Martin Suter, al Diavolo non si sfugge
Martin Suter è ricomparso sulla scena editoriale italiana dopo aver indossato varie divise, quella di Sellerio (da ultimo Allmen e Weynfeld, 2026; Melody, 2026; Creature luminose, 2025) e di Feltrinelli (Un amico perfetto, 2003; Com'è piccolo il mondo!, 2000). Nel frattempo sono state rappresentate con successo delle sue commedie (La scomparsa di Giulia), mentre il cinema si è appropriato di alcuni romanzi (Un amico perfetto con il regista Girod, Lila Lila diretto da Alain Gsoner).
Nato a Zurigo, Suter appartiene alla qualificata genealogia di scrittori svizzeri di lingua tedesca, tra tutti Dürrenmatt, Frisch, Glauser, che hanno interpretato i fatti illeciti o quelli fuori dalla norma come veicolo per una più vasta conoscenza che esca dagli schemi tradizionali. La rottura dell’equilibrio a causa di fatti misteriosi non si esaurisce nel gusto, pur sempre intrigante, del loro svelamento, bensì nell’incorniciare le storie nella loro dimensione geografica. Si incrina così lo schema del “romanzo mondo”, quel modello letterario globalizzato che fa evaporare i collegamenti con l’ambiente, ed enfatizza le linee costanti della struttura narrativa (Coletti, Romanzo mondo, Il mulino 2011). Suter, e non solo lui, penetra con i romanzi in società apparentemente ovattate e sicure, opulente, facendone emergere i profili altrimenti segreti. Passa così dall’Alzheimer e dalle cupe storie familiari di Come è piccolo il mondo, allo scandalo della mucca pazza in Un amico perfetto, alle trasgressioni nel piccolo mondo editoriale in Lila Lila, ai retroscena del mercato dell’arte in L’ultimo dei Weynfeld, all’esistenza contrastata di un avvocato in Il lato nascosto della luna.

L’ultimo romanzo uscito in Italia (Il diavolo a Milano, Palingenia, 2026) pone al centro della narrazione la giovane Sonia, segnata da un passato difficile e da un matrimonio con un uomo violento affetto da disturbi psichiatrici. La giovane decide di fuggire, ma le ferite continuano ad insinuarsi; così, nel tentativo di ricostruire la propria vita, rispolvera il diploma di fisioterapista che le consente di rispondere a un annuncio di lavoro. Una certa Barbara Peters, proprietaria di un lussuoso albergo in Engadina trasformato in centro benessere e prossimo all’apertura, assume personale paramedico. Sonia si propone e viene accettata, ma la giovine non può prevedere che questa svolta non risolverà i problemi, ma rischierà di crearne di ulteriori. La datrice di lavoro è affascinante, ma pervasa da un’ombra enigmatica e ambigua che Sonia non stenta a percepire. Nel viaggio di avvicinamento a Val Grisch ove si trova l’albergo, un edificio che coniuga storia e modernità, il tempo è impietoso: piove, le nuvole basse opprimono il paesaggio e così sarà per tutto il tempo che Sonia trascorrerà in Engadina. Strani segnali, infatti, si avverano giorno dopo giorno, in un crescendo di minaccia per cui ogni dato non è mai sicuro, viene continuamente negato e rovesciato nel suo contrario. Amici fidati si rivelano spietati complici del male, abitanti del posto dall’aria aggressiva svelano un animo mansueto, l’amicizia e la fiducia celano trappole creando inquietudine nel lettore. Nonostante che il lavoro, il contatto con gli ospiti dell’albergo e la bellezza austera del paesaggio sembrino promettere equilibrio, la tranquillità si rivela fragile e illusoria. L’ambientazione montana diviene una presenza viva e le condizioni atmosferiche amplificano il disagio e il senso di minaccia. Le vallate isolate, silenziose, popolate da boschi fitti creano un’atmosfera sospesa che amplifica il senso di inquietudine e partecipano al dramma interiore della protagonista. Episodi strani e difficili da spiegare iniziano a verificarsi nell’hotel, segnali disturbanti insinuano il dubbio che qualcosa di oscuro stia emergendo. In questo contesto entra in scena la leggenda locale che dà il titolo al romanzo, il Diavolo di Milano, scoperto casualmente da Sonia nella biblioteca dell’albergo, che parla di presenze maligne e di eventi inquietanti legati al territorio.
