscono le istituzioni pubbliche. In La rivolta delle Cariatidi (La nave di Teseo 2023) un gruppo di ricchi investitori stranieri si sta insediando su un’isola greca per rifondare l’antica democrazia ateniese, considerando quella attuale inefficace. Ma un movimento femminista, «le Cariatidi», si oppone e lotta affinché la Grecia non cada ancora una volta nelle mani di lucrosi imprenditori. Un imprenditore filantropo, proprietario di una catena di alberghi, in Il tempo dell’ipocrisia (La nave di Teseo, 2019) viene ucciso con un’autobomba in un attentato rivendicato dal gruppo Esercito degli Idioti Nazionali. Si ricostruiscono i segreti della vittima, nascosti da una esibita e specchiata onestà e alcune alte sfere della Grecia e dell’Europa vengono assassinate con la stessa accusa. In I labirinti di Atene (La nave di Teseo 2017) due extracomunitari lottano per riuscire a lavorare in un mercato ortofrutticolo e un greco-russo, che ha fatto fortuna con un ristorante, si trova vittima della mafia che incendia il suo locale e fa sparire sua figlia. Il prezzo dei soldi (La nave di Teseo 2017), descrive alcuni omicidi legati alla situazione economico-finanziaria di una Grecia in lenta ripresa. La quiete apparente viene spezzata in quanto un funzionario dell’Ente del turismo viene trovato assassinato in casa sua con un colpo alla testa. Sembra non si tratti di rapina ma del giro di denaro sporco. La lunga estate calda del commissario Charitos (La nave di Teseo, 2017) presenta un gruppo di terroristi che si impossessa di un traghetto con trecento passeggeri a bordo, mentre ad Atene un efferato serial killer, un vecchio colonnello torturatore, semina morti nel mondo della pubblicità. In L’università del crimine (La nave di Teseo 2018) viene ucciso il ministro per le Riforme e nella rivendicazione si legge che il politico, stimato professore universitario, ha tradito la sua missione di docente per fare carriera politica. Qualche giorno dopo viene ucciso con un’iniezione letale un altro ministro, ex docente anch’egli e quando spunta il cadavere di un terzo professore la situazione sembra andare fuori controllo. Uno dei tre, Aris Archontidis, era esperto dei poeti dell’età ionica, aveva studiato in Italia anche impegnandosi in formazioni antagonistiche ma non terroristiche. Tra l’altro il romanzo tratteggia anche con velata simpatia la figura di Adriano Sofri, «arrestato per omicidio grazie a una testimonianza falsa». La colpa di Archontidis, come quella degli altri due professori (un giurista e un economista), è quella di aver sottovalutato la prospettiva civile dello studio umanistico per dedicarsi a una più lucrativa attività di governo, sicuri che avrebbero riavuto quelle cattedre, per loro solo una sinecura.
Dai romanzi emerge una critica sottile, a volte spietata, alla politica, all’economia e alla società greca, specialmente durante gli anni di crisi e recessione economica a partire dal 2008. Affiorano le preoccupazioni e i temi che stanno più a cuore a Markaris, come il declino della democrazia, lo strapotere delle banche e dei più ricchi, la corruzione nelle istituzioni, la condizione della donna, l’immigrazione, la violenza di genere, l’ipocrisia e le ingiustizie sociali.

Ora compare la diciottesima indagine, La ricchezza che uccide. La nuova indagine di Kostas Charitos (La nave di Teseo, 2026) in cui l’epicentro antropologico resta Atene e ancora una volta la semplice ricerca del colpevole cede lentamente il posto alla disamina del tessuto in cui si origina il crimine. Una coppia separata e avanti negli anni, costretta alla coabitazione dall’impossibilità di pagare due canoni distinti, sceglie il suicidio come forma di protesta. Questo gesto innesca rivolte e attentati che fanno tremare il mondo degli immobiliaristi dando vita a un fenomeno enorme di cui non si vede soluzione. Atene è lacerata dall’emergenza abitativa, gli affitti divorano vite e la città si spacca tra chi una casa non può più permettersela e chi non l’ha mai avuta. Mentre la tensione cresce tra affittuari, senzatetto, migranti e gruppi anarchici, un omicidio aggrava la situazione: Gheràsimos Fakìs, dirigente di un’impresa immobiliare, viene ucciso nella sua auto all’interno del parcheggio del complesso residenziale nel quale viveva. Proprio quei palazzi che aveva contribuito a costruire sono al centro della bufera da quando un gruppo di senzatetto ha deciso di accamparsi nel vicino parco dell’Ellinikòn, per protestare contro la gentrificazione che ha alzato in modo insostenibile gli affitti nella zona. Ogni pista nell’indagine sembra portare a una verità, finché un’esplosione all’alba, una cucina distrutta e una vittima innocente rimettono, ancora una volta, tutto in discussione.
Ultimamente nei romanzi sembra affiorare una certa stanchezza narrativa. Gli schemi sono ridotti all’essenziale, la componente letteraria è esile, il carattere dei personaggi, vittime e assassini, è ridotto all’osso, l’ambientazione ateniese è scarna. Inoltre Markaris racconta sempre più di Charitos come uomo e poliziotto più che avvincere il lettore con la sua capacità investigativa. Pur promosso a vicedirettore della Centrale di polizia ha come interesse dominante il nipote, chiamato dalla figlia Lambros, come il vecchio comunista che negli anni settanta si opponeva a lui, giovane poliziotto, per diventare poi un grande amico suo e della sua famiglia. Comunque sia Markaris con il suo protagonista e la sua famiglia continua ad essere, con i suoi gialli, la coscienza critica di una società incapace di correggere i mali che difficilmente lasciano scampo. Nonostante l’impegno dei suoi cavalieri senza macchia e senza paura, come Charitos.