Franco Fornari innovatore

1 Settembre 2026

L’ultimo volume della collana Eredi (Feltrinelli) è dedicato all’avventura umana e professionale di Franco Fornari a partire dalla messa in discussione di alcune teorie di Freud: Alfio Maggiolini fa emergere lo spirito innovatore e rivoluzionario dello psicoanalista. La teoria dei codici affettivi – evoluzione della teoria coinemica, elaborata nell’ultima parte della sua vita e purtroppo interrotta dalla sua morte prematura nel 1985 – ne è un esempio: una riflessione inedita frutto di lungo un percorso di ricerca, che “a partire da un’adesione al pensiero di Melania Klein, passa attraverso una revisione dell’opera di Freud, integrando aspetti del pensiero di Wilfred Bion e confrontandosi con la teoria di Jacques Lacan”.

Vi è un altro aspetto che mi preme sottolineare: la centralità data alla dimensione sociale dell’inconscio, al di fuori della stanza d’analisi. Fornari ha anche saputo portare la psicoanalisi nel mondo occupandosi di istituzioni, di guerra e di gruppi, “guardando fuori dalla finestra e non solo allo specchio”, per dirla con le parole di James Hillman. Sono esemplari in questo senso le sue ricerche in ospedale, che troviamo nel libro Affetti e cancro, in cui esprime concetti – oggi per noi assodati, e confermati anche dalle neuroscienze – di cui allora nessuno ancora parlava: il ruolo della speranza nella cura del cancro, ad esempio, giungendo a definirla un farmaco. Questo libro è stato il frutto di esperienze condivise con un’associazione che si occupava di donne mastectomizzate, Attivecomeprima, associazione fondata da Ada Burrone e che oggi si chiama La Forza di Vivere. Alberto Ricciuti, oggi presidente, racconta in un video con Marco Manzoni proprio l’incontro con Fornari (è possibile vederlo qui). Maggiolini riporta nel volume l’ipotesi, esplorata da Franco Fornari e Stefano Gastaldi suo collaboratore, che “il tumore sia una sorta di programma suicida su base depressiva e per questo è fondamentale la lotta contro la disperazione e la riorganizzazione della speranza, non solo come supporto psicologico al malato, ma come aiuto terapeutico per il tumore stesso. La speranza riattiva il funzionamento del sistema immunitario”. L’accensione della speranza per Fornari è, del resto, elemento centrale anche in ogni forma di psicoterapia.

In modo utopistico – di un’utopia di cui oggi abbiamo sempre più bisogno – Fornari pensava che la psicoanalisi avrebbe potuto contribuire a risolvere i conflitti sociali e politici, aiutando gli individui e le istituzioni ad affrontare le opposizioni in modo non paranoico, meccanismo alla base delle guerre. In questa direzione, a metà degli anni sessanta, insieme a Luigi Pagliarani contribuì alla nascita di un movimento per la pace, il Gruppo anti-H, che diede poi vita all’Istituto italiano di polemologia. Ricordo, a inizio anni Novanta, Pagliarani che, durante un seminario, disse che voleva comprendere le ragioni del paranoico: comprendere le ragioni di chi proietta il male sugli altri.

Fornari, tuttavia, non si definiva pacifista, vedeva in questo il rischio di una polarizzazione tra buoni e cattivi che avrebbe reiterato la proiezione che è alla base dell’elaborazione paranoica del lutto. Cercava mediazioni e vie di mezzo. Sosteneva inoltre una democrazia degli affetti, ovvero la necessità di capire da quale punto di vista si guardavano le cose sottolineando così la pluralità dei punti di vista. Il modo in cui viviamo le nostre relazioni con il mondo, dipende dal ruolo affettivo che interpretiamo. L’inconscio sarebbe dunque abitato da un Sé plurale, una famiglia interna non frutto di introiezioni di esperienze relazionali ma composta da “preconcezioni di ruolo innate” che si realizzano nell’incontro con l’esperienza di vita che abbiamo avuto con le persone reali.

Fornari era anche convinto che alla base delle teorie della psicoanalisi si potesse rintracciare una “ideologia affettiva che orienta le riflessioni più astratte”.