Questi ambienti nel romanzo hanno un tratto riconoscibile: la loro credibilità, la precisione nel fornire dati sicuri del mondo in cui i protagonisti sono immersi. Suter ha uno stile attento ai minuscoli elementi che rendono la descrizione realistica, senza eccessi ma stringente. Egli non si interessa di sperimentazioni letterarie o linguistiche, ma colloca le costruzioni narrative, pagina dopo pagina, al servizio del racconto. Evita effetti spettacolari e privilegia trasmettere segnali di inquietudine e senso del mistero. I personaggi, segnati da momenti di crisi che snaturano la loro vita apparente, che destino hanno quando intervengono forze misteriose in quelle loro vite in apparenza lineari, addomesticate e controllate? Quale sorte si prefigura quando non si può decidere autonomamente, ma il cambiamento potrebbe essere imposto da fattori esterni, come la malattia in Com’è piccolo il mondo, una figura femminile in Allmen, un trauma cranico in Un amico perfetto?

Il romanzo si muove su confini ondeggianti tra thriller psicologico, racconto gotico e indagine sull’identità, e lascia emergere una tensione sotterranea in cui gioca un ruolo particolare la paura, in particolare nel suo rapporto con la memoria. Ma la paura di Sonia non è soltanto dovuta a una possibile presenza esterna, ma anche alla consapevolezza di quanto la percezione della realtà sia fragile e spesso insufficiente. Le pagine del romanzo sono pervase dalla “suspence”, cioè dal divario tra quanto narrato dall’autore e quanto previsto che accadrà dal lettore, nella quale il tempo è sospeso a causa di elementi incombenti (Higsmith, Suspence. Come si scrive un giallo, Minimum fax, 1998). Il presente diviene un’istantanea di natura precaria, e la narrazione si sviluppa in una sospensione verso l’inaspettato (Calabrese, La suspence, Carocci, 2016), dominata dall’ansia e dalle angosce. Si crea una dimensione quasi artificiale ove gioca l’effetto sorpresa tra il narrato e il prevedibile, in un clima antirealistico in cui prevale il virtuale rispetto al reale. Gli scenari sono cupi, “una landa grigia, senza sole, senza scintillio di grandezza”, incrinando i manifesti pubblicitari di luoghi ovattati e quasi disinfettati. Domina l’ambiguità, cioè il dubbio se gli eventi provengano da una causa esterna, oppure da altri attori sulla scena, oppure dalla ipersensibilità della protagonista per cui l’incertezza cognitiva rende ogni cosa sospetta e contagiosa. L’ancorarsi al dato visuale è perdente perché prevale “l’oltre”, la percezione, nel clima antirealistico del ‘weird’, cioè dell’”inquietante” ove tutto è sospetto (Fischer, Lo strano e l’inquietante nel mondo contemporaneo, Minimum fax, 2018), nulla è certo e può provenire non solo dall’interno come nel perturbante freudiano. È paura irrazionale che fa venire i brividi, provoca inquietudine, tormenta, instilla ansia, rende labile il confine della realtà invadendo il campo della letteratura fantastica (Todorov, La letteratura fantastica, 1970). Si tratta di una incertezza angosciosa, “ciò che ti porta via dal centro del fuoco”, cioè dal focolare e quindi lontano da quanto più familiare, come lascia intendere il termine freudiano originale.
Il clima cupo del romanzo subisce una scossa nel finale: nei ringraziamenti l’autore si scusa con la Pro Loco della Bassa Engadina per aver dipinto la nota regione turistica come un luogo di acquazzoni senza tregua. Ulteriore conferma dell’imprevedibile poliedricità di Martin Suter.