La zattera del matrimonio
"Perché cos'altro è un matrimonio, in fondo, se non essere bloccati su una piccola zattera con qualcuno e provare a sopravvivere?". La metafora – che viene rilanciata nella quarta di copertina del libro di Sophie Elmhirst Un matrimonio in mare aperto – La storia di Maurice e Maralyn (traduzione di Alessandra Castellazzi, NNE 2026) e che ritroviamo a pagina 190, appare piuttosto frusta. L'immagine del matrimonio come una zattera di fortuna su cui due naufraghi tentano affannosamente di restare a galla, soffre di una usura figurativa dalla quale Ingmar Bergman, per esempio, si tenne lontano, quando girò, nel 1973, lo stesso anno in cui accadde la vicenda raccontata in questo libro, il suo crudele Scene da un matrimonio. In quel film, l'unione tra Liv Ullmann e Erland Josephson era un teatro di specchi, un artificio – precario, sicuramente – in cui due solitudini tentano di costruire una lingua comune prima che l'ipocrisia ne sbricioli le mura. Ma, in questa appassionante storia vera dei coniugi Maurice e Maralyn Bailey, raccontata dalla Elmhirst, una giornalista britannica che scrive sul Guardian e sul New Yorker, la zattera non è soltanto una metafora: è una zattera vera, sulla quale i due, dopo aver visto inabissarsi, affondata da una balena, la loro barca, sulla quale traversavano l'oceano Pacifico nella primavera del 1973, tentano di sopravvivere per 117 giorni, quasi quattro mesi.
La metafora abusata viene superata dall'evento, che ne azzera il piano simbolico: al lettore si chiede non di rifugiarsi nell'astrazione intellettuale ma di fare i conti con l'insopportabile violenza del dato reale. Le scene di un matrimonio in mare aperto abbandonano il cliché e si trasformano nel tentativo fisico di sopravvivere. L'iperbole usata prima per lamentare la sofferenza psicologica o la noia borghese di un marito e di una moglie sulla "zattera" del matrimonio, lascia il posto a una profezia che la ridicolizza. Le metafore, col tempo, si addormentano, le usiamo per abitudine: almeno fino a che la collisione con la realtà costringe chi le vive – o chi le legge – a riattivarne il significato primario. Cosa accade, in quei 117 giorni, su quella zattera? A prima vista, un grande esercizio di compensazione e di bilanciamento: quando uno dei due attraversava un momento di forte stress o depressione, l'altro si faceva carico di una quota maggiore nella gestione di quella situazione assurda. "Ieri tutti e due molto depressi e consapevoli che la fine non era lontana, scrisse Maralyn". Tra i due è lei il traino, il motore della speranza di sopravvivere: "Tenere Maurice impegnato non bastava, si accorse Maralyn. Doveva dargli qualcosa in cui credere. Su un oceano vuoto aveva ben poco a disposizione, a parte l'immaginazione. Iniziò a parlare 'della nostra vita prima e durante il viaggio e di come sarebbe stata dopo'. Dopo! Era quasi inconcepibile per Maurice concepire un tempo simile, come se quella fosse sempre stata e sempre sarebbe stata la loro unica vita". Si erano imbarcati perché ambedue desideravano una vita diversa da quella che facevano prima di incontrarsi e di sposarsi: la vita di Maurice, a trent'anni, di professione compositore tipografo, "era un appartamento buio", quella di Maralyn "aveva appena cominciato a sbocciare". Maurice la sottopose a una serie di prove fisiche, tipo farla camminare su un sentiero impervio in montagna in una giornata calda "e Maralyn si sfilò la maglietta e camminò solo in reggiseno, incurante degli sguardi".

Poi toccò a lei sottoporlo al suo banco di prova: "una settimana di vacanza nella Cumbria insieme ai suoi genitori". Le superarono, si intesero: nessuno dei due voleva il matrimonio religioso, nessuno dei due voleva avere figli; e "il 21 dicembre 1963" si sposarono". Fu poi lei, Maralyn, a lanciare l'idea di quel viaggio sull'oceano: il bungalow che avevano acquistato incarnava, per Maurice "la ricetta dello stress suburbano", il suo lavoro gli sembrò all'improvviso "la schiavitù meccanica dell'impiego quotidiano": sapevano che quel tipo di vita regolata e ordinaria non li avrebbe soddisfatti per sempre. Una sera piovosa Maralyn gli disse: "Immagina se vendessimo la casa, comprassimo una barca e vivessimo a bordo". Inizia così quel viaggio da incubo, durante il quale avrebbero circumnavigato il globo, fino alla Nuova Zelanda. Maralyn non sapeva nuotare ma non lo considerarono un problema. Decisero di partire senza una radio ricetrasmittente, "nessuno che li controllasse, nessuno che sapesse dove si trovavano". Per sentirsi davvero soli nell'oceano avrebbero navigato alla vecchia maniera, "seguendo il buonsenso e le stelle". Il desiderio ingenuo di spogliare la loro esistenza delle sovrastrutture per ritrovare un contatto diretto con la natura e loro stessi si fa forza del loro patto di alleanza, un legame molto più forte del burocratico matrimonio, dove la vera casa è l'"altro", le pareti domestiche sono la massima fiducia e solidarietà coniugale, il vincolo indissolubile, è affidare la propria vita e il proprio futuro alla capacità di essere una invincibile "cosa sola".
La fame di vita di questa coppia piccolo borghese prende subito la forma di un mito romantico, dietro l'epica della grande fuga si nasconde un'ingenuità disarmante, che nasce proprio da quella cultura urbana e protetta che la coppia dichiara di voler rifiutare. Un conto sono i borghesi di Bergman, che alla zattera vera preferiscono quella metaforica, non abbandonano nemmeno per sogno il comfort, la routine e le tutele, preferendo l'incapacità di comunicare, dove le parole sono usate come barriera per proteggersi dalla verità; un conto è il silenzio a cui sono condannati Maurice e Maralyn in quei quattro mesi alla deriva nell'Oceano, quando trovano appena la forza di scambiarsi qualche informazione su un pesce da pescare, e la conversazione è tenuta disperatamente in vita da Maralyn, per impedire che Maurice, "vicinissimo a scivolare per sempre nell'oscurità", soccomba.
L'aspetto più interessante di questo libro è che l'autrice abbia voluto volgere la vicenda dei due naufraghi tutta verso il matrimonio, fin dal titolo. L'aspetto del viaggio o dell'avventura è come se passasse in secondo piano perché, quello che interessa alla Elmhirst, è dimostrare che soltanto il vincolo matrimoniale – quello della solidarietà, quasi della compenetrazione fisica e intellettuale di due persone – abbia loro consentito di affrontare quel tempo infinito di isolamento, di paura, di scoraggiamento. Se non fossero stati sposati, se fossero stati due sconosciuti ritrovatisi per caso in quel frangente, avrebbero resistito? Toccanti sono gli elenchi che Maralyn scrive su dei fogli con una grossa matita, elencando i cibi adatti a varie occasioni, ricordando le cose buone che avevano mangiato quando non avrebbero mai immaginato che un giorno le avrebbero desiderate ("per continuare a scrivere Maralyn trovò carta ovunque poteva, strappandola dalle ultime pagine del registro di bordo"). Commovente la scena in cui lei gli chiede che aspetto aveva, voleva sentirselo dire da lui. E la testardaggine di questa donna, la vera eroina del libro, nell'immaginare, dopo – se si fossero salvati – la loro nuova barca e il loro nuovo viaggio intorno al mondo.