In modo diverso, ma simile a quello che intendeva C.G. Jung quando con la sua teoria dei Tipi psicologici, sottolineò il fatto che siamo portatori di punti di vista diversi, dovuti ai temperamenti, che ci portano a guardare alla realtà in modo differente, e quindi a formulare teorie differenti.

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La guerra, nella visione di Fornari, era dunque l’esito dell’incapacità di elaborare un conflitto, e di integrare differenti verità affettive, che trovava come soluzione una proiezione paranoica sull’altro vissuto come nemico minaccioso. L’equilibrio consisterebbe nell’assumersi la responsabilità verso l’altro “riconoscendo la legittimità dei punti di vista diversi al fine di integrarli invece di contrapporli politicamente e ideologicamente”.

Nel caso della Seconda guerra mondiale e della bomba atomica, in questa prospettiva, Fornari parò di una “responsabilità umanistica” – interlocuzione a mio parere straordinaria – affermando la necessità di una ammissione di colpa da parte dei vincitori, in quanto responsabili di un bombardamento nucleare. Assumersi la responsabilità dei comportamenti distruttivi, non solo individuali ma anche collettivi, era per lui un punto molto importante. In modo simile, Jung, a chi gli chiedeva cosa avrebbe potuto evitare una terza guerra mondiale, rispondeva che questo dipendeva da quanti individui ci sarebbero stati in grado di reggere la tensione tra gli opposti, i conflitti interni ed esterni, non proiettando il male sull’altro. Capaci cioè, potremmo dire con altre parole, di “posizione depressiva”. Per Fornari questa alternativa all’elaborazione paranoica del lutto era importante che non si traducesse in una esaltazione della posizione sacrificale, egli sostenne l’importanza di un’assunzione di responsabilità che non fosse fondata sulla colpevolizzazione dell’altro, ma nemmeno del Sè, definendo due tipi di di responsabilità: quella basata sull’istinto di sopravvivenza, che tende a essere elaborata in modo persecutorio, e cioè “la colpa è dell’altro”; quella etica, che porta a proteggere chi si ama, e che si basa di più sul senso di colpa, e dice “è colpa mia”. Esiste per Fornari anche un’altra forma di assunzione di responsabilità, la “responsabilità riparativa”, fondata sul riconoscimento della reciprocità e che e non attiva necessariamente meccanismi di punizione, dell’altro o di sé stessi: “vita mea, vita tua”. La maturità coincide con una “pulsione di scambio”, che si basa su un riconoscimento reciproco, e sull’accettazione, di ciò che fa vivere.

La psicoanalista Anna Fabbrini nel suo libro sul trauma, La fine della fine del mondo, afferma che l’identità è relazione e quindi siamo donatori di identità: nasciamo nello sguardo e per lo sguardo di un altro che ci vede. In questa direzione la filosofa Elena Pulcini definisce la responsabilità come un dono “che ci consente di elaborare una forma diversa – né egoista né altruista – di legame sociale, di relazione tra l’Io e l’altro”. Diventare grandi non è allora autonomia, bensì prossimità; è la gioia e la responsabilità del dono, passione condivisa nella responsabilità.

La passione civile di Fornari l’ha portato a prestare una grande attenzione anche ai problemi sociali e alla politica, promuovendo un metodo di lavoro psicoanalitico nelle istituzioni basato sull’idea che le organizzazioni abbiano, tra le loro funzioni fondamentali, quella di protegge gli individui dall’ansia, e di conseguenza l’intervento di un’analisi istituzionale dovrebbe rendere consapevole le organizzazioni della loro funzione inconscia di difesa.

