Saer oltre l'indagine

20 Gennaio 2026

L’Argentina ha fornito contributi autorevoli al genere poliziesco dal J.L. Borges di Don Isidro Parodi a R. Walsh, da O. Soriano a P. Feinmann, da R. Puig a R. Piglia, a M. Denevi, i più significativi. Da essi però è rimasto lontano Juan Joseé Saer, autore atipico, fuori dal tracciato della tradizione, forse più in sintonia con l’appartato autore di L’aria del crimine, Juan Benet (vedi recensione qui) accomunati dalla ricerca stilistica, dalla scrittura lenta e luminosa, dal presentarsi atipici in questo genere letterario.

Così il romanzo L'indagine (La Nuova Frontiera 2025) è una scommessa annunciata, ma mancata. Il titolo sembra promettere un giallo, ma la lettura è più complessa. Del resto non ci si poteva attendere banalità da Saer, da questo argentino vissuto a Parigi per tutta la vita, professore di letteratura, rimasto a lungo nel cono d’ombra della marginalità letteraria. Qualche titolo però comincia a comparire in italiano, inizialmente L'arcano nel 1993 da Giunti, e poi sempre per La Nuova Frontiera Luogo nel 2007, Cicatrici nel 2012, Nuvole nel 2017, Fiume senza sponde nel 2017 (qui la recensione di Livio Santoro), Glossa nel 2018, Occasione nel 2021, Testimone nel 2023 (vedi recensione di Adrian Bravi). E poi questo romanzo, uscito silenzioso per Einaudi nel 2006, ricomparso per La nuova frontiera nel 2014 che lo ripropone ora nel 2025.

Il titolo, L’indagine, come accennato, è programmatico perché indica un asso portante del romanzo poliziesco, di quel meccanismo indicato da Chabrol come “mezzo di trasporto della creatività”, che conduce a risolvere l'enigma. Ma l'indagine, per la letteratura argentina, ha anche un particolare significato in quanto è stato il titolo del primo racconto poliziesco, scritto da Paul Groussac a fine 800 (in Inchiostro di sangue, Antologia e saggi del Rio de la Plata, Aroiris, 2009).

Anche per Saer l’indagine è qualcosa di più. È l'intrecciarsi di frammenti che impongono di stabilire una relazione tra essi e il lettore, delegato a fornire un suo personale finale, assurgendo al ruolo di collaboratore, una sorta di cooperante dell’autore.

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Il lettore vigila così su un lavoro aperto ma costruito nel segno del dubbio e dell’incertezza. Il caos generato dai delitti non si ricompone, le varie interpretazioni scaturiscono da una realtà sfaccettata che non consente di raggiungere una unica verità e anche quella che appare potrebbe essere fallace. Le ipotesi, pur se intelligenti e possibili, sono incerte e non definitive. Quello di Saer è il poliziesco dell’indeterminatezza, del dubbio, della finzione perché i piani di lettura sono molteplici, la realtà è enigmatica, ambigua, infedele, quindi il racconto, rompendo con gli stereotipi della tradizione non rassicura, ma crea confusione, affiorano dubbi e si affaccia il dominio della verosimiglianza dalle svariate interpretazioni. Gli enigmi danno vita a una costruzione labirintica mentre gli attori-personaggi vagano in uno spazio fisico, talora perdendosi nel cercare un’uscita forse impossibile. È la conferma della convinzione dello scrivano Bartleby di Melville: “la verità ha sempre i contorni imperfetti ed arruffati”.

Il romanzo è costruito su svariati enigmi. La voce narrante occupa la prima parte della narrazione, non si sa chi sia, dove si trovi, chi siano gli ascoltatori cui racconta la storia del serial killer parigino. Il secondo e terzo enigma riguardano l’identità dell’assassino su cui la polizia indaga. Il quarto è centrato sull’identità dell’autore di un manoscritto ritrovato, relativo a un estroso romanzo storico, "Nelle greche tende” ambientato nell'accampamento alle porte di Troia. L'attribuzione è incerta, forse non può risalire allo scomparso Washington, ma sua figlia Julia sostiene le ragioni del padre.

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Universi separati che si incrociano, quelli dell’indagine e delle chiacchierate che si rincorrono tra Parigi e Buenos Aires, tra l'inverno innevato della prima e la calura della seconda, tra commissari di polizia parigini e un gruppo loquace a Buenos Aires, al tavolo tra sigari e birre. La voce narrante si rivela quella di Pinchon che racconta animatamente un trucido fatto, 27 omicidi efferati, che ha riferimenti personali, vecchiette che offrono il tè, commenti sulla società dei consumi, sulla realtà dei media, su allusioni mitologiche. Lo ascoltano gli amici Tomatis e Soldi, in un luogo reale e nel contempo immaginario in cui si muovono i personaggi, un universo circoscritto ma dilatabile che costituisce non solo uno sfondo ma anche la materia poetica. La loro discussione è aperta, le voci si intrecciano senza giungere a conclusioni e lentamente compare, come riflesso nello specchio, il racconto dei fatti di sangue. Designato per le indagini è il commissario Morvan, quarantenne, solitario, disincantato, dedito al lavoro, reduce da un matrimonio fallito, senza figli, affetto da sonnambulismo, preda di incubi e ossessionato dall'assassino. Non ha nulla dell'ispettore tradizionale, quello classico, attento ai segni, padrone della logica, architetto delle deduzioni. È senza centro, caracolla per le strade di una Parigi crepuscolare. Si confronta con i suoi deliri il subordinato Lautret, detective tradizionale e dalle caratteristiche opposte, scaltro, insidioso tanto da apparire come il dominatore occulto di Morvan. E fin dall’inizio si delinea un conflitto tra i due, illuminato dal ricordo de ‘La morte e la bussola’ di Borges tra Lonnrot e Scharlach, come è stato ricordato (Pezzè, Marginalità della letteratura poliziesca ispanoamericana. Il caso del Cono Sud, Aracne 2009).

La narrazione di Pinchon è centrata sui fatti, mentre Tomatis interpreta la realtà da angolatura diversa, ipotizzando soluzioni fantasiose e giungendo ad esporre l'ipotesi che Lautret sia l'anima dei delitti. Ma è proprio così o Morvan, annebbiato da deliri schizofrenici, maschera la verità? Saer sembra voler diradare la nebbia del mistero facendo comparire un frammento di una lettera del Ministro, strappato in commissariato da Lautret, e trovato a casa dell'ultima vittima. I sospetti si addensano ancor di più su di lui, ma il problema è che è Morvan ad aver visto per ultimo l'anziana trucidata.

L’autore tenta di far capire che una storia è già vera per il fatto di essere raccontata e che l’obiettivo è dare peso a una realtà sfuggente e continuamente indagata. Anche per questo il suo romanzo esonda i limiti naturali del genere poliziesco, è un giallo ‘eterodosso’ che non si legge per scoprire come va a finire, ma per stare dentro le cose. È postmoderno? Forse, ma al di là delle classificazioni l’atmosfera, l’“aria” in cui si immerge l’autore, è quella di un poliziesco. Ed è questo che conta secondo Piglia, cui non caso Saer dedica il romanzo (“Sul genere poliziesco”, in Critica e finzione, Mimesis, 2018).

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