Vorrei qui tentare di nominare alcuni degli sviluppi teorici che fanno di Fornari un innovatore all’interno della psicoanalisi freudiana, e che a mio parere lo avvicinano anche a Jung. Alla base del suo ridimensionamento del potere dello psicoanalista, ancora visto un po’ come un sacerdote, c’è l’idea dell’esistenza di un inconscio che non è più solo il luogo del rimosso da bonificare. Se l’analista pensa infatti che il miglioramento del paziente dipenda solo da lui e da quello che fa, per Fornari, è “arrogante”: si approprierebbe, attribuendosela, la potenza dell’inconscio. L’idea è invece che sia l’inconscio ad orientare alla sopravvivenza, “per cui è l’inconscio stesso il principale fattore terapeutico e non causa di malattia. (…) Se tutto funziona bene non serve che intervenga la coscienza, perché l’inconscio svolge il suo lavoro in background”. L’inconscio per Fornari è un codice vivente e dunque l’obiettivo della psicoterapia non è portarlo a coscienza, un’idea rivoluzionaria rispetto a quella freudiana. Secondo Jung, allo stesso modo, è l’inconscio che guida il processo di individuazione, e che contiene possibilità, semi, da risvegliare e coltivare, al punto da affermare, verso la fine della sua vita, che lo scopo dell’analisi è quello di “diventare decentemente inconsci”. Antonino Ferro, nella stessa direzione, ha sottolineato il valore di “inconsciarsi”.

Nell’opera di Fornari, come mostra bene Maggiolini, c’è una revisione di molti altri concetti freudiani, per cui “anche i sistemi difensivi perdono la loro connotazione militare per essere comprensibili in termini di processi di significazione.” Il senso di colpa, che Freud definisce come “istinto di morte”, per Fornari è un segnale d’allarme dell’inconscio che indica il rischio della distruzione degli oggetti d’amore e funziona come sistema immunitario. In sintesi, sottrarre alla teoria psicanalitica l’idea di un conflitto della coscienza con gli impulsi riprovevoli porta a una completa revisione dell’approccio freudiano. In Fornari emerge infatti un inconscio orientato alla sopravvivenza del Sé e degli oggetti d’amore, e per questo profondamente etico; l’inconscio diventa luogo della verità da cui provengono ordini, divieti e punizioni e assume in qualche modo una funzione “legislativa”. Fornari supera anche la distinzione di Freud tra processo primario e secondario: l’opposizione non è tra principio di piacere e principio di realtà, ma tra simbolizzazione affettiva e cognitiva, due modi complementari attraverso i quali il soggetto entra in contatto con la realtà. Questo è stato poi confermato anche dagli studi sul funzionamento del cervello, che distinguono il cervello emotivo, limbico, da un cervello esecutivo o corticale. Fornari ha sostenuto l’idea che “la sede della coscienza sia proprio il cervello emotivo (una coscienza inconscia), un’area del mesencefalo orientata dalla percezione di sé attraverso le emozioni, e non la corteccia, riferita al mondo esterno attraverso gli organi di senso.”

Se Freud ricorre alle analisi simboliche quando ha difficoltà a interpretare i sogni, per Fornari invece è proprio il simbolismo una delle scoperte fondamentali della psicoanalisi, perché “i simboli onirici non solo sono alla base di tutti i processi di significazione del sogno, ma sono il linguaggio di tutta la nostra vita affettiva, notturna e diurna”. Questi contenuti sono definiti da Fornari coinemi, ovvero un insieme di categorie affettive o presignificati innate che presiedono alla costruzione del senso. Questa idea – che esistano preconcezioni insature filogeneticamente determinate che si saturano nell’incontro con il mondo – rimarrà al centro di tutta la teoria della mente di Fornari. La mente sarebbe guidata da schemi innati, che Fornari chiamerà “codici affettivi”, ideali inconsci dei ruoli affettivi che orienteranno la relazione di adulti e bambini con il mondo. Esisterebbero dunque modi di capire il mondo guidati da emozioni che sono preliminari all’esperienza. Spiega Maggiolini: “In sintesi, la teoria coinemica è una teoria del simbolismo semantica, mentre la teoria dei codici affettivi è una teoria pragmatica, perché non riguarda i significati, ma le relazioni e le interazioni tra le persone. L’inconscio coinemico serve a capire, mentre quello di codice serve a decidere, perché orienta i comportamenti in funzione della sopravvivenza del Sé e dei suoi oggetti d’amore”.

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In quella che avrebbe dovuto essere la sua ultima conferenza, in dialogo con Emanuele Severino, Franco Fornari affermava che “la vera grande scoperta della psicoanalisi sono le idee primarie della vita, ovvero le verità precategoriali innate”. Questo inconscio è mosso da una pulsione a simbolizzare. Certo questi non sono gli archetipi nel senso junghiano, ma Fornari evidentemente ha sentito anche lui il bisogno di rintracciare l’esistenza di una sorta di DNA psichico, come è stato per Jung con gli archetipi, che sono modelli universali innati di comportamenti, pensieri e immagini che risiedono nell’inconscio collettivo, mentre le immagini archetipiche sono le manifestazioni simboliche degli archetipi che variano a seconda delle esperienze e delle culture.

Fornari si spinge oltre Freud su un altro aspetto, quello dell’interpretazione dei sogni, al punto da ritenere che con l’uso delle associazioni, si arrivi al pensiero preconscio, fatto di ricordi, e non al senso inconscio, che invece è simbolico. E qui ritrovo di nuovo il pensiero di Jung, che parla di dimensione simbolica del sogno e della necessità dell’“amplificazione” dei sogni al posto dell’interpretazione.  Ma ritrovo anche altri autori come il lacaniano Pierre Fedida, quando diceva che la psicoanalisi è l’arte di “far lavorare i sogni”. Non di spiegarli. E Hillman che diceva come i sogni ci comprendano più di quanto li comprendiamo.

Per Fornari esiste un linguaggio degli affetti che precede ogni esperienza di relazione e apprendimento: ogni prodotto culturale – racconto, opera d’arte, discorso politico - può essere interpretato nel suo significato simbolico, come se fosse un sogno. Questo lavoro si trova nel volume Psicoanalisi e ricerca letteraria, scritto con la moglie Bianca Fornari,  appassionata, intelligente compagna di vita e di ricerca.

Vorrei concludere ricordando un’opera a me molto cara La vita originaria affettiva del bambino, che è del 1961, nella quale usa termini che rimarranno nelle opere successive, e dove ci sono intuizioni straordinarie sulla vita affettiva del bambino.

Mi preme sottolineare che – in un mondo dominato dalla razionalità calcolante dell’algoritmo – per Fornari l’uomo è un’animale prevalentemente onirico: ogni nostra comunicazione ha sempre un significato affettivo oltre che cognitivo, la simbolizzazione affettiva domina nel sogno, mentre quella cognitiva prevale quando siamo svegli, in un’alternanza circadiana che Fornari ha chiamato anche “marcia a delfino”. L’idea che la modalità di funzionamento di default del nostro cervello sia onirica è stata confermata in vario modo in ambito psicanalitico con il concetto di “pensiero onirico della veglia”, e in quello neurologico, tanto da portarci a pensare che la nostra coscienza sia in realtà uno stato onirico modulato dagli stimoli della veglia. Fornari pensava che l’anima di giorno “si consumasse” nell’incontro col mondo, e per questo ogni notte avesse bisogno di essere riaccesa, tornando a radicarsi nella condizione vegetativa del sonno. Questo periodico ritorno alle origini, “la riprogramma geneticamente” attraverso il sogno. Sia la vita fetale, sia il ritorno ogni notte nel grembo del sonno sarebbero così dei veri e propri generatori della vita affettiva, perché riattingono a una fonte nascosta di energia, una ricarica emotiva che non è solo compensazione per le fatiche del giorno, ma è anche una profonda reimmersione, fino alle radici del senso. La visionaria scrittrice Ursula Le Guinn, in una serie di libri del ciclo Ecumene, sviluppa idee sul sogno in risonanza con queste teorie di Fornari.

Ricordo quando la moglie, Bianca Fornari, dopo la sua morte mi disse che nell’ultimo periodo Fornari si stava occupando di letture e studi che riguardavano l’anima. Mi sono sempre chiesta a cosa sarebbe giunto se fosse stato ancora un po’ tra noi, e quale straordinario contributo avrebbe portato oggi rispetto a un mondo che non riconosce la democrazia degli affetti, ed è sempre più paranoico, e incapace di responsabilità umanistica.

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